Le class actions nella giurisprudenza statunitense

Le class actions nella giurisprudenza statunitense

di Sgueo Gianluca

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1. Il punto della ricerca: le ragioni e le prospettive dello studio sulla giurisprudenza statunitense in tema di class actions
Le class actions hanno costituito – e costituiscano tuttora – un istituto giuridico fondamentale per l’intero sviluppo del sistema giuridico statunitense. Gli studi ed i dibattiti che si sono svolti intorno all’istituto ne sono la dimostrazione più evidente. Ad essi deve aggiungersi l’analisi di casi giurisprudenziali significativi, suddivisi per tematiche di riferimento, che verà affrontata nelle pagine che seguono. L’esame di ciascuno di questi casi, fatte salve le differenze naturali che li connotano, porta ad una conclusione: l’importanza ma anche la problematicità dell’istituto delle azioni di clase.
Il secondo aspetto di cui si deve tenere conto è, appunto, il seguente: l’istituto dell’azione di classe ha presentato, e presenta tuttora, una serie di problemi legati alla sua applicazione. Lo studio di questi aspetti problematici costituisce l’ossatura di questa ricerca. Questa è la ragione per cui si è scelto, in questa ricerca, di dar conto di quei settori nei quali lo sviluppo della disciplina delle azioni di classe ha avuto la sua maggiore diffusione. Tali sono, ad esempio, le azioni contro le multinazionali del tabacco; quelle a difesa dei consumatori, o anche quelle in ambito finanziario.
È bene, peraltro, aver presenti alcuni aspetti chiave prima di iniziare la trattazione dei singoli casi. Anzitutto, si noterà la divergenza tra la disciplina giuridica e l’applicazione pratica. Si tratta, in effetti, di un fenomeno comune al diritto. Tuttavia, nel caso in esame appare ancor più accentuato, in ragione (anche) dei forti contrasti opposti da alcuni soggetti (si pensi alle grandi industrie) alla possibilità che privati cittadini potessero attaccare i loro interessi economici ed, eventualmente, vincere. Questo spiega anche perché il legislatore sia talora intervenuto per apportare modifiche più riduttive alla disciplina delle azioni di classe: il caso dei mercati finanziari ne è un esempio evidente.
Infine, l’analisi della giurisprudenza permetterà di verificare i presupposti (e le conseguenze) del complesso rapporto tra giudici, parti sociali e normativa vigente. Le variabili nelle decisioni giurisdizionali, particolarmente evidenti nel settore delle tobacco litigations ma presenti anche negli altri campi, sono la dimostrazione più evidente delle difficoltà concrete che si incontrano nell’applicazione della normativa che ammette le class actions, in particolare laddove coinvolga interessi economici di rilievo.
 
2.1 La responsabilità dei produttori di sigarette. Il quadro giuridico di riferimento
È interessante cominciare l’analisi dal settore nel quale le class actions hanno raggiunto il loro massimo sviluppo: sia in termini di numero di azioni intentate, sia in termini di risarcimenti elargiti, sia, infine, in termini di risonanza mediatica.
Ci sono da prendere in considerazione, a tale proposito, almeno tre importanti riflessioni. Va ricordato che il problema delle azioni giuridiche relative ai danni da fumo è un problema diffuso. Si tratta, dunque, di un settore sviluppatosi non solo nell’ordinamento statunitense, ma anche in quello di altri Paesi[1]. Questo aspetto spiega, in parte, le ragioni della grande attenzione che ciascuna delle decisioni giurisdizionali riguardanti i danni da fumo, soprattutto nell’ultimo periodo, siano state seguite con particolare attenzione dai media. 
A fronte di questa notevole diffusione, esistono problemi diversi che connotano ciascun ordinamento. Ciò, tra le altre ragioni, è dovuto all’esistenza di strumenti giuridici differenti da ordinamento ad ordinamento. Cambia, ad esempio, il ruolo che le corti attribuiscono al fumatore nel contesto giuridico della litigation. In alcuni ordinamenti si fa leva sulla responsabilizzazione dello stesso. In altri, invece, lo si è interpretato come un soggetto non in grado di comprendere pienamente i danni provocati alla sua salute dall’eccessivo consumo di fumo[2].
I giudici statunitensi, peraltro, hanno assunto entrambe le posizioni, seppure in tempi diversi. Diversa è, in particolare, la connotazione dell’onere probatorio. Infatti, significative divergenze sono riscontrabili nelle modalità con le quali ciascun ordinamento provvede a disciplinare il rispetto dell’onere di provare quanto e come il consumo di tabacco abbia determinato l’insorgenza di patologie croniche o mortali. Anche su questo aspetto la summa delle decisioni dei giudici statunitensi è interessante, perché prende in considerazione entrambi i profili (quello restrittivo e quello ampliativo).
Quello appena delineato è il quadro comune. Ora, in base ad esso, è possibile procedere prendendo in considerazione due aspetti. Il primo riguarda gli istituti preesistenti alle azioni di classe ed utili perché in grado di agevolarne l’esperimento presso le Corti. Il secondo aspetto riguarda l’esame vero e proprio della giurisprudenza.
Quanto al primo profilo è possibile affermare che la situazione degli Stati Uniti si caratterizza per la peculiare presenza di alcuni istituti che, di fatto, si sono rivelati utili per la difesa degli interessi dei fumatori.
Tali sono il contingent fee e l’American rule. Si tratta di un contratto che il cliente stipula con l’avvocato, il quale si impegna a sostenere l’intero ammontare delle spese processuali. Qualora però l’avvocato risultasse vincente in giudizio, l’accordo gli riconosce un terzo della somma liquidata dalla giuria a titolo di risarcimento[3]. Con ogni evidenza, dunque, la possibilità di intraprendere un’azione legale senza il rischio di una perdita monetaria significativa ha costituito un notevole incentivo alla possibilità per i soggetti privati di intraprendere un’azione legale contro le multinazionali del tabacco[4].
 
