Leadership e “imago Dei” nel mutamento sociale

Leadership e “imago Dei” nel mutamento sociale

Sabetta Sergio

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“La leadership è un processo di influenza sugli altri per far loro comprendere e accettare le decisioni che devono essere prese e le azioni che devono essere intraprese, facilitando gli sforzi individuali e collettivi per il raggiungimento di obiettivi comuni. … La leadership è un’esigenza organizzativa e una delle forme più efficaci di controllo sociale, perché comporta l’influenza interpersonale, il guidare persone, l’assumere ruoli di responsabilità” (264, Tosi – Pilati, Comportamento organizzativo, Egea, 2008), essa tuttavia non può identificarsi con il potere, l’autorità, la politica o più semplicemente l’influenza, nella realtà può essere indirizzata verso il mantenimento del potere e dello status quo oppure assumere una funzione innovativa dove il potere, l’autorità e l’influenza diventano dinamiche.

Se nella “leadership transazionale” vi è una negoziazione nella quale si tratta per massimizzare l’utile derivante da ciascuna posizione, nella “leadership trasformazionale” il leader agisce sui valori, sull’autostima e sulla fiducia, attraverso il proprio carisma crea ispirazione e stimola intellettualmente, fino ad arrivare alla massima espressione della “leadership carismatica” nella quale elementi quali la capacità di visione, la sensibilità all’ambiente e ai bisogni dei membri comunitari, la capacità di assumere rischi, creano la fiducia e la fede nelle qualità e nelle virtù personali del leader ( Max Weber).

L’immagine del leader non è solo rappresentazione ma diventa anche simbolo, come l’immagine religiosa che nel Medioevo è intesa tanto quanto imago-icona che historia –narrazione (Hans Belting), vi è la capacità di attingere ad una realtà posta al di là del sensibile, una esplicazione visiva con imprimatur ad uso e beneficio di una massa analfabeta, l’immagine quale ombra richiama un modello trascendentale, dove il leader è ponte e passaggio tra la fredda realtà presente e l’immaginifico futuro in una armonia di corrispondenze, rappresentazione e simbolo quale figura intermedia tesa all’imago Dei, secondo un principio interpretativo già proprio dell’arte figurativa bizantina (Robert Byron).

Il leader carismatico è colui che conduce attraverso il mutamento sociale e viene a rielaborare i 4 meccanismi politici della ideologia, delle strutture, delle procedure e, infine, della repressione (Claus Offe), esso assorbe in sé la potenziale conflittualità propria del pluralismo culturale ed armonizza la pluricollocazione degli individui, mantiene la tensione sulla possibile realizzazione delle progettualità evitando il manifestarsi del divario tra processo mentale e sua attuazione, ricrea le tensioni ideologiche e le speranze collettive nel momento della loro caduta, crea e si appropria del simbolico e dell’immaginario sulla realtà unendo una pluralità di immagini, codici e linguaggi nelle nuove possibilità tecnologiche, esasperando i processi di individualizzazione della soggettività e del narcisismo.

Esso costituisce il collante irrazionale della differenziazione funzionale e della necessaria contemporanea integrazione, dove vi è la necessità di conoscere e governare i vari aspetti specifici di una realtà complessa (Lhumann), tenendo presente che ogni funzione assolve a un determinato compito ma può anche produrre al contempo disfunzioni ed effetti perversi, nella quotidianità sociale ad una necessità funzionale si affianca una necessità simbolica sicché la dicotomia funzione/simbolo acquista una propria utilità sociale, in essa il simbolo acquista la funzione di catalizzatore mentale che non solo unisce ma permette di elaborare idee oltre le premesse razionali, il simbolo è l’inconscio organizzativo ponte tra il funzionale – razionale e il simbolico – affettivo (Geertz).

Nella dimensione umana vi sono tre dimensioni comportamentali che tendono rispettivamente al benessere fisico, economico e spirituale, in questo l’individuo agisce in strutture ristrette in cui prevalgono ordini e abitudini che esprimono attraverso il ripetersi e la pressione sociale comportamenti contenenti in sé dei valori, i quali non sono altro che la dimensione etica organizzativa dove convivono fattori “soft” dati dalla cultura, dai significati e dall’appartenenza sociale, con i fattori “hard” dati dalle strutture, dai sistemi operativi e di controllo, accanto alla dimensione etica si esplicano le dimensioni cognitiva, socio-relazionale ed estetica, le quali nell’insieme danno al comportamento umano un senso e un fondamento.

Le difficoltà che una consapevole leadership incontra nel seguire e favorire un mutamento sociale equilibrato, fuori dagli estremismi, sebbene storicamente necessario, lo si può vedere dagli accadimenti che nel corso della seconda metà del ‘700 investirono lo Stato sabaudo, dove conservatori legati alla vecchia nobiltà di spada arroccati nella Corte e nell’Armata reale si scontrarono e bloccarono le iniziative innovatrici dei tecnici delle Scuole Teoriche e Pratiche di Artiglieria, attraverso le Scuole altri studiosi di diverse discipline si riunirono nella Società Privata Torinese che si trasformò successivamente nella Società Royale de Turin, così che “i tecnici dell’artiglieria sabauda, che non riuscivano a trovare un posto adeguato negli orizzonti tecnici e pratici dell’armata piemontese, davano vita con i pochi studiosi che si erano legati a loro ad una strategia di riforma culturale e politica di grandi ambizioni: essa non riguardava l’esercito, ma l’intera società civile. Non intendeva sbaragliare nelle guarnigioni o negli alti comandi la vecchia nobiltà di spada; quello era un compito palesemente impossibile e al tempo stesso di prospettiva limitata” (224-225, Cavalleria e Artiglieria, Walter Barberis, Le armi del Principe, Giulio Einaudi ed. 1988), d’altronde il terreno era stato precedentemente arato da alcuni personaggi quali il marchese Gioacchino Bonaventura Argentero di Bersezio, detto il Brézé, che già eccellente cavaliere durante le campagne degli anni ’40 e aiutante maggiore del Reggimento Savoia Cavalleria si era dimesso dal grado e dall’esercito e recatosi alla corte di Federico II di Prussia aveva scritto una “Reflexions sur les préjugés militaires”, sintomo della lotta che si stava per accendere nonostante lo squilibrio delle forze in campo.

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