Probabilità, indeterminatezza e rischio nella società globale

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

Dopo che era risultato difficile sia cogliere con formule sia rappresentare con voti i modi nei quali gli interessi individuali si possono comporre nell’interesse collettivo, l’etica pubblica, non diversamente dalla morale privata, doveva affidarsi all’immaginazione morale” ( 82- C. A. Viano, Etica pubblica, Laterza, 2002)

Nelle prevalenti e varie concezioni probabilistiche viene mantenuta una salda dicotomia bivalente sia nel caso che ci si riferisca alla frequenza oggettiva relativa all’accadimento degli eventi, sia alla concezione soggettivista per cui la probabilità non è che un riferimento in forma numerica relativo alle informazioni possedute in quel determinato stato dal soggetto, una interpretazione del tutto a sé è quella fornita da Kosko per il quale la probabilità non è che la misura di quanto la parte contiene l’intero, sì che viene a cadere la bivalenza in favore di una realtà determinata.

La ricerca attraverso la teoria probabilistica di una misurazione della verosimiglianza dell’ accadimento di un evento futuro ci porta alla riflessione sul rischio che pervade l’analisi economica e sociale moderna.

Una delle illusioni che la modernità ci ha portato è quello della possibilità di comprimere il rischio quasi fino al suo annullamento, sia attraverso la prevenzione di una tecnologia sempre più avanzata, sia attraverso un sistema di assicurazioni e riassicurazioni che coprano l’eventuale danno in termini economici, ma la sempre crescente complessità del sistema mondiale ha reso illusoria tale certezza, tanto in termini di costi che di eccesso di informazioni.

Il succedersi dei rischi è anche il frutto della civilizzazione, nuovi rischi seguono a ogni innovazione e il senso di incertezza che ne consegue è superato dalla “certezza” nei maggiori benefici e dalla possibilità che la crescente conoscenza faciliti il controllo del rischio stesso, tuttavia talvolta è la stessa maggiore conoscenza che rende consapevole dell’incertezza in un difficile rapporto tra sapere e non sapere ( Beck).

Nel controllo delle problematiche derivanti dal rischio e dalle ansie che ne conseguono i tecnici e gli scienziati hanno assunto funzioni sacerdotali, custodi ed esegeti di una verità così profonda e complessa da essere incomprensibile per la moltitudine, la tecnologia nata dalla scienza nella sua espansione produce scorie di rischio che la tradizione non può più interpretare e che da individuale diventa collettivo solo nel preciso momento in cui vi è l’azione disvelatrice del tecnico o dello scienziato.

I due concetti fondamentali della controllabilità e della compensabilità nati agli albori del sistema industriale mediante i calcoli probabilistici hanno bisogno di una loro definizione circoscritta in termini spaziali, temporali e sociali ( Adam-Barbara- Allan) nonché del principio di individualizzabilità dei sinistri, sì che la non spazialità, temporalità e individualizzazione del rischio collegato al sinistro, quale una crisi economica mondiale, rende incontrollabile il rischio stesso e non assicurabile, quindi non monetizzabile.

Come sottolinea Luhman non vi è nessun comportamento che sia esente dal rischio e pertanto da un pericolo, tuttavia l’attuale complessità crea un forte stato di interdipendenza tale da esservi un’impossibilità di distinzione nel subire gli effetti collaterali tra coloro che decidono e coloro che subiscono, se non in termini quantitativi, si parla pertanto di una vulnerabilità sociale che si estende al di là di un ben circoscritto spazio/tempo ( Kasperson-Kasperson).

Afferma Beck: Ovunque sono in agguato dei rischi. Alcuni vengono tollerati, altri no. Se certi rischi non vengono accettati, non è perché sono più pericolosi di altri?No di certo. Se non lo sono, è perché lo stesso rischio a uno sembra un drago, a un altro un lombrico. I rischi accettabili sono i rischi accettati. Questa apparente tautologia ci porta al cuore della questione: quanto maggiore e quanto più oggettivo appare un rischio, tanto più la sua realtà dipende dalla sua valutazione culturale. In altri termini, l’oggettività di un rischio è il prodotto della sua percezione e della sua ( anche materiale) messa in scena.” ( 24- 25).

