Profili criminologici dei crimini contro l'umanità

Profili criminologici dei crimini contro l’umanità

Stile Giovanni

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Parte I

L’idea che le più gravi violazioni dei diritti umani, commesse con specifiche modalità (in sostanza, attuate in modo sistematico e/o su larga scala contro popolazioni civili, o nei confronti di gruppi di individui identificabili in base a motivi di ordine politico, razziale, religioso o sessuale) vadano considerate crimini contro l’intera umanità, la quale a sua volta è tenuta a monitorare, se possibile prevenire, e in ogni caso punire gli stessi, si è andata progressivamente e inesorabilmente affermando nel corso degli ultimi cento anni .

Questo processo storico è stato il risultato dell’iniziativa non solo di Stati e di attori governativi, ma anche e soprattutto di individui, gruppi, network organizzati e motivati, e numerosi altri attori non governativi; in altre parole, di quella che può essere definita una vera e propria “società civile” emersa a livello globale. Le organizzazioni non governative hanno spinto gli stati e altri attori globali (ad esempio imprese multinazionali) verso una maggiore compliance al rispetto dei diritti umani, e hanno spesso fornito importanti expertise, specie di tipo scientifico e legale.

Forse in pochi ambiti come in questo è possibile trovare una chiara conferma di quanto aveva a suo tempo sostenuto John S. Mill: «Una persona con un credo rappresenta un potere sociale equivalente a quello di novantanove persone che hanno solo un interesse».

Quella dei crimini contro l’umanità è una delle idee più significative e potenti mai concepite: un’azione o una pratica violenta e oppressiva arriva a esser vista come offensiva non solo dei diritti e dell’integrità della vittima diretta, ma indirettamente anche di quelli dell’intera umanità.

Sta evidentemente emergendo, in modo progressivo, un’identità cosmopolita che garantisce a un’entità universale (l’umanità) la capacità di essere offesa da questi atti, nonché il diritto di prevenirli e punirli. Il tema dei crimini contro l’umanità riguarda, in effetti, entrambi i sensi nei quali la parola “umanità” può essere declinata: umanità intesa come “senso di umanità” (humanness) e umanità intesa come “genere umano” (humankind). La domanda centrale di qualunque teoria dei crimini contro l’umanità è: in che modo questi atti violano il senso di umanità e per quale motivo offendono l’intero genere umano?

Alla base del concetto vi è l’idea fondante che vi sia un “collettivo umano”, legato da comuni capacità cognitive, sociali e spirituali; questo collettivo è qualcosa che ogni individuo condivide, e da cui trae una parte importante, se non preponderante, della sua identità, nell’implicito riconoscimento che il Sé e l’Altro sono mutualmente costitutivi.

La nuova “società civile” operante a livello globale ha contribuito alla creazione e alla diffusione di modelli cognitivi prima, e norme poi, operanti anch’essi a livello globale. Negli ultimi tempi, l’idea che l’individuo è cittadino del mondo, e che per questo il mondo è divenuto la sua Polis, o primaria unità politica di riferimento, si sta progressivamente trasformando in realtà, grazie al crescente numero di persone in grado di viaggiare e spostarsi nel mondo.

Tuttavia, ancora oggi la distanza geografica e culturale continua ad avere conseguenze sulle risposte cognitive, morali e legali che si attivano di fronte al manifestarsi di crimini contro l’umanità. Ciò è particolarmente vero soprattutto quando si tratta di casi distanti dall’attuale centro dell’ordine globale, cioè l’occidente. La differenza nei tempi e nei modi di reazione e di intervento nella crisi in Kosovo, da un lato, e in quella in Darfur, dall’altro, ne è una prova evidente.

Gli esseri umani mostrano una marcata attitudine verso l’empatia, vale a dire la capacità di comprendere e di identificarsi emozionalmente con l’altro. D’altra parte, ciò tende a manifestarsi primariamente all’epicentro della propria vita sociale (famiglia, tribù, stato-nazione), e molto meno con chi è “alieno”, ovvero collocato più lontano (non solo dal punto di vista geografico) rispetto all’individuo o al gruppo di riferimento.

Il parallelo e perdurante senso dei confini e della “territorialità” ci rende infatti altamente propensi all’alienazione intraspecifica (disumanizzazione), come evidenziato dall’altrettanto indubbia, e storicamente provata, capacità umana di dar luogo a vere e proprie campagne di sterminio nei confronti di popolazioni che si collocano al di fuori del gruppo di riferimento.

Per l’uomo anatomicamente moderno, che per molte migliaia di anni, prima della rivoluzione neolitica, ha vissuto in piccoli gruppi nomadi dediti alla caccia e alla raccolta, attraverso un meccanismo – potremmo dire – di “costruzione sociale della realtà” – l’estraneo, colui che non apparteneva al gruppo, spesso non era neanche considerato un vero e proprio essere umano, ma “qualcosa” in cui non ci si poteva (e doveva) identificare. Anche in seguito, nell’antica Grecia e a Roma, lo sfruttamento inumano e la facoltà di vita e di morte sullo schiavo erano giustificati dalla considerazione di quest’ultimo come non completamente umano. Nella Germania nazista la parola “untermenschen” (sottouomini), veniva usata per indicare prima i nemici politici, poi i popoli slavi e gli ebrei. Anche durante la guerra del Vietnam molti soldati americani avevano incorporato una forte negazione dell’umanità degli avversari, e persino la parola “killing” (uccidere) veniva regolarmente sostituita con “wasting” (devastare). In sostanza, quando si vogliono creare le condizioni adatte a vincere la naturale inibizione a uccidere dell’uomo, quasi sempre si ricorre a un processo volto a dis-umanizzare l’avversario da distruggere

