Riflessione sulla democrazia

Riflessione sulla democrazia

di Viceconte Massimo, Avv.

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Le possibili forme di governo sono state oggetto di infinite analisi nel corso dei tempi .

Considerata la sconfinata estensione della materia,ci limiteremo a esporre per il lettore le prime analisi politiche che sono state elaborate dai più importanti pensatori,evidenziando solo alcuni aspetti e riflessioni significative,per concludere con una succinta analisi sull’oggi.

Un posto di rilievo spetta ovviamente ai due più grandi filosofi greci.

Certamente Platone(1) non si dimostrò favorevole alla democrazia.

Nel corso del medioevo ebbe grande rilievo il paragone della forma democratica di governo dello Stato al governo di una nave.

< Ottimamente!» esclamai. «Sei stato tu a gettarmi in una discussione tanto spinosa, e poi mi prendi anche in giro! Comunque ascolta questo paragone e capirai meglio che fatica faccia a inventare cose simili!La sorte, a cui gli uomini più equilibrati vanno incontro in uno Stato, è più dura di qualsiasi altra: nessuno al mondo viene trattato così! Per farne un quadro che sia anche una difesa, occorre raccogliere elementi di oggetti diversi,come i pittori mescolano specie diverse e dipingono

capricervi e altri animali del genere. Immagina dunque una scena come la seguente su molte navi o su una sola : un capitano più alto e più grosso di tutto l’equipaggio ma un po’ sordo e miope, provvisto di scarse conoscenze nautiche; marinai in lite fra loro per il governo della nave, che ognuno di essi reclama per sé senza avere mai imparato l’arte della navigazione né essere in

grado di dire sotto quale maestro e in quali circostanze l’abbia appresa, anzi affermando che essa non si può insegnare , e pronti tutti ad uccidere chi affermi il contrario. Essi circondano sempre il capitano, pregandolo con la più viva insistenza di affidare loro il timone. E se talora ci riescono altri al loro posto, li uccidono o li gettano giù dalla nave. Poi rendono inoffensivo il buon capitano con la mandragora o il vino o qualche altro filtro e guidano la nave consumando le provviste, bevendo e mangiando, e navigano come possono navigare persone simili. Inoltre lodano con il nome di vero marinaio e pilota ed esperto di nautica chiunque sia in grado di aiutarli nel comando usando sul capitano o la persuasione o la violenza. Chi non li aiuta, viene biasimato come inutile, e non sospettano neppure che un vero pilota deve osservare l’anno, le stagioni, il cielo, gli astri, i venti e tutto quanto concerne la sua arte, se vuole davvero sapere come governare la sua nave, qualora alcuni siano d’accordo con lui e altri no; essi ritengono infatti che non sia possibile imparare la teoria e la pratica del pilotaggio e insieme fare concretamente il pilota.>(2)

Come noto Platone non apprezzava la forma democratica del governo.

Ne descrive così la nascita:

<<Nasce dunque la democrazia, io credo, quando i poveri vincono, massacrano alcuni, esiliano altri e con quelli rimasti dividono in condizione di eguaglianza il governo e le magistrature, che per lo più vengono quindi assegnate per sorteggio.>>.<<Questo regime» «è infatti la democrazia, sia che nasca per un intervento armato, sia che gli avversari se ne vadano in esilio per la paura.>>

«E in che modo governano costoro?» domandai<< E com’è un simile regime? E chiaro che l’individuo simile ad esso si rivelerà democratico.>>.<<Sì, è chiaro» rispose.<<Innanzi tutto i cittadini sono liberi, e lo Stato si riempie di libertà e di franchezza, e ognuno può fare ciò vuole?>><Così si dice, almeno!>> rispose.<<Ma è evidente che, dove esiste questa licenza, ognuno può organizzare la propria vita come gli pare.» <<Sì, è evidente.>>.<< Dunque soprattutto in questo regime, io penso, si possono trovare persone d’ogni risma.>>.

