Libertà, coscienza e causalità

Libertà, coscienza e causalità

Sabetta Sergio

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“ …a costituire la sensibilità è l’organizzazione dinamica, non le “cose” e neppure la sensibilità a livello delle cellule neuroniche che costituisce il substrato”

( Deacon-579)

Il concetto di libertà pone di per sé stesso l’esistenza di un limite e quindi di qualcuno o qualcosa che ci limiti, essa quindi è relazionale e nasce in un rapporto tra una nostra esigenza che si rafforza e determina nel possibile contrasto configurabile nel limite naturale posto dall’altro. E’ quindi l’organizzazione sociale che fa sorgere la necessità della libertà, come la ricerca della perfezione che può nascere anch’essa solo dal nostro raffronto quotidiano.

L’uomo nel nascere e formarsi in gruppi sociali subisce una propria configurazione prima dell’esigenza e successivamente del concetto di libertà stessa, una variabilità che fa sì che vi siano molteplici esigenze e relativi concetti di libertà.

Questa nel raffrontarsi con i limiti si comunica come esperienza derivante dal raffronto, ma per poterlo fare deve esservi innanzitutto un modello di coscienza del sé, concetto del sé che non può maturare senza un senso di controllo personale ( Bandera, Heider).

Sostanzialmente la coscienza è una consapevolezza di sé che si risolve nella consapevolezza di essere consapevoli, quindi in una unitarietà delle nostre esperienze che crea la soggettività, la quale rende problematica una eventuale oggettivazione delle caratteristiche della coscienza ( Searle, Nagel), l’elemento cruciale che ne emerge è la consapevole attenzione che permette di concentrasi sull’evento cruciale che ci troviamo di fronte superando e accantonando per tale via le altre esperienze ( Kandel).

Gli aspetti genetici ci inducono a dubitare della libertà della nostra coscienza, come se fossimo programmati in forma di “inevitabilità”, tuttavia osserva Marcus che “proprio perché i geni non sono progetti ma ALLORA che sono sempre accompagnati da SE, non c’è alcuna ragione per leggere la biologia come qualcosa che non ci lascia spazio per un cambiamento” ( 206); la logica fondamentale è quindi data dal combinarsi del SE regolatore con lo stampo per la proteina ALLORA ( Marcus), ma la possibilità di agire sull’uomo è limitata dalla complessità dell’interazione biologica che vi è alla base la quale non ci permette di passare dai principi generali ai dettagli, con il rischio suggerito da Fukuyama di sprofondare in un caos etico.

Libet ha ipotizzato che l’azione involontaria ha inizio in una parte inconscia del cervello, ma che nel momento iniziale dell’avvio intervenga la coscienza per approvare o proibire, in altre parole noi siamo consci soltanto del risultato finale, il libero arbitrio si risolve quindi per Gregory e Ramachandran in una “libera non volontà” ( Kandel).

Sono i vincoli che costituiscono i sé, in una evoluzione dai sé di livello inferiore che nel degradarsi dei caratteri costitutivi costruiscono altri sé di ordine superiore con una tendenza alla modularità, tanto che Deacon afferma che “i cervelli mediano la distinzione tra sé e l’altro da sé avvalendosi della dinamica stessa del sé” ( 535).

Bisogna concentrare l’attenzione sulla capacità di liberarsi dai vincoli determinati, di per sé necessari alla chiusura e funzionamento di un complesso sinergico teso a compiere il lavoro per l’auto-perpetuarsi del sé. In questa ragnatela di vincoli quello che interessa “non è la libertà da, ma la libertà di” (Deacon) modificare i vincoli per intervenire sul contesto che ci circonda.

L’astrattezza dei concetti elaborati dalla mente umana si trasformano in una capacità di agire nella trasformazione causale degli eventi fisici, la libertà non si costituisce pertanto nella capacità di liberarsi dai vincoli, bensì in quella di “modificare” i vincoli in cui la nostra stessa natura ci pone.