Prima di proseguire, e passare alla parte più propriamente criminologica, si rende necessaria un’avvertenza. Nella parte che precede, così come anche nel prosieguo, ho utilizzato la locuzione “crimini contro l’umanità” in senso lato, così da ricomprendervi anche il genocidio e i crimini di guerra (altre volte, al posto di crimini contro l’umanità, ho adoperato la parola “atrocità”, sulla scorta del crescente utilizzo in lingue inglese dell’espressione atrocity crimes per indicare l’insieme delle più gravi violazioni dei diritti umani, vale a dire, appunto, i crimini contro l’umanità, il genocidio e i crimini di guerra).

A rigore, sotto un profilo prettamente legale, va comunque ricordato che nel diritto internazionale penale crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra costituiscono fattispecie di reato diverse.

Peraltro, se si passa dalla law in books alla law in action, anche sotto il profilo legale, quando le supposte atrocità vanno oltre i crimini di guerra, il loro inquadramento come crimini contro l’umanità può essere in effetti preferibile, specie quando l’alternativa è l’accusa di genocidio. Infatti i crimini contro l’umanità di uccisione (murder), sterminio (extermination) e persecuzione (persecution) coprono sostanzialmente gli stessi fatti che possono integrare il genocidio, e la possibile condanna è equivalente. Tuttavia, provare un crimine contro l’umanità è indubbiamente più facile che provare il crimine di genocidio, giacché non viene richiesta la prova che gli atti siano stati commessi con l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso (dolo specifico); è solo richiesto che gli atti siano diretti contro una popolazione civile, e che siano sistematici o diffusi. L’esperienza dei tribunali ad hoc per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda ha dimostrato le grosse difficoltà connesse a sostenere l’accusa di genocidio.

Un ulteriore elemento a favore dei crimini contro l’umanità è rappresentato dalla locuzione finale “…e altri atti inumani” (…and other inhumane acts) presente nella definizione contenuta nello Statuto della Corte Penale Internazionale. Tale inserimento è stato dettato proprio dall’esigenza di mantenere aperto e flessibile il concetto di “crimine contro l’umanità”, così da poter coprire in futuro nuovi tipi di atrocità, nonché nuove restrizioni ad eventuali pratiche oggi consentite.

 

Parte II

Rudolph J. Rummel ha calcolato che tra il 1900 e il 1987 nel mondo sono state uccise circa 262 milioni di persone da parte dei governi cui erano sottoposte (l’autore parla in questi casi di “democidio”). Nello stesso arco di tempo, il numero di omicidi (compresi quelli colposi) verificatisi nel mondo, e non rientranti nella prima categoria, è stato stimato in circa 1,7 milioni (Savelsberg, 2010). Dunque verosimilmente il rapporto è di circa 154 a 1.

Perché allora la criminologia si è dedicata molto poco a quelli che, non solo per la loro gravità, ma anche per la loro incidenza, dovrebbero essere considerati i “crimini” per antonomasia?

La letteratura criminologica, da una parte, e la scienza politica e la letteratura storica, dall’altra, non hanno quasi mai dialogato sulle più gravi violazioni dei diritti umani, nonostante appaia di tutta evidenza che ognuna delle due prospettive avrebbe molto da offrire all’altra.

I motivi che possono aver inibito, e tuttora inibiscono, questa auspicabile comunicazione tra saperi (approcci) diversi sono molteplici. In primo luogo, il lessico criminologico differisce sostanzialmente da quello utilizzato da coloro che tradizionalmente studiano i crimini contro l’umanità: i criminologi usano concetti quali controllo sociale, disorganizzazione sociale, anomia, subcultura, apprendimento, autocontrollo, ecc., mentre gli scienziati politici e gli storici discutono di fenomeni quali guerra, instabilità sociale, totalitarismi, rivoluzioni, ideologie razziste, ecc. In secondo luogo, gli studiosi dei crimini contro l’umanità di regola concentrano la loro attenzione su casi singoli, mentre i criminologi sono più propensi a individuare schemi e tendenze ricorrenti nell’ambito di teorie generali. In terzo luogo, coloro che si dedicano allo studio dei crimini contro l’umanità trattano in via primaria di casi del passato, mentre i criminologi di norma si dedicano ad avvenimenti presenti, o al massimo del passato più recente. In quarto luogo, gli studiosi dei crimini contro l’umanità di regola procedono con metodo induttivo, collezionando un ricco mosaico di dati empirici per poi arrivare a una spiegazione dell’evento, mentre i criminologi di solito procedono al contrario, usando un metodo deduttivo, vale a dire testando teorie generali (pre-elaborate) con i dati empirici disponibili. Infine, i criminologi, anche quelli che si pongono su un piano di analisi più strutturale, di regola si concentrano sempre sull’individuo e sul suo comportamento, cosa peraltro in linea con la tendenza del diritto penale moderno a collegare la responsabilità penale (quasi) esclusivamente agli individui. Dallo stesso approccio generale deriva anche che lo Stato, nella sua funzione di creare e far rispettare la legge, viene di regola escluso dal novero dei potenziali colpevoli. Sotto questo duplice profilo, gli studiosi dei crimini contro l’umanità manifestano indubbiamente una maggiore indipendenza rispetto a tale prospettica stato-centrica, sia riconoscendo lo Stato come possibile colpevole, sia considerando quale entità collettiva autonoma la moltitudine di attori e la complessità dei processi che possono culminare nei crimini contro l’umanità, intesi dunque quali particolari forme di azione collettiva.