Che dire del funzionamento della democrazia secondo Platone: <Quando seduti tutti insieme in assemblea o nei tribunali o nei teatri o al campo o in qualche altra riunione pubblica, biasimano o approvano con molto strepito una parola o un fatto, sempre in modo esagerato, urlando e pestando i piedi al punto che le rocce e ìl luogo in cui si trovano ne rimbombano e raddoppiano lo strepito del biasimo e della lode. In tal caso, cosa credi che diventi, come si suol dire, il cuore di un giovane? Quale educazione privata potrebbe resistere e non essere sommersa da biasimi e lodi come quelli, senza lasciarsi travolgere dalla corrente e approvare ciò che approvano tutti e acquistare le medesime abitudini e diventare come loro?».

Vedi pure la bella introduzione a Platone Apologia di Socrate ,a cura di Manara Valgimigli, Piccola Biblioteca Filosofica ,ed. GIUS. LATERZA & FIGLI, BARI 1950 ,dove viene esposto il pensiero di Socrate ( Platone) sulla democrazia : <Non c’erano fatti nuovi; e c’era invece tutto 1′ insegnamento di Socrate, che durava da decenni e che ora massimamente era divenuto pericoloso. Che cosa era e che significava quella cosí singolare sapienza, o ignoranza, di Socrate, proclamata dall’oracolo, ond’egli unico sapeva di non sapere, e gli altri tutti credevano sapere

e non sapevano? La loro presunta sapienza gli uomini di stato, i quali segnatamente bisognava fossero sapienti in verità, la ricevevano dalle folle elettrici, cioè dalla sorte e dalla fortuna; e, conseguito cosí il loro ufficio di capi, cosí governavano. Si sarebbe mai affidato cosí, assegnato per sorte al primo che capitava, il governo di una nave? o aveva da esser governatore di nave solamente colui che di saper governare navi avesse dato prova e fatto esperienza? Che cosa erano questi diritti della esperienza e della competenza, questi privilegi e questa supremazia della intelligenza, sopra i diritti delle assemblee popolari e sovrane? Esperti di reggere navi, di fabbricare armi, di conciare pelli, di accordare cètere, erano questo e quello singolarmente, diceva Socrate: esperti del giusto e dell’ ingiusto, dell’onesto e del turpe, erano tutti? e tutti dunque erano capaci di dettare leggi e governare città? Ecco dove l’ insegnamento di Socrate era particolarmente sospetto e pericoloso. E certo, come codesto insegnamento aveva portato allora, nel 404, o aveva contribuito, alla rivoluzione oligarchica, poteva ora preparare o mantenere o suscitare le forze della reazione contro la democrazia restaurata>.

Ben diversa è la posizione dell’altro grande pensatore greco,Aristotele (3).

Premessa la distinzione tra le forme di costituzione rette e le deviazioni delle stesse:

<Fatte queste precisazioni, conviene studiare di seguito le forme di costituzione, quante sono di numero e quali, e dapprima quelle rette: definite queste, risulteranno chiare anche le deviazioni. Poiché costituzione significa lo stesso che governo e il governo è l’autorità sovrana dello stato, è necessario che sovrano sia o uno solo o pochi o i molti. Quando l’uno o i pochi o i molti

governano per il bene comune queste costituzioni necessariamente sono rette, mentre quelle che badano all’interesse o di uno solo o dei pochi o della massa sono deviazioni: in realtà o non si devono chiamare cittadini quelli che <non> prendono parte al governo o devono partecipare dei vantaggi comuni. Delle forme monarchiche quella che tiene d’occhio l’interesse comune, siamo soliti chiamarla regno: il governo di pochi, e, comunque, di più d’uno, aristocrazia (o perché i migliori hanno il potere o perché persegue il meglio per lo stato e per i suoi membri); quando poi la massa regge lo stato badando all’interesse comune, tale forma di governo è detta col nome comune a tutte le forme di costituzione politia.> .< Deviazioni delle forme ricordate sono, la tirannide del regno, l’oligarchia dell’aristocrazia, la democrazia della politia. La tirannide è infatti una monarchia che persegue l’interesse del monarca, l’oligarchia quello dei ricchi, la democrazia poi l’interesse dei poveri: al vantaggio della comunità non bada nessuna di queste>.