Le nuove tecnologie aprono inimmaginabili vasi di Pandora nei quali la controllabilità degli eventi non rientra nella sola causalità ma interviene anche la volontà del nuocere, con le notevoli possibilità che nascono nel loro uso distorto a fini politici ed economici, si esce quindi dai danni collaterali per entrare nella pianificazione voluta.

La prevedibilità dei rischi, con i conseguenti interventi sempre più costosi, nel creare una “industria dei rischi” che si espande dalla assicurabilità all’impiantistica, dall’architettura alla medicina, dalla sicurezza ai mass media, viene di fatto a superare la calcolabilità dei rischi producendo nuova imprevedibilità e incertezza che può essere più o meno messa in scena, da fattore puramente tecnico si trasforma in un fattore prevalentemente culturale ( Beck), nel quale la sintesi tra scienza, burocrazia e capitalismo può portare ad una nuova forma di “prigione” ( Weber) in cui le esperienze del passato ci auto-ingannano come in economia le teorie delle oscillazioni, nel sistematizzare il rischio, appaiono negare la possibilità di crolli catastrofici dell’economia mondiale reale.

Abbiamo sottolineato che il rischio e la sua evidenza è prevalentemente un fattore culturale, quello che è un rischio per un gruppo non lo è altrettanto per un altro, quello che è disastroso per alcuni è una occasione per altri o ancora una fatalità, quindi nell’affrontare il rischio si contrappongono i concetti di precauzione e quello del lasciar fare, quello di volere tutto controllare socialmente e quello di lasciare al singolo la responsabilità della scelta.

Nel calcolare il rischio la tecnica assume un valore etico attraverso la matematizzazione, fornendo al singolo la copertura assicurativa contro l’insicurezza delle relazioni moderne, un “contratto sociale” con cui riaffermare la “fiducia” nelle istituzioni e nelle imprese, purtroppo la crescente complessità derivante dal progredire della conoscenza e dall’esplodere delle relazioni globali determina di fatto delle “irresponsabilità organizzative” nelle quali si nasconde l’imprevedibilità (Beck).

Wildavsky teme che “la rimozione delle probabilità di errore nel calcolo dei rischi conduca a una sopravvalutazione dei pericoli e quindi a una sovrareazione e sovraregolazione di tutti gli ambiti dell’agire sociale nel senso di una politica preventiva di schivamento dei rischi” ( 200- Beck) nell’estremo tentativo di riaffermare la fiducia nelle istituzioni rilegittimandole, tuttavia dobbiamo considerare che tanto più un modello ha successo e diventa prassi tanto più i suoi effetti possono diventare incontrollabili e imprevedibili, necessitando di correzioni che proprio per il suo successo diventano così socialmente ed economicamente costose da essere improponibili, solo la successiva catastrofe ne permetterà l’introduzione.

La società post-industriale nel volere controllare utopicamente il rischio auto-legittimandosi, di fatto nega e pone fuori dall’orizzonte delle società avanzate l’aspetto antropologico della fragilità dei fondamenti biologici, in realtà deve ricordarsi che tra sicurezza e sicurezza probabile vi è una enorme differenza e che la tecnica può solo fornire una probabilità di sicurezza (Hafele), se la probabilità è importante in “ambienti incerti” in “ambienti complessi” quel che conta è la percezione dei fenomeni ( Olivotto).

 

Bibliografia

  • Adam – Barbara, Timewatch. Per un’analisi sociale del tempo, Baldini Castoldi Dalai ed. 2005;

  • U. Beck, Conditio umana. Il rischio nell’età globale, Laterza 2011;

  • N. Luhmann, Sociologia del rischio, Bruno Mondadori 1996;

  • J. X. Kasperson – R. E. Kasperson, The social contours of Risk, Eathscan, London 2005;

  • M. Weber, Economia e società, Einaudi 1999;

  • A. M. Tarantola, Per un efficace presidio dei rischi: le lezioni della crisi, in E & M – Sda Bocconi, 74-80, Etas 1/20012;

  • L. Olivotto, valore e sistemi di controllo. Strumenti per la gestione della complessità, Mc Graw- Hill 2000.

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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