Coloro che commettono crimini contro l’umanità sono caratterizzati da una personalità particolare?

L’evidenza empirica suggerisce che gli essere umani sono capaci di essere quantomeno spettatori, quando non esecutori, nel mezzo di brutalità e atrocità.

Nel 1972 Philip Zimbardo diede luogo a un celebre esperimento in cui simulò una prigione e le relative dinamiche guardia-detenuto. A tal fine furono selezionati ventiquattro studenti di college, maschi, attraverso batterie di test psicologici e interviste, per accertare che nessuno di essi lamentasse problemi psicologici o infermità fisiche o mentali, e che nessuno di essi facesse, o avesse fatto in passato, uso di stupefacenti o avesse precedenti penali. Attraverso un meccanismo di selezione casuale tra i venti, furono scelti nove detenuti e undici guardie. La simulazione, peraltro molto realistica, si svolse nelle cantine della facoltà di psicologia dell’università di Stanford. Poco dopo l’inizio della simulazione, il gruppo delle guardie si divise più o meno in tre gruppi. Le guardie “buone”, che si preoccupavano che i detenuti rispettassero le regole, ma nel contempo non infierivano su di essi in modo arbitrario, non li umiliavano, e anzi a volte facevano loro piccoli favori. Le guardie “cattive”, che tartassavano i detenuti, li chiamavano fuori dalla cella a qualsiasi ora per la “conta”, li costringevano ad insultarsi a vicenda; un prigioniero che aveva dichiarato lo sciopero della fame contro tali maltrattamenti fu costretto a dormire nudo e senza coperte sul pavimento; un altro fu costretto a pulire con le mani nude un secchio con gli escrementi che vi aveva fatto durante la notte; e così via. Le restanti guardie, più o meno un altro terzo, oscillavano da un tipo di comportamento all’altro, uniformandosi spesso al comportamento del gruppo di volta in volta prevalente in una determinata situazione.

Di fronte a questo tipo di trattamento, molti detenuti ebbero delle vere e proprie crisi psicologiche. Tre di essi andarono in depressione o furono colti attacchi d’ansia acuti, un altro manifestò una eruzione cutanea psicosomatica su tutto il corpo. Essi dovettero essere “rilasciati” prematuramente.

La cosa interessante è che, benché sarebbe stato abbastanza agevole uscire dalla simulazione, al limite minacciando Zimbardo e i suoi colleghi di denuncia (nessuno poteva ovviamente essere trattenuto contro la propria volontà, qualunque fosse stato l’impegno preso in precedenza), nessun detenuto prese questa strada. Al contrario, alcuni detenuti dissero ai propri familiari, durante le ore di visita, che desideravano consultare un avvocato! La realtà era stata ricostruita nella specifica situazione e attraverso le relazioni reciproche. La simulazione aveva smesso di essere una simulazione, ed era diventata la realtà, e questo sia per le guardie, sia per i detenuti, sia anche per gli scienziati.

Ebbene, per farla breve, la durata programmata dell’esperimento doveva essere di due settimane, ma tutto dovette essere sospeso dopo soli sei giorni.

Come è possibile che un gruppo di psicologi di fama avesse previsto una durata “sostenibile” dell’esperimento di due settimane, e invece lo stesso dovette essere interrotto dopo soli sei giorni? E com’è possibile che all’interno del gruppo delle guardie si crearono due tipi di comportamento così diversi, quello “buono” e quello “cattivo”, quando le condizioni psicologiche di partenza erano per tutti simili?

Da questo esperimento è possibile trarre una conclusione importante: la situazione in cui un individuo concretamente si trova ad operare è in grado di influenzare potentemente il suo comportamento, e inoltre non è praticamente possibile prevedere in anticipo quale tipo di comportamento egli assumerà.

È utile ricordare, a questo proposito, un caso storico particolare, quello che ha visto protagonista il Reserve-Polizeibataillon 101 tedesco tra il 1942 e il 1943.

Gli uomini che costituivano il battaglione di polizia 101 erano riservisti, in precedenza non avevano mai fatto parte di strutture militari o di sicurezza, né erano particolarmente indottrinati. Si trattava essenzialmente di uomini di mezza età, provenienti dal ceto medio-basso (per il 63% di estrazione operaia). Il 13 luglio 1942 gli uomini del battaglione entrarono nel villaggio polacco di Józefów. Al tramonto, avevano rastrellato 1800 ebrei: dopo averne selezionato alcune centinaia, da deportare in quanto in grado di lavorare, uccisero gli altri (circa 1500, tra cui bambini, donne e anziani). Questo massacro fu solo il primo di una lunga serie: in poco più di un anno, il Battaglione 101 uccise altre 38.000 persone e collaborò alla deportazione a Treblinka di oltre 45.000 ebrei.

