Mediatore familiare: come e perche’ nell’affidamento congiunto

Mediatore familiare: come e perche’ nell’affidamento congiunto

di Corbi Mariagabriella

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Nel testo della legge 54/2006 si evidenzia la necessità di salvaguardare il legame genitoriale. Questo necessita dell’aiuto di un Mediatore Familiare. Il testo definitivamente licenziato dal Senato infatti non prevede alcun cenno alla mediazione familiare, abbandonando così ogni riferimento contenuto nell’originario disegno di legge.

La mediazione familiare è relegata solo alla fine del testo legislativo “come possibile strada alternativa ad una lite già iniziata”; l’eventuale supporto di un Mediatore Familiare è destinato alla discrezionalità del giudice. Il passaggio preventivo ad un centro di mediazione familiare, come previsto nel disegno di legge e stabilito come modalità applicativa nei vari paesi d’Europa, viene a mancare. Questo costituisce uno dei limiti della legge 54/2006; l’importanza di aiutare la famiglia separata raggiungere lo scopo  della “transizione” non riguarda solo la famiglia, ma anche la società. “La mediazione familiare può essere la modalità più adatta per andare incontro alle famiglie nel superamento della transizione”. (Cigoli, 2000)

”Separarsi” o “divorziare” fisicamente non implica l’aspetto psichico, infatti l’elaborazione e la comprensione individuale che hanno condotto alla fine del legame, discorrere delle modalità della fine, modalità paradossale, è un atto consapevole “come insieme si stringe il patto, così insieme lo si scioglie”. Non è facile per una coppia mettere in essere tale sistema civile, poiché il legame può aver subito vari diverse influenze esterne (parentali), materiali (finanziarie ed organizzative) senza contare in termini psichici che fisici e, in genere, non sono affatto valutati e messi in conto dai partner.
Al capolinea di un rapporto di coppia ci si presenta un percorso difficile e faticoso, un vero e proprio lavoro psichico di costruzione e rivisitazione del matrimonio oramai sfumato: dare la giusta luce a fatti e vissuti nei precedenti anni, discorrendo di ciò che è stato fonte di dolore e di ingiustizia, l’esistenza di ricordi piacevoli, sapendo scremare, dal legame, qualche aspetto e reminiscenze ancora salvabili e rinforzando  la responsabilità e la figura genitoriale. La Mediazione Familiare può essere il “traghetto” della coppia che si trova nelle condizioni di dover transitare dalla sua storia coniugale a quella individuale.

La professionalità del mediatore viene offerta alla coppia che si accinge alla separazione o che ha in essere la rottura del legame, e necessita di un tempo e di uno spazio appositi per riorganizzare la famiglia, bene ed affetti; uno spazio-tempo di passaggio (transizione), che, progressivamente, consente ai due coniugi in crisi di riconoscere e razionalizzare le proprie angosce trovando la capacità di essere parte attiva nel riordino della propria vita.  La mediazione familiare viene ad essere, mediante un percorso organizzato e ponderato a misura di coppia, uno strumento per addivenire a decisioni più importanti riguardanti sia la cura e l’educazione dei figli, che la divisione dei beni; più precisamente, la Mediazione Familiare riconsegna ai due partner la dignità di soggetti non solo bisognosi, ma desiderosi e capaci di assumere decisioni inerenti al proprio futuro e a quello dei figli, riappropriandosi di ruoli e funzioni che non possono essere definite ed imposte da nessun altro.

E’ indiscussa la prevalenza dell’aspetto razionale rispetto a quella emozionale, quindi si passa dalla “separazione dei coniugi” all’”unione dei genitori” nell’ottica dell’ 1, comma 2, della legge 8 febbraio 2006, n. 54 (Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli). Si dividono i beni, si separano gli spazi, si interrompono i rapporti ma contemporaneamente si rinforza un dialogo sui figli e si stimolano i genitori nel prendere decisioni comuni nei loro riguardi. Pertanto ruolo del mediatore è quello di stimolare la coppia lungo questa strada, di coadiuvarli nel recupero di una fiducia reciproca e, quando necessita, di tener viva la “bigenitorialità”.

Il mediatore lavorerà dunque insieme alla coppia su due fronti: quello della coniugalità e quello della genitorialità. In primis è quello di trattare la fine psicologica/emozionale del legame.