Sulla legittimazione del governo del popolo così si pronuncia Aristotele: <Ora, riguardo agli altri ci sia un altro discorso : che però la massa debba essere sovrana dello stato a preferenza dei migliori, che pur sono pochi, sembra si possa sostenere: implica sì delle difficoltà, ma forse anche la verità. Può darsi in effetto che i molti, pur se singolarmente non eccellenti, qualora si raccolgano insieme, siano superiori , non presi singolarmente,ma nella loro totalità, come lo sono i pranzi comuni rispetto a quelli allestiti a spese di uno solo. In realtà, essendo molti,ciascuno ha una parte di virtù e di saggezza e come quando si raccolgono insieme, in massa, diventano un uomo con molti piedi, con molte mani, con molti sensi, così diventano un uomo con molte eccellenti doti di carattere e d’intelligenza. Per tale motivo i molti giudicano meglio anche le opere di musica e le creazioni dei poeti: questo ne giudica una parte, quello un’altra, ma tutt’insieme gli uomini tutt’insieme.>

Altro concetto fondamentale per Aristotele e quello della eguaglianza :

<Poiché in tutte le scienze e arti il fine è un bene e il bene più grande e nel più alto grado si trova in quella più importante di tutte, che è appunto la scienza politica , e il bene nel campo politico è il giusto, e con questo intendo ciò che è utile per il vantaggio comune, ammettono tutti che il giusto è una forma di uguaglianza >.

Questo esasperato bisogno di eguaglianza che fonda la democrazia ateniese ci dà conto di quel singolare istituto che è l’ostracismo

<Se poi c’è uno così eminente per altezza di virtù, o più di uno, insufficienti comunque a costituire la popolazione d’uno stato, che la virtù di tutti gli altri e la loro capacità politica non siano paragonabili a quella di costoro, se sono più, o di costui, se è uno solo, non bisogna considerarli, costoro, membri dello stato: riceveranno un torto se saranno ritenuti degni della stessa condizione degli altri, essendo tanto diversi per virtù e per capacità politica: come un dio tra gli uomini è naturalmente un uomo siffatto. Donde è evidente che la legislazione riguarda di necessità uomini uguali e per nascita e per capacità, mentre per quelli, data la loro natura, non c’è legge: sono essi la legge e sarebbe ridicolo chi cercasse di redigere una legislazione per loro……… . Ecco perché anche gli stati retti a democrazia hanno l’istituto dell’ostracismo, proprio per tale motivo: essi, infatti, come sembra, perseguono sopra ogni cosa l’eguaglianza e per questo, quanti mostravano di possedere eccessivo potere o per la ricchezza o per le molte aderenze o per altre possibilità politiche, erano soliti ostracizzarli e bandirli dallo stato per un determinato tempo. Anche il mito racconta che gli Argonauti abbandonarono Eracle per un motivo del genere: Argo, cioè, non volle condurlo insieme agli altri perché troppo superiore al resto dei navigatori . Per ciò pure quelli che biasimano la tirannide e il consiglio di Periandro a Trasibulo si deve credere che non sono del tutto sereni nella loro critica (dicono, infatti, che Periandro non rispose niente all’araldo mandatogli per chiedere il suo consiglio, ma che mozzando le spighe più alte, livellò il campo: l’araldo non capì il motivo di tale gesto e riferì quanto era avvenuto, ma Trasibulo comprese che doveva togliere di mezzo le persone più in vista ). Ora questo non giova solo ai tiranni e non lo fanno solo i tiranni, ma avviene in modo eguale anche nelle oligarchie e nelle democrazie: in realtà l’ostracismo ha, in certo senso, lo stesso effetto che la soppressione e l’esilio delle personalità più in vista. Allo stesso modo agiscono nei riguardi di stati e di popoli i signori d’un impero, per es. gli Ateniesi con gli abitanti di Samo, di Chio, e di Lesbo (perché non appena ebbero rafforzato il loro dominio li immiserirono contro i patti) e il re dei Persiani umiliò spesso Medi e Babilonesi e quanti tra gli altri popoli erano orgogliosi per aver avuto anch’essi un tempo un impero.