2.2.1 dalla first alla third wave delle tobacco litigations
Il secondo profilo riguarda la giurisprudenza. In merito va detto che la letteratura statunitense è solita distinguere tre fasi relative alle azioni giuriziarie in tema di danni da fumo.
Tali periodi vengono definiti “waves”, ossia onde, per spiegare, da una parte, l’atteggiamento ondivago della giurispudenza di fronte a questa tipologia di azioni. Dall’altra parte, riflettono anche le oscillazioni nel numero e nella qualità delle cause di questo genere che sono state intentate negli anni. Per maggiore precisione: la first wave, che va dal 1954 circa al 1973, si caratterizza in particolare per profili legati alla negligenza e scarsa trasparenza delle informazioni[5]. I legali tentavano di dimostrare come i danni da fumo fossero provocati (anche) dalla negligente applicazione dei principi della buona fede nei confronti dei clienti.
La seconda “ondata”, invece, ha avuto luogo tra il 1982 ed il 1992. In questo caso le cause intentate facevano leva in particolare sull’inadempienza al dovere da parte delle industrie del tabacco di offrire informazioni precise circa la pericolosità del prodotto[6]. È da questo momento che il dovere di informazione diviene un elemento imprescindibile nello sviluppo di azioni di classe contro i produttori di tabacco.
Le prime due fasi delle tobacco litigations vedono i soggetti ricorrenti soccombere regolarmente. Infatti, si è notato che: “During the first two waves of litigation, the tobacco companies were also successful in using their size and financial strength to make litigation as difficult as possible for the plaintiffs. The tobacco industry filed and argued every conceivable motion, took countless depositions, and sent out extensive interrogatories. As a result, it was extremely burdensome and expensive for plaintiffs and their attorneys to pursue their cases[7].
La terza fase, che inizia a partire dai primi anni Novanta del secolo scorso, segna una svolta decisiva perchè si caratterizza per l’introduzione del meccanismo delle azioni di classe all’interno di questo settore.
L’introduzione delle azioni di classe determina finalmente una inversione di tendenza nelle decisioni giurisprudenziali in tema di azioni contro I danni da fumo. I primi riconoscimenti delle Corti inducono gli avvocati, precedentemente sfiduciati nei confronti di questo tipo di azioni, ad intraprendere un numero maggiore di cause.
Inoltre, l’aumento del valore delle somme di risarcimento permette agli studi legali di impiegare somme anche ingenti per la ricostruzione delle prove necessarie (ad esempio il reclutamento di testimoni)[8].
 
2.2.2 Alcuni casi significativi. Broin v. Philip Morris, 1994; Castano v. American Tobacco, 1996; Engle v. Liggett Group, 2006
Tra i casi più celebri[9] di quegli anni c’è quello che vide opporsi alcuni dipendenti di una compagnia di volo, non fumatori, che citarono in giudizio la principale marca produttrice di sigarette per i danni ricevuti dal fumo passivo dei passeggeri, cui erano stati sottoposti per lungo tempo a causa del loro lavoro[10].
La causa Broin (dal nome della prima ricorrente) presenta almeno due peculiarità: il riscontro mediatico che ebbe ed il fatto che concentrasse l’attenzione per la prima volta sul fumo passivo.
Nel caso Castano, invece, si affrontò un problema ancora più significativo. I ricorrenti lamentavano la manipolazione, da parte delle multinazionali del tabacco, del livello di nicotina presente nelle sigarette, nonostante la consapevolezza, da parte di queste, della pericolosità degli effetti della nicotina.
Significativo notare che, per la prima volta, ricorsero un numero ampio di soggetti, stavolta fumatori, che avevano subito, o temevano di subire, danni ingenti alla loro salute per il consumo di tabacco protratto negli anni[11].
Più recente è il caso recentemente deciso dalla Corte Suprema degli Stati Uniti, nella causa intentata da un medico affetto da enfisema nei confronti di una multinazionale del tabacco, ed estesa a tutti gli abitanti della Florida ed ai loro eredi che avevano subito danni derivanti dall’uso del tabacco[12].
La Corte, in questo caso, rigetta la posizione delle parti ricorrenti, confermando la decisione della Corte di appello che aveva annullato la certification di classe[13].
 
