Referendum costituzionale: Pd dice NO al dimezzamento degli stipendi dei parlamentari

Referendum costituzionale: Pd dice NO al dimezzamento degli stipendi dei parlamentari

Redazione

Riportiamo di seguito un abstract dell'articolo, che può essere letto integralmente su Leggi Oggi a questo indirizzo

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Per mesi Renzi, Boschi e Verdini ci hanno spiegato che la riforma costituzionale (clicca qui per sapere di più su Referendum costituzionale) serve a ridurre i costi della politica, per mesi hanno raccontato la frottola che chi vota NO è un ottuso trinariciuto che condanna il paese all’immobilismo.
Ora questo inganno è stato scoperto dal M5S: martedì di questa settimana si discute in parlamento la proposta dei grillini di dimezzare gli stipendi dei parlamentari.

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Gli stipendi dei parlamentari dimezzati?
Matteo Renzi, come fa sempre quando non sa che cosa dire, la butta in caciara, e provoca: paghiamo i parlamentari in base alle presenze: Di Battista è presente per il 37%, quindi lo paghiamo il 37%.
Ma chissenefrega di Di Battista: con la proposta grillina Di Battista, anche col 100% delle presenze prenderebbe il 50%. E così tutti gli altri. Punto.
Il referendum e i costi della politica: nessun risparmio?

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Come hanno sempre detto i sostenitori del NO, per ridurre i costi della politica non serve sfasciare la Costituzione e il senato, è sufficiente una legge ordinaria. Come dimostra la proposta grillina.
Sono ora evidenti a tutti quali sono gli scopi della riforma costituzionale: obbedire alla grande finanza internazionale, rappresentata dalle 3 famigerate agenzie di rating ( Moody’s, Standard&Poors, Fitch) che hanno provocato la crisi economica del 2008, e alle grandi banche d’affari, come JP Morgan, che in un suo studio accusava le costituzioni dei paesi mediterranei di essere troppo antifasciste, socialiste, troppo inclini alla rappresentanza e alla sovranità popolare.
Missione compiuta: la riforma costituzionale Renzi, Boschi e Verdini viene incontro alle esigenze del grande capitale finanziario, del pensiero unico neoliberista; con il suo viaggio negli Stati Uniti Matteo Renzi ha ritirato il suo premio Nobel per l’economia e per il pensiero unico neoliberista dal massimo esponente dei medesimi, il presidente degli Stati Uniti.
Non importa se ora alla Casa Bianca c’è il liberal nero Barack Obama: gli Usa difendono sempre e comunque la loro egemonia politica, economica e culturale, vedi ad esempio la proposta del TTIP e del CETA, per creare mercati unici globali che facciano a pezzi l’economia locale e di qualità.
Non è vero che la sfida è tra chi vuole cambiare e chi vuole lasciare tutto com’è.
Una riforma che si piega al capitalismo finanziario?
La sfida è tra chi non si vuole piegare alla logica del grande capitale finanziario e chi invece si è già venduto per un piatto di lenticchie a cena.
Tra chi vuole tagliare davvero i costi della politica e chi strumentalizza questo tema per togliere la rappresentanza e la sovranità del popolo italiano, calpestando la prima parte della Costituzione, quella che dicono, mentendo, che non è stata cambiata.
Seguirò giorno per giorno l’iter della proposta di legge del MSS e pubblicherò i nomi di tutti quei parlamentari che voteranno contro, e che alle prossime elezioni politiche dovranno renderne conto agli elettori, che siano per il sì o che siano per il NO.
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