Tale difesa vale in generale per tutte le costituzioni, anche per quelle rette: quelle che sono una deviazione l’applicano badando al proprio interesse, ma comunque, pure riguardo alle altre che mirano al bene comune si dà lo stesso caso. >.

Sulla concezione di democrazia in Grecia è essenziale leggere alcuni stralci del discorso funebre di pericle in Tucidide La guerra del Peloponneso ,a cura di Mauro Maggi, ed. Rusconi.

37. 1. In effetti, abbiamo un regime politico che non si propone di imitare le leggi dei nostri vicini: al contrario, proprio noi costituiamo un modello per alcuni, più di quanto non siamo imitatori degli altri. Quanto al nome, dal momento che è affidato non alla volontà di pochi, ma a quella della maggioranza, tale regime è definito democrazia. Per quanto riguarda le leggi, relativamente alle controversie di carattere privato, tutti si trovano in una condizione di parità mentre per quanto riguarda la considerazione riservata agli individui, ciascuno, quando eccelle in qualche campo, è anteposto negli onori pubblici non per la sua appartenenza ad un determinato ceto, ma per i suoi meriti personali; d’altra parte, per quanto concerne la povertà, se qualcuno è in grado di rendere qualche buon servizio alla città, non ne viene impedito dall’oscurità della sua condizione . 2. Il nostro comportamento è basato sulla libertà non solo nell’ambito degli affari pubblici, ma anche per quanto concerne i sospetti reciproci che possono sorgere dai comportamenti quotidiani: non ci irritiamo con il vicino, se questi fa qualcosa secondo il suo diletto, e non infliggiamo umiliazioni che, pur senza essere materialmente dannose, risultano tuttavia dolorose per chi le subisce. 3. Caratterizzati nell’ambito dei rapporti privati da questo atteggiamento tollerante, nell’ambito degli affari pubblici abbiamo grande timore di violare la legge, perché prestiamo obbedienza a coloro che di volta in volta ricoprono le magistrature e alle leggi: in particolare a quante di esse sono state concepite per aiutare le vittime delle ingiustizie e a quante, pur non essendo scritte, comportano per i trasgressori una vergogna da tutti riconosciuta.

E poco dopo:

40. 1. Noi amiamo ciò che è bello nella semplicità e il sapere senza mollezza. Utilizziamo la ricchezza più per le opportunità di azione che presenta, che non per vantarci a parole; e da noi non è vergognoso ammettere la propria povertà, ma lo è di più il non cercare di liberarsene con i fatti.