Ebbene, è significativo che, esattamente come indicato dall’esperimento da Zimbardo, fu all’incirca proprio.un terzo dei poliziotti che manifestò un comportamento particolarmente crudele e spietato.

Tirando le somme, persone ordinarie, del tutto normali, possono diventare spettatori e finanche perpetratori di atti particolarmente atroci e brutali. Non è richiesta, a tal fine, una speciale personalità. Di contro, e fortunatamente, è anche vero che alcune persone non commetteranno mai questo tipo di azioni, mentre altre ancora lo faranno solo in specifiche circostanze. Non è possibile prevedere in anticipo come si comporterà una certa persona in una data situazione, tuttavia è possibile riscontrare alcune costanti – dunque, in un certo senso, esiste un qualche tipo di ordine nascosto all’interno di tali complesse dinamiche collettive – che si manifestano ad esempio nella regolarità delle proporzioni rispettive dei diversi comportamenti assunti. L’attenzione della criminologia andrebbe dunque indirizzata all’individuazione di quelle particolari condizioni sotto le quali persone ordinarie si trasformano nelle “guardie di Zimbardo”, in modo da poterle prevenire.

Considerato dunque che i crimini contro l’umanità vengono di regola perpetrati in ambito di gruppo, ne sono poi stati individuati due diversi tipi, ognuno caratterizzato da specifiche dinamiche: atrocità che nascono da situazioni di intensa paura e tensione (forward panics), e atrocità che invece seguono a ordini specifici, provenienti da autorità militari o politiche (standard operating procedure). Nel primo gruppo rientrano, ad esempio, molti dei casi di atrocità commesse in battaglia, mentre nel secondo rientra naturalmente l’Olocausto.

Mentre persone ordinarie sono capaci di commettere orrende atrocità, il compito può essere indubbiamente facilitato ove il personale venga specificamente selezionato e organizzato in gruppi che condividano convinzioni ideologiche profonde, e a cui sia fornita l’opportunità di imparare a commettere brutalità e atrocità nei confronti di altri essere umani. Ad esempio, i campi di concentramento stabiliti inizialmente in Germania fin dal 1933 sono stati i luoghi ideali di “apprendistato” in cui i membri delle SS, selezionati in base alle convinzioni ideologiche e inseriti in unità caratterizzate da una potente uniformità ideologica, hanno potuto apprendere, iniziare ad applicare quindi perfezionare le brutali tecniche successivamente utilizzate su scala enormemente più larga durante gli ultimi anni del secondo conflitto mondiale.

Se è vero che l’apprendimento all’interno di gruppi caratterizzati da appartenenza selettiva rappresenta uno dei meccanismi attraverso i quali le atrocità possono essere prima preparate e poi commesse, allora un legame con uno dei capisaldi della letteratura criminologica salta immediatamente all’occhio: Edwin Sutherland riteneva che il crimine non potesse (e dovesse) essere spiegato quale risultato di patologie individuali, ma che invece fosse da considerare come il risultato dell’apprendimento nell’ambito di gruppi significativi, al pari di ogni altro comportamento e attività.

Il comportamento deviante è dunque sulla base dei medesimi processi attraverso cui le persone apprendono i comportamenti conformi, in interazione con altri individui in un processo di comunicazione.

Sotto tale profilo, gli individui propensi ad assumere comportamenti criminali (o, nel caso che ci interessa, atrocità che si sostanziano in gravi violazioni dei diritti umani) sono individui che hanno appreso valori, norme, motivazioni, tecniche, capacità, nonché meccanismi di giustificazione, nell’ambito di associazioni differenziali basate su rinforzi e conferme sociali.

Naturalmente, lo studio dei crimini contro l’umanità implica l’allargamento di queste riflessioni a un livello più alto dell’organizzazione sociale, in cui è dato individuare l’origine degli standard devianti che caratterizzano il gruppo, perché – come già osservato – in tali casi è spesso lo Stato che organizza consapevolmente i gruppi finalizzati all’apprendimento e alla commissione del “lavoro sporco”, e inoltre è sempre lo Stato a promuovere l’apprendimento di valori e norme devianti attraverso massicce campagne (come ad esempio quelle orchestrate dal Ministero della Propaganda durante il Nazismo).

È noto, tuttavia, che anche coloro che partecipano alla commissione delle più brutali atrocità tendono a mantenere un facciata rispettabile, quali membri della società civile cui appartengono. Dato lo stridente contrasto tra le norme che informano la vita di tutti i giorni e il coinvolgimento nelle atrocità, essi tendono a ricorrere a misure protettive per mantenere il rispetto di sé. È frequente il ricorso a un arsenale di meccanismi di difesa, repressione e razionalizzazione che non possono non riportare alla mente le c.d. tecniche di neutralizzazione proposte dai criminologi Matza e Sykes, e in particolare: la negazione della responsabilità (le azioni realizzate sono il prodotto di forze incontrollabili); la negazione della vittima (la vittima meritava di subire il danno); richiamo a lealtà più alte (infrangere la norma era necessario per conformarsi a richieste del gruppo di appartenenza); richiamo a modelli sociali (il comportamento è diffuso).

