Qual è il trattamento per il conflitto familiare?

Qual è il trattamento per il conflitto familiare?

di Redazione

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La domanda non appartiene ad una valutazione solo giuridica o giudiziaria del contenzioso familiare, ma ci introduce a nozioni e parole che riguardano invece la cura e il problem solving. La famiglia è il luogo dei conflitti: nella relazione, tra generi e generazioni, tra la famiglia ed il mondo che sta fuori.

Dove si impara a gestire il conflitto e le differenze. È anche il posto degli affetti e delle regole. Il mondo delle emozioni e delle relazioni nasce e si struttura nella famiglia. È qui che impariamo a stare in relazione con gli altri. È un luogo sacro di passaggio delle eredità e dei mandati: da una generazione all’altra. Attraverso i legami tra le generazioni si tramettono messaggi genetici, normativi, culturali, di fede, modelli parentali e di relazione. Nella famiglia l’individuo nasce e cresce e trasmette il mandato alle generazioni successive.

Ciò che riceviamo nella famiglia è parte costitutiva del nostro patrimonio, fisico e psichico, che portiamo nella comunità, in cui viviamo. La famiglia, nucleo sociale fondamentale, è relazione: di coppia e di stirpe, tra le generazioni precedenti e quelle future. I due piani, quello di coppia e quello intergenerazionale, incontrano nel ciclo vitale della famiglia frequenti momenti di transizione da uno stato relazionale all’altro: unioni, convivenze, matrimoni, nascite, la crescita dei figli, vittorie e sconfitte, dolore e gioia, giustizie ed ingiustizie, fallimenti ed inattesi successi, malattie, separazioni, morti. I legami familiari si trasformano e si ristrutturano ogni volta e con nuove aspettative, di solito fedeli al mandato ricevuto. Ogni transizione dà origine ad un conflitto ed avviene attraverso di esso. Ciò provoca disagio e sofferenza. Il conflitto può avvenire sul piano della relazione di coppia, quando si verifica una modifica rilevante o una frattura del legame coniugale o di convivenza, oppure, a livello genitoriale, interessare i figli, la loro vita e la loro crescita, il loro mantenimento, le regole educative, la loro residenza. Può coinvolgere anche il legame generazionale: tra nonni, genitori e figli. Può estendersi fino a quattro generazioni, riguardare la gestione delle convivenze, gli obblighi di mantenimento, il passaggio generazionale di eredità materiali e morali, l’assistenza al parente non autosufficiente. Si tratta di conflitti che possono coinvolgere anche i rapporti tra fratelli e sorelle. La caratteristica propria del conflitto familiare è quella di determinare effetti, talvolta disfunzionali, verso terzi che non ne sono parte, ma, in qualche modo, oggetto: a danno dei figli quando a litigare sono i genitori oppure dei genitori non più autosufficienti quando a litigare sono i figli tra loro. Una non corretta gestione del conflitto può negare le necessità di cura responsabile di coloro che dalla relazione, diventata conflittuale, dipendono. La famiglia, come ogni relazione sociale, è un sistema diverso dalla somma dei suoi componenti (1). La sofferenza di una parte determina quella del sistema e la sofferenza del sistema quella di tutte le parti.

Ecco dunque la necessità che il conflitto – inevitabile quale fase di adattamento della famiglia nelle transizioni imposte dalla vita – venga gestito secondo modalità utili ad un riequilibrio dell’intero sistema; quindi secondo modalità cooperative e costruttive. Il tentativo di ricercare una salvezza unilaterale nelle difficoltà della famiglia si risolve spesso in una gestione distruttiva della relazione che non consente utili vie di uscita. Una gestione costruttiva e cooperativa della vicenda conflittuale prevede la ricerca di soluzioni condivise del problema che ha dato causa al conflitto. Vantaggi e virtù apprese nella famiglia, attraverso i passaggi generazionali, vanno a costruire il sistema sociale. La famiglia consente a sua volta l’accumulo di un capitale sociale, generando beni e servizi assistenziali al proprio interno, senza spesa per la comunità, ma tramite scambi di reciprocità, di puro dono. È facile intuire come una gestione distruttiva del conflitto familiare comprometta tali preziosi meccanismi di rilevanza sociale.

La raccomandazione n. R (98) 1 del Comitato dei Ministri agli Stati membri sulla mediazione familiare adottata dal Comitato dei Ministri il 21 gennaio 1998 pone particolare attenzione alle vicende conflittuali della famiglia perché: – le dispute familiari coinvolgono persone che, per definizione, avranno rapporti interdipendenti e continui; – nascono in un contesto di emozioni dolorose e le incrementano; – la separazione e il divorzio hanno un impatto su tutti i membri della famiglia, specialmente sui bambini. La relazione familiare è per sua natura infungibile; non ha meccanismi relazionali che possano essere creati artificialmente a sostituirla. Tutte le situazioni di conflitto familiare meritano attenzione ed adeguato trattamento, ma, per la frequenza e la drammaticità delle questioni che pone, l’interesse degli operatori è centrato soprattutto sul tema della responsabilità genitoriale e la possibilità per i figli di sentire, per quanto si è fin qui detto, l’appartenenza ad entrambe le stirpi dei genitori dopo il cessare di unioni coniugali o convivenze. È soprattutto con riferimento a queste vicende che negli ultimi anni si è sviluppata un’importante riflessione sulle modalità più opportune di gestione del conflitto e si sono elaborate norme, teorie e tecniche per il superamento o la trasformazione della disputa familiare.