2. Una stessa persona è in grado di occuparsi nello stesso tempo degli affari privati e di quelli pubblici, così come quelli che si dedicano ad occupazioni <diverse> sono in grado di conoscere sufficientemente i problemi della città. Noi, infatti, siamo i soli a considerare chi non partecipa alla vita pubblica non come un cittadino tranquillo, ma come un cittadino inutile; e noi stessi esprimiamo giudizi o discutiamo come si deve sulle questioni, dal momento che non riteniamo che le parole siano un ostacolo per l’azione, ma piuttosto che lo sia il non essersi informati attraverso la parola prima di affrontare l’azione che deve essere intrapresa; 3. poiché, in verità, anche questa è una qualità che ci distingue dagli altri, e cioè il fatto che noi siamo particolarmente audaci nell’azione e nello stesso tempo responsabili nella valutazione delle imprese da intraprendere, mentre per gli altri l’ignoranza porta all’audacia e una valutazione responsabile alla indecisione; e giustamente possono essere considerati fortissimi d’animo coloro che distinguono nella maniera più chiara ciò che è temibile da ciò che è piacevole e che non per questo evitano di affrontare i pericoli. 4. Per quanto riguarda, poi, la generosità, noi ci opponiamo alla maggior parte degli altri: infatti non sono i benefici che riceviamo, ma quelli che facciamo a procurarci le amicizie che abbiamo; e colui che fa dei favori è un amico più sicuro, per il fatto che tende a conservare un debito di riconoscenza in colui che ha ricevuto i suoi favori dimostrando benevolenza nei suoi confronti; invece chi è debitore appare più debole come amico, poiché sa che, ricambiando la generosità, non acquisterà gratitudine, ma si limiterà a pagare un debito. 5. Noi soli, inoltre, portiamo aiuto agli altri senza alcun timore, non tanto tenendo conto del nostro interesse, quanto per la fiducia che è propria degli uomini liberi.>

Roma non conobbe la democrazia come la intendiamo noi.La repubblica era governata con un sistema misto.

Sul punto vedi Scherillo Dell’Oro Manuale di Storia del diritto romano,Istituto editoriale Cisalpino,1950

Pertanto in Roma si trovano ora ben quattro assemblee e cioè i comizi curiati basati sui <genera hominum> ossia sull’appartenenza a determinati gruppi gentilizi, i comizi centuriati basati sul censo, i comizi e i concili tributi basati su distinzioni territoriali. Gli ultimi due sono differenziati dal fatto che, mentre i primi si limitano a prendere in considerazione l’appartenenza ad una determinala circoscrizione territoriale, i secondi esigono, oltre a questa qualifica, quella di appartenente ad un determinato gruppo, cioè alla plebe.

E successivamente.

Valutazione della costituzione repubblicana. < Dopo aver tratteggiato la costituzione dello stato città, quale si viene a fissare in seguito alla sistemazione interna successa ai secolari torbidi, è possibile darne una valutazione d’insieme. Siccome è con questo ordinamento che Roma si venne espandendo ed arrivò a costituirsi suprema potenza mondiale, di tali risultati volle trovarsi la principale ragione nell’armonia delle sue strutture costituzionali. Uno straniero appartenente ad un popolo fiero della sua superiorità nel campo del pensiero, il greco Polibio , dopo aver lungamente osservato da vicino le istituzioni romane, ne diede un giudizio entusiastico, trovando nella costituzione romana un contemperamento armonioso delle tre forme politiche enunciate da Aristotele, in quanto ciascuno degli elementi della città-stato gli appariva avere una funzione, isolatamente osservata, dominante senza che tuttavia venisse a collisione con gli altri. Difatti il governo della cosa pubblica veniva retto dalla magistratura attraverso il criterio così detto collegiale che dava, sia pure con qualche contemperamento, l’amministrazione dello Stato interamente nelle mani di una sola persona con la conseguente attuazione del principio monarchico. Tuttavia veniva nel contempo affermato il dogma della sovranità popolare attraverso il riconoscimento alla deliberazione comiziale della massima efficacia, di modo che in pratica il magistrato, egli stesso tale in grazia del voto collettivo, doveva attuare le decisioni popolari non avendo il potere di creare norme giuridiche: da questo veniva affermata la democrazia. Inoltre il Senato raccoglieva gli uomini migliori della <civitas> affinati dalla pratica del governo e, vigilando sull’osservanza da parte dei magistrati delle disposizioni popolari, assicurava un pacifico funzionamento delle attività statali, influenzandole attraverso la propria stabilità e la propria competenza: il che poteva configurare la manifestazione del principio aristocratico.