Per inciso, è noto che anche ex post facto, e non solo per finalità di tipo “difensivo”, si attivano meccanismi simili, tesi a negare la responsabilità e individuale e collettiva, attraverso negazioni di tipo fattuale (“non è accaduto”), interpretativo (“ciò che è accaduto è stato qualcosa di completamente diverso”) o implicatorio (“è accaduto, ma io non vi ho preso parte”).

La teoria è interessante perché da un lato si collega alla teoria delle associazioni differenziali di Sutherland, e quindi dell’apprendimento sociale (le tecniche di neutralizzazione vengono apprese anche e soprattutto nelle dinamiche intragruppo), dall’altro può essere inserita anche tra le teorie del controllo sociale (descrive come si possano usare le razionalizzazione per attenuare o invalidare i meccanismi di controllo).

Eric Weitz, comparando l’Olocausto, le uccisioni di massa in URSS sotto Lenin e Stalin, quelli commessi dal regime di Pol Pot in Cambogia, le atrocità commesse in Bosnia, ha trovato tre fattori causali all’opera in tutti i casi: 1) l’affermazione di un’ideologia che collega razza (o classe) e nazione; 2) l’instaurazione di un regime rivoluzionario caratterizzato da vaste ambizioni utopiche che implicano un modello di “uomo nuovo”, basato sull’idea di razza (o classe), di “purezza”, e sull’eliminazione di elementi “alieni” considerati fonte di “inquinamento” sociale; 3) il verificarsi di un periodo di crisi generata da guerre e/o disordini o tumulti interni.

Se le crisi rappresentano il terreno fertile sul quale i demagoghi e i tiranni costruiscono una cultura dell’odio, allora la criminologia, anche sotto questo profilo, può ben dire qualcosa.

In effetti, le crisi che caratterizzano le epoche post-belliche o i momenti di depressione economica si associano spesso alla rottura dei legami sociali. I criminologi che hanno proposto le teorie della disorganizzazione sociale (livello macro) o del controllo sociale (livello micro) si riferiscono esattamente a questo tipo di situazioni.

L’allentarsi dei vincoli che legano un individuo a un determinato spazio ove si sviluppa la sua vita di essere sociale e l’indebolirsi dell’influenza dei gruppi primari incoraggiano l’aumento della devianza e del crimine. Si indeboliscono o vengono meno le relazioni sociali primarie, e i gruppi e le istituzioni del controllo sociale informale, quali famiglia, amici e lavoro, non sono più in grado di esercitare un efficace controllo sociale sui propri membri.

Ciò posto, la criminologia potrebbe (e dovrebbe) interrogarsi su come la disorganizzazione sociale che caratterizza i periodi di crisi sia in grado di generare non solo crimini individuali (convenzionali), ma anche crimini contro l’umanità, attraverso un processo ben noto che parte dalla destabilizzazione, passa per ondate di violenza collettiva, la nascita di movimenti autoritari e razzisti, la loro successiva presa di potere, per arrivare infine a dure repressioni e gravi violazioni dei diritti umani, e finanche eventualmente al genocidio.

Peraltro, i rischi derivanti dalla disorganizzazione sociale sono ulteriormente accresciuti quando si presentano delle opportunità favorevoli, quali obiettivi non protetti. In periodi di conflitti (etnici), tali obiettivi sono rappresentati naturalmente proprio e soprattutto dalle minoranze (etniche).

I tipi di atrocità che oggi sostanziano i crimini contro l’umanità sono stati indubbiamente un fenomeno ricorrente nella storia dell’uomo, tuttavia è indubbio che essi abbiano a volte assunto delle caratteristiche peculiari a causa della progressiva burocratizzazione legata all’avvento degli Stati moderni. Raul Hilberg, sulla scorta di quanto già precedentemente mostrato da Hanna Arendt (1963), ha fornito un quadro molto preciso del processo attraverso il quale fu minuziosamente organizzato il sistematico sterminio degli ebrei e di altre categorie di soggetti “indesiderabili”: un processo basato essenzialmente su una burocrazia perfettamente funzionante operante nel contesto di un regime totalitario. Sotto tale profilo, viene in rilievo anche un altro profilo legato alla burocrazia, vale a dire l’obbedienza all’autorità: una generale inclinazione ad obbedire all’autorità (amplificata o attenuata in funzione della comunità di riferimento considerata: nel caso di quella tedesca, tale inclinazione risulta particolarmente accentuata) può aiutare a spiegare come una moltitudine di persone “normali” abbia potuto contribuire, attraverso l’esecuzione di procedure operative standard, alla commissione di atrocità così grandi. Del resto, il noto esperimento di Stanley Milgram ha mostrato chiaramente che persone normali sono disposte a seguire acriticamente le istruzioni ricevute nell’ambito di un esperimento scientifico da parte del ricercatore (che rappresenta in quella specifica situazione l’autorità) fino al punto di provocare dolore intenso, e finanche il rischio di morire, a un altro essere umano.

Uno dei problemi maggiori è quello del passaggio delle responsabilità, con conseguente scarico delle stesse: gli esecutori scaricano la responsabilità sui livelli più alti della gerarchia, i quali a loro volta la scaricano sui livelli più bassi. Questo è reso possibile dalla struttura generale dell’organizzazione (Stato), dalla diluizione delle responsabilità conseguente alla radicale separazione tra coloro che prendono le decisioni e coloro che in ultima analisi agiscono sul campo; in tal modo i primi conservano le mani pulite, e i secondi mantengono pulita la coscienza.