Perché si mette in discussione il trattamento giudiziario del conflitto familiare?

L’esperienza del conflitto nasce da una relazione primaria: cioè dalla vicenda familiare che ne costituisce causa. Si sviluppa per proprio conto secondo le possibilità offerte dal contesto sociale e giuridico in cui ha luogo. Vive una vita propria e crea una propria storia, collegata alla relazione di origine; ma strutturata ed arricchita da vicende del tutto nuove che possono accrescere i motivi del contendere o al contrario trasformare la disputa secondo schemi utili al raggiungimento di un nuovo equilibrio tra le parti. Fatti ed atti del conflitto sono agiti dalle parti in vista di un esito per loro soddisfacente della lite. I modi in cui può strutturarsi il conflitto sono offerti dal contesto e dall’ordinamento giuridico.

Diventano essi stessi parte del conflitto, determinano i comportamenti e i possibili esiti della disputa. Così il trattamento del conflitto coincide con il modo offerto alle parti per manifestare ed agire la loro contesa familiare. È difficile distinguere tra il modo con cui viene cercata una soluzione alle buone prassi per la composizione del contenzioso familiare conflitto, le ragioni di fondo oggettive e soggettive della contesa e i comportamenti con cui viene messa in scena. Nella famiglia, come sempre nel conflitto, ogni parte ha bisogno dell’altra per litigare e per ottenere soddisfazione ai bisogni che alla contesa sono sottostanti. La vicenda genera un rapporto di dipendenza reciproca non destinato a risolversi unilateralmente.

I genitori sono parti della stessa relazione, ma non la sperimentano mai allo stesso modo. Due sono i vissuti dell’unione e due sono le vicende separative. Qui risiedono le potenzialità del contrasto. Il processo è il modo che gli ordinamenti occidentali offrono per agire e cercare di risolvere le dispute. Tuttavia nella famiglia la tutela giurisdizionale dei diritti non consente, nella maggior parte dei casi, una completa trasformazione del conflitto, utile a sostenere il legame genitoriale al momento della separazione. Il processo come mezzo di trattamento del conflitto familiare presenta anzi controindicazioni perché si conclude, di norma, con un vincitore e un perdente. Si dice che è gioco a somma zero: una vincita da una parte ed una perdita dall’altra; difficilmente può soddisfare i bisogni della famiglia nella transizione ad un nuovo equilibrio dopo la separazione dei genitori. Il giudice non risana la vita delle persone e delle famiglie e non rimuove le cause dei conflitti; non riorganizza le relazioni.

Il conflitto familiare

D’altro canto, la logica del contraddittorio tende, inevitabilmente, a polarizzare e radicalizzare il conflitto in tensione verso il suo esito finale, e cioè la decisione del giudice. Ciò può determinare nelle parti – e in coloro che dalla relazione delle parti dipendono – ferite profonde, la cui cura potrebbe richiedere tempi molto lunghi o non essere possibile affatto, come si constata nell’esperienza. Non è compito del giudice sostituirsi ai genitori nelle scelte per i figli, specie per quelle quotidiane. L’ingerenza del giudice è giustificata solo quando sia impossibile raggiungere un accordo tra i genitori e quando il mancato accordo possa rappresentare un pericolo per il preminente interesse del minore (2 ). Nel corso degli anni è maturata negli operatori – provenienti sia dalla cultura psico-sociale che giuridica – la convinzione che la tutela giurisdizionale dei diritti non sia il modo più appropriato e completo per la neutralizzazione del conflitto familiare, mai comunque di prima scelta. Nel preambolo alla Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei minori adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996 è scritto: “… in caso di conflitto è opportuno che le famiglie cerchino di trovare un accordo prima di portare il caso avanti ad un’autorità giudiziaria”.

Il presente contributo è tratto

Guida alle buone prassi per la composizione del contenzioso familiare

Guida alle buone prassi per la composizione del contenzioso familiare

Cesare Bulgheroni, Paola Ventura, Marzia Brusa, 2019, Maggioli Editore

Negli ultimi anni il principio di bigenitorialità rappresenta sempre più il principale punto di riferimento per tutti coloro che, a vario titolo, sono chiamati a confrontarsi con la crisi della famiglia conseguente alla separazione dei genitori. La fine dell’unione di coppia...



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