Nelle considerazioni di Polibio c’è indubbiamente un addentellato alla verità, la quale però non soffre la rigidità di schemi dottrinali. Perciò l’opinione di Polibio risente forse troppo di una mentalità usa ai termini della filosofia politica e distratta, a causa degli avvenimenti di carattere internazionale, dall’esame in profondità della reale situazione romana. In Roma, difatti, come abbiamo già avuto più volte modo di osservare, si aveva il predominio di una ristretta classe di persone, che aveva la sua roccaforte nel Senato e che veniva pertanto a costituire un’oligarchia. Questo finirà per portare, insieme con altre cause, le quali però trovano tutte la loro ragione prima nell’insufficienza della costituzione alle nuove esigenze che si prospettano, alla crisi dello stato città.Tuttavia il nostro giudizio sulla costituzione or ora esaminato non può essere del tutto negativo, perché non bisogna dimenticare che proprio con tale costituzione Roma potè attuare la politica espansionistica e giungere al predominio mondiale: ma se la costituzione di stato-città consentì a Roma di farsi centro di un vasto impero, essa non gliene facilitava la conservazione. Questo problema costituirà il tema di quella parte della storia giuridica romana che si designa comunemente come crisi della repubblica.>.

Nel Medioevo non sembra che vi siano state manifestazioni di democrazie se non, forse, nei Comuni.

Con l’illuminismo si affermano le moderne teorie della democrazia( v.Rousseau etc.).

Sull’idea che si aveva della democrazia basta ricordare il pensiero del famoso romanziere Gustave Flaubert .<Ma per spianare la strada a un’aristocrazia dell’intelligenza e del sapere occorre anzitutto debellare la democrazia e abolire il suffragio universale -<vergogna dello spirito umano>- perché essi asservono tutto alla legge del <numero> e il < numero è notoriamente < idiota di per sé>( v.la Introduzione di Silvio Lanaro in Ernest Renan Che cos’è una nazione , ed. Donzelli,collana Virgolette, 2004.

Dobbiamo a questo punto domandarci se oggi nel nostro Paese ci sia democrazia.

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La democrazia moderna è troppo vincolata alla soddisfazione degli interessi dei propri elettori,per cui non può mirare al bene comune ,e quindi non è una “retta democrazia” (secondo la definizione aristotelica).

Nonostante l’apparenza formale ci sembra di potere dire che il potere è esercitato sub specie di democrazia dalle infinite corporazioni che perseguono non il bene comune ma il proprio particolare interesse.

Basterebbe ricordare la vicenda delle liberalizzazioni che ,proposte da vari governi, sono state respinte dalla reazione dei gruppi interessati. Soggetti appartenenti a schieramenti diversi si riuniscono ,superando le barriere politiche, opponendosi a quei provvedimenti legislativi che intaccano le loro posizioni di rendita ovvero esercitando pressioni indebite costringono i governi riformatori a ritirare i loro progetti.

Si parla da alcuni anche di Democrazia autoritaria ,che sembra di per sé una contraddizione in termini, che si verificherebbe laddove vi sia una <delega in bianco> che dovrebbe essere diretta a realizzare gli interessi generali, ma che invece viene spesso diretta a realizzare gli interessi della fazione al governo a scapito degli interessi degli stessi elettori;forse una deteriore lettura dell’ art.67 della nostra Costituzione ( <senza vincolo di .mandato>).

 

NOTE

(1)Le citazioni sono tratte da Platone Vol.II La Repubblica Collana I Classici del Pensiero ed.Mondadori 2008

(2) Come noto il pilota rappresenta il popolo;i marinai rappresentano i demagoghi.

(3) le citazioni sono tratte da Aristotele Politica Editori Laterza Collana economica Laterza 1995

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Viceconte Massimo

Avvocato e Dirigente d'azienda, si occupa prevalentemente di diritto della previdenza sociale e diritto del lavoro. Ha pubblicato quattro monografie e diversi articoli su numerosi Portali di settore giuridico, con i quali continua a collaborare.


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