È chiaro che il rischio che l’apparato burocratico statale sia utilizzato per commettere atrocità aumenta esponenzialmente nel momento in cui la divisione dei poteri e il relativo sistema di pesi e contrappesi, viene meno. Nei regimi totalitari in effetti la burocrazia diventa uno strumento (spesso una vera e propria “arma”) nelle mani di un potere politico altamente concentrato, potere che finisce per penetrare in modo pervasivo in ogni sfera della società.

Anche a tale proposito la criminologia può offrire un contributo rilevante.

In primo luogo, le teorie criminologiche del conflitto. Secondo questa prospettiva teorica, i conflitti insorgono tra gruppi che tentano di esercitare un controllo su eventi o situazioni particolari, nonché sulle risorse (che a loro volta sono funzionali ad esercitare il controllo e il potere). La legge costituisce una risorsa. I gruppi dominanti non solo sono in grado di usarla e applicarla per perseguire i propri fini, ma anche per colpire i gruppi subalterni. Dal momento che la legge incarna i valori di coloro che la creano, esse tenderà a criminalizzare maggiormente i comportamenti di coloro che non appartengono ai gruppi dominanti; evitare il rischio di criminalizzare i comportamenti di coloro che appartengono ai gruppi dominanti.

In secondo luogo, anche la teoria dell’equilibro del controllo (Control Balance Theory) proposta da Charles Tittle può contribuire a gettare nuova luce sulle dinamiche in esame.

L’assunto centrale di questa teoria è che il rapporto tra la “quantità di controllo” che ciascuno, da un lato, subisce da parte degli altri, e che, dall’altro, esercita sugli altri (control ratio), costituisce una variabile fondamentale in grado di incidere sulla probabilità di assumere comportamenti devianti in generale, nonché sulla probabilità di commettere specifici atti devianti in particolare. Un soggetto sperimenta un deficit di controllo quando altri (individui, gruppi, organizzazioni) sono in grado ridurre o bloccare le sue scelte, o quando il contesto strutturale rende difficile o impossibile il raggiungimento di obiettivi personali. Specularmente, un soggetto sperimenta un surplus di controllo quando (da solo o quale membro di un gruppo, organizzazione) è nelle condizioni di limitare o bloccare le scelte altrui e/o di opporsi efficacemente ai tentativi altrui di limitare le proprie scelte, o quando è in grado di superare le barriere strutturali che si frappongono al conseguimento dei propri obiettivi.

Secondo questa teoria, il rapporto tra il grado di controllo esercitato e il grado di controllo subito dovrebbe essere quanto più possibile vicino a 1. Se il rapporto è sbilanciato, in un senso o nell’altro – ovvero quando vi è un deficit o un surplus di controllo – ci sarà una maggiore probabilità di assumere comportamenti devianti e/o criminali in generale, e una maggiore probabilità di assumere specifici tipi di comportamento deviante e/o criminale in particolare, a seconda che sia dato riscontrare, per l’appunto, un deficit o un surplus di controllo. Un rapporto bilanciato, intorno a 1, predispone alla conformità, un rapporto sbilanciato, maggiore di 1, predispone a forme di devianza definite “autonome”, e un rapporto sbilanciato, minore di 1, predispone a forme di devianza definita “repressive”. A seconda del grado di squilibrio del controllo – andando dal grado minimo a quello massimo – queste due forme di devianza possono essere a loro volta suddivise in tre sottotipi: le forme “autonome” in exploitation (sfruttamento), plunder (saccheggio) e decadence (decadenza); quelle “repressive” in predation (predazione), defiance (sfida, disprezzo) e submission (sottomissione).

Riguardo in particolare alla forma di devianza definita decadence – che, in quanto legata a un estremo surplus di controllo, è quella che maggiormente può rilevare ai fini di un’analisi criminologica delle più gravi violazioni dei diritti umani – lo stesso autore include in effetti in questa categoria «i pogrom attraverso i quali leader politici o militari cercano di sterminare intere categorie di persone che ritengono indesiderabili (come nell’Olocausto imposto da Hitler o la distruzione dei Nativi Americani…)».

La criminologia ha dunque già intrapreso una prima, seppur ancora limitata riflessione circa la valenza criminogena di una estrema concentrazione del potere. È infatti indubbio che in tali casi le motivazioni e le opportunità per lo Stato di commettere crimini si moltiplicano e si amplificano, specie nel momento in cui una determinata categoria di persone è stata precedentemente definita come indegna di vivere.

Nello storia dell’occidente, a partire dal XVII secolo è grandemente aumentata la capacità dei governi di esercitare un controllo interno, grazie all’espansione del commercio, la nascita dei moderni sistemi fiscali, la strutturazione delle amministrazioni pubbliche, gli eserciti stabili, le infrastrutture dei trasporti, gli apparati di polizia, i tribunali, le prigioni, e il sistema di istruzione.