Solo il riconoscimento obiettivo dell’esistenza del legame porta a discorrere del suo iter in maniera oggettiva, nel senso di accettarlo per quello che è stato, sapendo, al contempo, riproporne il valore e rinsaldando determinati aspetti che lo hanno caratterizzato (la complicità, la condivisione di valori etc.). La transizione da coppia coniugale a quella genitoriale è un reiterare e rinforzare quella volontà di preservare “il bene comune”: i figli. Esso rappresenta un passaggio e non una sparizione; non è possibile uscire dal legame annullandolo, anche se questo è la prassi per molti individui anzi vi è l’uso indiscriminato dei minori , come asserito tramite la trasmissione di “Striscia la notizia” del 04.11.2008 dal Direttore dell’Osservatorio dei Diritti del Minore di Milano dove evidenziava l’”immissione nel tritacarne giuridico dei minori…..”
Definiti i rapporti,  da non confondere con “legame disperante” (segnate dalla discordia coniugale e contemporaneamente dalla speranza senza fine di una riconciliazione) – ove necessita la presenza di uno psicoterapeuta al fine della elaborazione emotiva pre – mediazione  – si possono iniziare a definire i confini tra il rapporto esistito e quello in divenire.
Ogni passaggio genera confusione che abbinato al trauma emotivo genera conflitti ed aggressività conseguente alle frustrazioni.
L’uscita dalla confusione da parte degli adulti, implica sempre sia consapevolezza che il rilancio del legame e permette, soprattutto, la riorganizzazione dei rapporti  e il superamento delle difficoltà causate dal divorzio. Nelle separazioni di separazioni ove si registra la presenza dei figli gli ex coniugi  devono assolvere un il compito più complesso poiché la coniugalità è legata alla genitorialità.

E’ indispensabile, per la buona gestione, riuscire ad avere un equilibrio  tra l’essere ex partner e l’essere ancora genitori, ossia distanziarsi come  coppia, disinvestendo dal punto di vista emotivo-affettivo, e mantenendo un briciolo di stima e comprensione verso l’altro come  genitore. La collaborazione genitoriale viene suffragata dall’anamnesi delle famiglie di origine – cosa difficilmente assolta dagli ex coniugi, anche se la legge n° 54 del 2006 riconosce come diritto dei figli a mantenere rapporti continuativi e significativi con relative parentele.

L’apporto generazionale dato dall’interland parentale è fondamentale come stimoli ma anche basilare per la ricostruzione delle proprie “radici” dopo la separazione dei genitori e, da non sottovalutare, risultano essere risorse nei momenti di difficoltà. Il passaggio traumatico della separazione-divorzio comporta, spesso, un raffreddamento delle comunicazioni familiari come a mostrare una specie di contrazione in situazione isolata. Gli ex partner si allontanano da tutto ciò che ricorda il loro passato rapporto, ma, in questo caso, raccogliendo le forze bisognerebbe essere più freddi e distaccati dalla quotidianità per poter essere d’ausilio ai figli in questo passaggio traumatizzante e traumatico.

Il mediatore viene ad essere il “traghettatore”, che si trova nella condizione di “terzo neutrale” per dover e poter fare chiarezza nelle proprie relazioni intime, di prendere decisioni, di affermare esigenze in presenza di risorse personali e sociali insufficienti, in pratica un “Io sostitutivo” comune che stimola la ricerca . La Mediazione Familiare diviene il mezzo utilizzato per la messa in atto di un progetto, che per essere realizzato richiede uno spazio e un tempo, ma anche delle risorse. Esse non stanno solamente nella relazione di coppia e nella relazione con la parentela, ma anche nell’abilità e nella competenza del mediatore. In tal senso si può dire che l’abilità del mediatore si misura dalla capacità di strutturare un setting adatto al tipo di risorse in campo; si tratta insomma di “sapere con cura chi si incontra”.

Essendoci stili di coppia diversi, le modalità di scissione del legame possono essere differenti; infatti il mediatore può incontrare coppie in cui il coinvolgimento delle funzioni genitoriali è relativo e altre in cui tale coinvolgimento è rilevante, coppie in cui c’è un eccesso di tensione e di confusione e che abbisognano di un collante saldo che rinforzi la responsabilità genitoriale e che sia sensibile alle norme educative e al perseguimento di accordi in proposito, e altre coppie ancora che, non sono in grado, al momento, di affrontare personalmente e congiuntamente la riorganizzazione della vita familiare. Occorre che il mediatore sappia comprendere il tipo di rapporto esistente tra i due e stabilire se e come condurre le varie sedute.

