Riflessioni sulla logica giuridica

Riflessioni sulla logica giuridica

Sabetta Sergio

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L’uso che Lothar fa dei diagrammi di Venn, attraverso l’intersezione di comportamenti previsti e definiti in termini di divieti e prescrizioni, questo in presenza di un “bilanciamento” ( Binding) ossia uno stato di sistema perdurante in un intervallo di tempo, sembra incontrare i limiti della ripetitività in ambiente dinamico.

La logica giuridica che ingabbia i comportamenti lineari in modelli deterministici e quindi prevedibili, se da una parte disciplina l’azione umana in contesti sociali, dall’altra rischia di negare l’imprevedibilità delle evoluzioni e delle nuove forme sociali che ne derivano, Una creatività che lontano dalla stabilità è ai margini del caos e che ripropone una continua auto-organizzazione di sistemi complessi liberi di evolvere, in cui la lettura non nasce dalla conoscenza delle singole sue parti ma dall’interazione delle relazioni costitutive (Prigogine).

Una struttura complessa conosce già al suo interno le possibili configurazioni in cui potrà auto-organizzarsi, tuttavia questo può avvenire solo fino al trascendersi della soglia del caos (Albero di Feigenbaum), deve pertanto intervenire un concetto di stabilità dinamica che superi la staticità di una logica giuridica classica.

Dobbiamo infatti considerare che i fenomeni si ripetono ma mai allo stesso modo, che le situazioni tendono a replicarsi ma con connotazioni spesso imprevedibili e con periodicità non definita, questo a partire da informazioni molto semplici in cui vi è una comprimibilità della realtà con una invarianza di scala nel replicarsi delle forme fino a rendere indistinguibili le forme originali, nasce la necessità di “bacini di attrazione” nei quali avvengono i passaggi possibili ma imprevedibili del sistema dinamico, si che si possa creare attraverso gli “attrattori caotici” la stabilità nell’instabilità.

L’interpretazione diventa l’elemento stabilizzante nel mutare del contesto in cui sono calati gli schemi della logica giuridica, ma alla base dell’interpretazione non vi è solo il contesto oggettivo bensì un contesto etico dei rapporti sociali.

Come gli stessi logici riconoscono le operazioni interpretative, con cui vengono attribuiti significati agli enunciati normativi, da cui derivano i ragionamenti giuridici deduttivi logici, sono in parte arbitrarie, ma gli stessi ragionamenti induttivi sfuggono al processo logico, come d’altronde anche i ragionamenti deduttivi logici perdono coerenza sotto le mutevoli spinte operative del contesto sociale a cui gli attrattori caotici interpretativi o i bacini di attrazione legislativi solo in parte possono porre rimedio, vi è in altre parole una bidimensionalità logica della norma di fronte alla tridimensionalità della realtà.

Wittgenstein riconosce che le immagini non sono solo copie di un fatto ma un fatto esse stesse, lo stesso può dirsi della normativa che nel disciplinare un fatto diventa fatto essa stessa, in quanto crea uno stato delle cose mediante una delle possibili forme di relazione strutturale con la combinazione degli oggetti esistenti.

La logica linguistica è quindi una perimetrazione dell’area del linguaggio non tanto definendo limitativamente le espressioni quanto eliminando quelle confuse e quindi il sempre possibile contrasto.

Pertanto nel rifiutare la possibilità di una logica rigida ed esatta Wittgenstein riconosce in essa una serie di modelli grammaticali e paradigmi fra loro dialoganti e insiti nei giochi linguistici, se i dati osservativi non sono quindi divisibili dal pensiero non può esistere una percezione neutra, puramente passiva.

Partendo dal riconoscimento dell’impossibilità dell’esistere di una logica linguistica rigida ed esatta dobbiamo normalmente accontentarci di un margine di grigio in cui vi è l’incertezza, ma nell’ipotesi della necessità di una maggiore precisione occorre innanzitutto definire lo “scopo” dell’azione e del pensiero (Wittgenstein), ossia normativamente l’utilità e quindi quello che noi riteniamo eticamente necessario nel rapporto tra il singolo ed il sociale, questo senza scivolare nella nouvelle rhetorique (Perelman) per cui solo la retorica permette di controllare la persuasività da cui ne deriva la ragionevolezza degli argomenti giuridici stessi.

E’ stato già osservato che l’aumento della complessità introduce il concetto di probabilità nella descrizione di un qualsiasi sistema (Prigogine), ma la probabilità introduce a sua volta l’instabilità previsionale del sistema stesso in una miscela di determinismo a breve e probabilità a lunga con intervalli sempre più brevi al crescere della complessità.

Ne deriva che la logica giuridica regge solo su situazioni predeterminate per fatti semplici, ma con il crescere della complessità delle traiettorie delle varie azioni non vi è solo una crescita della complessità computazionale, bensì anche una indeterminatezza crescente in cui la logica giuridica viene a sfilacciarsi nelle eccezioni create dal variare della collisione tra le azioni, in quanto l’insieme non è la semplice somma di singoli passaggi logici predeterminati e totalizzanti.

Dobbiamo infatti considerare che, come afferma Bodei: “ con l’accelerazione degli eventi, l’esperienza – ossia il passato significativo – diventa sempre più povera, in quanto il presente non somiglia più al passato, e che la prevedibilità del futuro diminuisce, perché la sua immagine tende sempre meno ad avere i tratti del passato e del presente” (La filosofia nel novecento, Donzelli editore 2006).

 

Bibliografia

Lothar Philipps, Logica normativa illustrata, con un richiamo alla Teoria delle norme di Binding, rivista on- line, i-lex 10/2010 n. 10;

L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Einaudi, 1967;

L. Wittgeinstein, Tractatus logico – philosophicus, Einaudi, 1964;

C. Perelman, Giustizia e ragione, 1963;

I. Prigogine, Le leggi del caos, Laterza, 1993.

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