Questa espansione delle prerogative e capacità dello Stato ha avuto certamente conseguenze molto positive, tra cui una marcata riduzione della violenza interna, tra i cittadini, il che a sua volta, in una sorta di meccanismo di retroazione di tipo virtuoso, ha al contempo alzato il livello di sensibilità delle persone all’esperienza della violenza, nell’ambito di un generale processo di civilizzazione. Data questa nuova sensibilità, a tiranni come Hitler la storia ha riservato un giudizio diverso rispetto ad altri tiranni sanguinari del passato, ai quali spesso è stato assegnato lo status di “eroe” nonostante le atrocità commesse. Infatti la nuova sensibilità ha contribuito a istituzionalizzare la tradizione giudeo-cristiana secondo la quale la vittima, lungi dall’essere “impura” come ritenuto in passato, è da considerarsi al contrario innocente e “sacra”.

Allo stesso tempo, tuttavia, la crescente capacità dello Stato può avere conseguenze catastrofiche quando i controlli interni (attraverso la separazione dei poteri e il sistema dei pesi e contrappesi) ed esterni (da parte della comunità internazionale) vengono meno. La storia ha mostrato chiaramente quanto possa essere sanguinario il Leviatano nel momento in cui, sottratti i diritti ai cittadini, invece di proteggerli diventa esso stesso assassino. La furia omicida dello Stato può evidentemente manifestarsi e svilupparsi su una scala ben più larga rispetto a quella dell’individuo.

Come ben evidenziato da Stanton Wheeler a proposito del corporate crime, le organizzazioni possono diventare armi potenti nelle mani dei criminali. Se questo è vero, a maggior ragione lo stesso ragionamento vale per gli stati moderni. È stata infatti individuata una precisa relazione tra la nascita dello Stato moderno e la violenza mortale: in accordo con quanto previsto da Hobbes, inizialmente, nei primi stadi della strutturazione dello Stato si verifica una marcata riduzione della violenza, ma un eccessivo livello di concentrazione del potere dello Stato è in grado di generare un ingente numero di vittime. In quest’ultimo caso, quale contromisura non rimane alcuna alternativa disponibile se non il controllo esterno, vale a dire un controllo esercitato a livello internazionale.

Infine, secondo la Teoria Generale di Gottfredson e Hirschi, detta anche del “basso autocontrollo”, «la persona che manca di autocontrollo tenderà ad essere impulsiva, insensibile, fisica (in contrapposizione a mentale), amante del rischio, poco lungimirante, e non-verbale, e per questo tenderà a compiere atti criminali o altri atti simili», intesi quali atti finalizzati alla realizzazione del proprio interesse mediante la forza o la frode. L’esperimento carcerario di Zimbardo ci mostra l’estrema sensibilità dell’individuo al contesto immediatamente circostante, ovvero il grande influsso che, in determinati casi, la situazione può esercitare sulla personalità individuale. La prospettiva antropologica ci svela le dinamiche tribali e le erronee costruzioni della realtà che, nell’assenza del pensiero razionale e della conoscenza reciproca, portano a dis-umanizzare l’avversario.

Se si passa dal piano dell’azione individuale a quello dell’azione collettiva, è facile accorgersi che almeno in un alcuni tipi di atrocità (pulizia etnica, assassini di massa, genocidi, ecc.) di tipo meno “burocratizzato”, tutte le caratteristiche appena menzionate continuano a sussistere, seppur riferibili non più al singolo individuo, ma all’entità collettiva di riferimento. Spesso è un’opportunità favorevole che scatena gli eventi (ad es. la fine di un equilibrio politico che mediava le differenze etniche, o la schiacciante supremazia di un’etnia su un’altra); è indubbio l’uso della forza (mortale), con finalità spesso “politiche” (esiste quindi un “interesse” della collettività di riferimento); invece di “perdere tempo” in complicati compromessi e lunghe negoziazioni politiche, vengono preferite strategie immediate (eliminazione fisica dell’avversario); vengono privilegiate soluzioni rischiose (si mette in pericolo la propria stessa incolumità), poco pianificate (gli obiettivi presi di mira spesso sono del tutto casuali) ed eccitanti (l’assassinio di massa diventa una sorta di euforica orgia di sadismo collettivo); i vantaggi a lungo termine sono assolutamente dubbi (a causa del circolo vizioso della vendetta, e oggi, sempre più spesso, dell’intervento della comunità internazionale); vi è una totale indifferenza verso le proprie vittime e le loro sofferenze (benché spesso si tratti di donne e bambini inermi), a cui viene negato lo status stesso di “umanità” (attraverso l’umiliazione, la degradazione, la dis-individualizzazione, la distruzione dei simboli culturali, la negazione di una degna sepoltura); di frequente vengono preferiti strumenti di uccisione come coltello, ascia, machete, e non armi più moderne e “asettiche” (a suggello della regressione alla ferocia dello scontro tribale arcaico); nella maggior parte dei casi, le persone coinvolte sono qualificabili – almeno in riferimento al comportamento pregresso – come persone “normali” (come “normali” erano tutti i partecipanti alla simulazione carceraria di Zimbardo).