Se è la nostra materialità che limitando il concetto infinito di libertà, quale infinite “possibilità di scelta” ( Gurvitch) che si risolve in una indeterminatezza totale, a dare un senso umano al concetto stesso, le medesime organizzazioni umane e le relative culture su cui sono fondate si auto legittimano nella differenziazione con le altre organizzazioni, ma nelle organizzazioni stesse la libertà del singolo risiede nella possibilità di ripetere le scelte (Abbagnano).

La libertà, pertanto, varia nel suo espletarsi dal singolo al livello organizzativo superiore considerato, in quanto organizzata “intorno” alle esigenze del livello biologico del contesto valutato nel momento con una reciprocità e sinergia rispetto ai livelli di sé costruiti, tanto che quello il quale a livello di singolo o gruppo elementare è considerato necessario alla sua sopravvivenza può diventare negativo se moltiplicato per potenza nella massa fino ad obbligare ad una sua correzione sociale.

Quello che rapporta il singolo alle varie organizzazioni e al sistema nell’insieme è l’emergere della “sensibilità” che risolvendosi nell’esperienza, attraverso lo sfumare delle sensazioni fa emergere il valore etico delle singole decisioni (Deacon).

Lo stesso sistema normativo è pertanto una creazione del sé organico/sociale, con una funzione ulteriore di membrana dotata di personalità selettiva diventando quindi un fattore importante di differenziazione evolutiva del sistema sociale, in cui fondamentale è la libertà del singolo di ripetere scelte già effettuate ( Abbagnano).

I cicli culturali nel variare tra omogeneità e differenziazione, portano da una omogeneità culturale e, quindi, ad una direzionalità definita dell’esigenza di libere scelte ad un pluralismo caotico dall’innumerevole rumore di fondo, varia perciò il desiderio dell’ampiezza della scelta senza poterlo comprimere del tutto pena l’implosione strutturale del sistema sociale.

Come riconosce Faraday la percezione è la conseguenza di un atto di immaginazione in quanto i dati che possediamo non sono mai completi e precisi ( Mlodinow), d’altronde un senso di controllo personale è necessario per la nostra autocoscienza e quindi per il nostro benessere psichico.

Nell’impossibilità di potere prevedere con sufficiente approssimazione gli eventi umani ci concentriamo sulla capacità di reazione, consegue il problema della causalità della normazione che più che pianificata da un legislatore o da una assemblea è determinata dall’evolversi causale del contesto che ne determina anche l’efficacia, il determinismo viene a cedere di fronte alla caoticità dei rapporti umani come dimostrato da Kahneman e Tversky.

L’ambito della libertà viene a variare nel flusso delle correlazioni umane secondo sistemi dinamici instabili, in cui vi sono radicali cambiamenti che vengono a mutare non solo l’ambito ma anche il contenuto e le esigenze del concetto di libertà (Prigogine).

In questo un individualismo esasperato viene a coincidere nei risultati sociali con un collettivismo massificatorio, nel primo con una autolesionista disgregazione della possibilità collaborativa nel secondo con l’appiattimento dell’uomo in una massa venata di violenza e depressione dalla facile manovrabilità.

 

Bibliografia

  • A. Bandera, Autoefficacia , Erickson ed. 2000;

  • F. Heider, The Psychology of Interpersonal Relations, New York, John Wiley & Sons, 1957;

  • J. R. Searle, La mente, Cortina ed. 2005;

  • E. R. Kandel, Alla ricerca della memoria, Codice ed. 2007;

  • G. Marcus, La nascita della mente, Codice ed. 2004;

  • F. Fukuyama, L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Mondadori 2002;

  • T. W. Deacon, Natura incompleta, Le Scienze 2012;

  • I. Progogine, Le leggi del caos, Laterza 1993;

  • L. Mlodinow, Le leggi scientifiche del caso, RCS 2009.

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