Le prime sedute di mediazione, infatti, si basano sull’analisi della possibilità d’intraprendere il percorso per poi valutare, insieme alla coppia, se intraprendere o meno tale strada.

Il mediatore dunque affronta ed ascolta tematiche precise: lo stadio in cui la coppia si trova, l’anamnesi coniugale, le famiglie di provenienza ed i figli; il tutto tenendo presente i due punti di vista, tutelando lo spazio reciproco di comunicazione e, aspetto ancora più importante, limitando il campo di indagine rispetto all’obiettivo. Domande particolari e mirate allo stimolo, l’ascolto empatico e quindi l’accettazione dell’emotività delle parti, mette il mediatore nelle condizioni di capire il livello dl’investimento di entrambi i coniugi nel rapporto matrimoniale e decidere quali tecniche utilizzare per poter far sì che la coppia possa essere coinvolta nella realizzazione di un progetto comune quale la riorganizzazione familiare.

Durante la mediazione si può dunque parlare delle difficoltà di ciascuno dei partner di porre fine alla vita coniugale, delle responsabilità genitoriali, dei problemi connessi alla gestione della quotidianità, ma anche dei bisogni di ciascuno sia dal punto di vista economico che affettivo.

La mediazione familiare è un processo particolare, caratterizzato da un tempo in cui si intende raggiungere un obiettivo concreto e da uno spazio che permette una libertà di parola altrimenti impossibile. Di fronte al mediatore, infatti, c’è la possibilità di dire le cose più vere, anche se faticosamente, e di dar vita ad un percorso che permetterà poi di rispettare gli accordi. Il mediatore dirige il processo e di questo è il responsabile; il suo ruolo, come terzo neutrale, equidistante e al tempo stesso vicino al problema, è quello di agevolare la comunicazione e di favorire le trasformazioni, senza il quale la coppia si troverebbe travolta e schiacciata dalla crisi.

La mediazione perciò riapre una parentesi comunicativa all’interno della coppia separata, ridefinendo confini e relazioni e quindi di raggiungere accordi che siano fondati, stabili il più possibile nel tempo perché nati da una consapevolezza e da una messa in atto materiale. In realtà può costituire uno strumento di grande utilità, poiché può consentire una buona riuscita dell’affidamento condiviso anche se applicato nei confronti di coppie ad alta conflittualità. Rivendicazioni, rancori, figli contesi e triangolati, sono questi gli elementi che caratterizzano spesso i rapporti tra coniugi che vivono una crisi da separazione.

La mediazione familiare, si propone di aiutare le coppie a trovare vie d’accordo e di cooperazione per risolvere i loro problemi, offrendo un’alternativa concreta per vivere in modo diverso il conflitto, che spesso si presenta in maniera circolare che tende a ripristinare le emozioni di rabbia e di dolore. L’azione della mediazione muta il conflitto da punto d’arrivo a punto di partenza, trasformandolo da punto d’attrito ad argomento di base a favore di azioni positive, ovvero come un’opportunità per capire, mutare, ed apprendere.
Il Mediatore Familiare entra nei meandri della crisi familiare, attuando la gestione della relazione e della comunicazione durante le sedute. La fase separativa di una coppia rappresenta un momento delicato e carico di emozioni contrastanti per chi lo vive, ma comunicare al di là del conflitto è possibile. Tramite un percorso di 10/12 incontri, la coppia che si avvale della  mediazione ha la possibilità di esprimere, in un contesto neutro ed accogliente, lo svolgere della sua esperienza sviscerando emozioni, rabbie, incomprensioni, attenuando il conflitto e riorganizzando il futuro.

Il mediatore, dunque, ha il compito/dovere di creare un clima migliore di accettazione reciproca e favorire l’organizzazione familiare, nel rispetto degli interessi dei figli, siano essi emotivi o materiali.

L’inserimento della figura del mediatore familiare nella legge 54/2006  è a favore dei minori, dunque essi hanno il diritto alla migliore applicazione di essa che li tuteli dal fallimento del progetto familiare senza divenire le vittime innocenti di tale processo.

 
Corbi Mariabriella

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