 

Conclusioni

Il potenziale incorporato nell’idea dei crimini contro l’umanità, specie quello di generare interventi umanitari, li rende una fondamentale cornice per mobilitazioni future di attivisti, ma al contempo, come tutte le forme di controllo sociale (questa volta esercitato a livello globale-planetario), si presta ad una ambivalenza di fondo. Come già a suo tempo sottolineato da Henri Donnedieu de Vabres, esperto legale francese e giudice del tribunale di Norimberga, «La teoria dei crimini contro l’umanità è pericolosa; è pericolosa per le persone, per l’assenza di una precisa definizione; è pericolosa per gli Stati, perché offre a uno Stato il pretesto per intervenire negli affari interni degli Stati più deboli». Circa cinquant’anni dopo, David Chandler ha manifestato la medesima preoccupazioni, affermando che «In Medio-Oriente, in Africa e nei Balcani, l’esercizio della “giustizia internazionale” significa un ritorno all’aperto dominio delle grandi potenze sugli stati che sono troppo deboli per prevenire pretese esterne nei loro confronti».

Sarebbe certamente inutile negare che tale rischio esiste, ed è grave. Tuttavia è anche e proprio l’affermarsi di una “società civile globale”, che si sostanzia nei diversi movimenti, associazioni, reti di pressione e network internazionali, ad attestare la progressiva erosione di uno dei fondamentali principi del mondo moderno, nonché, a partire dalla pace di Westfalia caposaldo delle relazioni internazionali, vale a dire quello della sovranità dello Stato. E questo vale non solo per gli Stati più deboli, ma anche per quelli più potenti e influenti.

Con l’avvento di un mondo globalizzato, legato da sempre più efficaci e penetranti mezzi di comunicazione, si va sempre più affermando un’idea di comunità umana che vada al di là dei confini territoriali, etnico-tribali e religiosi. È ormai evidente il desiderio di opporsi, marginalizzare, fino a far scomparire, alcune delle più nere e distruttive pratiche che hanno contrassegnato la nostra evoluzione bio-socio-culturale.

Infatti – come notato in precedenza – se è vero che gli esseri umani tendono a manifestare empatia in primo luogo all’epicentro della propria vita di relazione, è d’altra parte certamente anche vero che essi mostrano la capacità di estendere questa empatia verso comunità che vanno al di là di se stessi e di ridotte unità sociali, per allargarsi a circoli di inclusione progressivamente sempre più più ampi. Sotto tale profilo, si può dire che oggi questo circolo racchiuda virtualmente l’intero genere umano, proprio e anche in quanto esso si (auto-)percepisce in modo unitario grazie a reti di contatto e canali di comunicazione di ampiezza mai vista prima.

Da quest’ultimo punto di vista, le divisioni culturali che attualmente caratterizzano il nostro pianeta, e che negli ultimi tempi sembrano tragicamente acutizzarsi, posso essere interpretate come l’ultima estrema reazione di fronte a un inesorabile processo evolutivo che parte dalla tribù, passa per l’etnia, per lo stato-nazione e infine per le unioni sovranazionali. La prossima tappa – dopo l’attuale colpo di coda delle forze antimoderne – non potrà che essere una “comunità universale”, caratterizzata da una cultura umana globale, e il processo di globalizzazione in fondo non rappresenta altro che il compimento di questo imponente processo storico-evolutivo. Una cultura umana globale costituirà indubbiamente un potente antidoto alle difficoltà di comunicazione, alle incomprensioni, ai conflitti, alle guerre, e renderà sempre più ardua la possibilità di ricorrere alla dis-umanizzazione dell’altro, poiché arduo e innaturale è dis-umanizzare chi fa parte della stessa “tribù”.

In pochi anni, del resto, sono stati fatti importanti passi avanti. Si consideri, ad esempio, l’impunità che tradizionalmente era garantita ai leader politici per le atrocità da essi ordinate. Fino a poco tempo fa, anche il peggior dittatore poteva ragionevolmente sperare in un confortevole pensionamento (qualora fosse riuscito a uscire indenne dal processo di deposizione). Oggi le cose stanno progressivamente cambiando. Certamente, dittatori non più al potere, come ad esempio Saddam Hussein, rappresentano un obiettivo piuttosto facile. Tuttavia alcune prime crepe si stanno notando anche altrove, e l’idea che persino i leader dei paesi democratici possano prima o poi essere chiamati a rispondere di crimini contro l’umanità non appare poi così implausibile: è noto, ad esempio, che Henry Kissinger, segretario di stato durante le amministrazioni Nixon e Ford, e Donald Rumsfeld, segretario alla difesa durante l’amministrazione Bush, evitano accuratamente di recarsi in paesi dove potrebbero essere passibili di arresto e sottoposti a procedimento per crimini contro l’umanità.

 

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Giovanni Stile, avvocato, Ph.D. in criminologia, è ricercatore di diritto penale presso facoltà di Studi Politici “Jean Monnet” della Seconda Università di Napoli. È titolare dell’insegnamento “Economia e Criminalità” presso la medesima facoltà.

Relazione tenuta in Prishtina, Kosovo, in data 11 settembre 2010 in occasione della “International Conference: Penal Protection of Human Dignity in Globalisation Era, 11-13 September 2010, Prishtina, Kosova”.

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Questa cifra non comprende le vittime delle guerre.

Dati disponibili anche @ http://www.hawaii.edu/powerkills/NOTE1.HTM

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Tittle, ivi, p. 191

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Sul ruolo dei moderni apparati di Stato nell’esecuzione dei genocidi, si veda Hilberg, op. cit.; Bauman, Modernity and the Holocaust. Ithaca, 1989.

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Chandler, “International Justice”, in Archibugi D. (ed.), Debating Cosmopolitics. London, 2003, p. 37

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