3.1 Le class actions e la tutela dei consumatori. Il caso Hilao v. Estate of Marcos, 1996
Un altro settore nel quale è possibile rinvenire un numero significativo di sentenze relative alla proposizione di un’azione di classe è quello della tutela dei consumatori-investitori.
Esistono, a tale proposito, due profili da analizzare. Il primo riguarda, in generale, la posizione dei consumatori. Valgono, a tale proposito, molte delle osservazioni svolte nelle pagine precedenti. È infatti evidente che la stessa base delle azioni di classe altro non è che una forma di tutela di ampie categorie di soggetti, tra i quali rientrano senza dubbio anche i consumatori di un prodotto su larga scala[14]. In effetti, il linkage sussistente tra proposizione di un’azione di classe e soggettività giuridica di consumatore è un elemento quasi scontato per garantire non il successo, ma la stessa legittimazione alla proposizione dell’azione giuridica. Pertanto, può essere interessante analizzare quelle decisioni giurisprudenziali che più di altre hanno fatto riferimento a uesti aspetti.
Un caso particolarmente interessante è quello Hilao v. Estate of Marcos[15]. La decisione merita di essere segnalata per un aspetto in particolare: la giurisprudenza comincia ad ammettere la possibilità che l’onere probatorio possa essere assolto anche sulla base di campioni, quando circostanze eccezionali ed irripetibili non permettando di offrire una prova più completa.
Ad un giurista italiano un principio simile potrà, forse, apparire scontato. In realtà c’è da dire che, in ragione delle menzionate peculiarità delle azioni di classe, ammettere l’introduzione di prove in forma agevolata costituisce un importante passo in avanti per i fautori di questo genere di azioni. Uno degli ostacoli più importanti, infatti, è sempre stato quello relativo alla proposizione di prove convincenti di fronte ai giudici.
 
3.2.1 I consumatori e la difesa degli interessi finanziari. Il Security exchange act del 1934 ed il Private security litigation reform act del 1995
Accanto al primo profilo, che fa riferimento alla figura dei consumatori in generale, è possibile individuare alcuni settori nei quali la tutela di questa categoria di soggetti è risultata più intensa rispetto ad altre. Si tratta, in particolare, del settore finanziario[16].
Il fondamento normativo da prendere in considerazione è costituito dal Security exchange act, risalente al 1934, che sancisce l’obbligo di trasparenza nelle transazioni finanziarie. Ne consegue che tutte le dichiarazioni rivolte al pubblico che riguardino un investimento finanziario e che non si rivelino corrette, danno origine ad una forma di responsabilità ed alla conseguente possibilità di chiedere il risarcimento del danno[17].
Il provvedimento normativo del 1934, tuttavia, presentava numerose disfunzioni. In particolare, per quanto di interesse di questa ricerca, in base ad esso era sufficiente l’investimento minimo in una qualsiasi informazione finanziaria per legittimare tutti gli investitori di quel particolare strumento finanziario a presentare la propria azione di risarcimento.
Nel 1995 il governo americano ha introdotto alcune significative modifiche al precedente assetto normativo. Sono due i fronti su cui il provvedimento ha inciso maggiormente. Anzitutto, si sono introdotti limiti più stringenti alla legittimazione ad assumere il ruolo di attore principale della class action. In altre parole, qualora sono presenti nel giudizio più investitori, viene considerato attore principale colui il quale ha fatto l’investimento più sostanzioso e si stabiliscono dei valori minimi per gli investimenti. In tal modo si limita la possibilità che un investimento minimo possa essere sfruttato per intentare un’azione di tipo “ricattatorio”.
Molto importante è stata, poi, la previsione di tetti agli stipendi degli avvocati e la modifica del tipo di responsabilità dei soggetti convenuti: non più solidale, ma proporzionale alla loro effettiva partecipazione alla violazione delle regole di trasparenza[18].
Simili cambiamenti hanno logicamente comportato delle conseguenze per l’esercitabilità delle azioni di classe. In maniera particolare, si è prodotto l’effetto per cui tali azioni sono state proposte non più di fronte alle Corti federali, bensì presso le Corti statali. Ciò per la semplice ragione che la disciplina applicata a livello statale è meno restrittiva di quella posta a livello federale.
Una scelta questa che, dunque, non ha ridotto il numero di class actions del settore finanziario, ma ne ha notevolmente parcellizzato gli esiti e reso più incerta la formazione di un orientamento giurisprudenziale comune.
 
3.2.2 I mass torts in materia assicurativa
Il settore assicurativo presenta numerose analogie a quello finanziario, costituendo quasi una prosecuzione dello stesso. Si tratta infatti di un settore nel quale, come in quello precedente, la possibilità che i consumatori – in questo caso gli assicurati – presentino ricorsi in massa per scarsa trasparenza delle condizioni, o anche per chiedere un risarcimento, sono molto elevate[19].
Tra le varie tipologie di azioni di massa intentate con riferimento a questo settore, particolarmente significativo per la giurisprudenza è stato il sinistro denominato EMF (ovvero: Esposizione ai campi elettromagnetici), qualificato da molti assicuratori come “il nuovo amianto”.
Questo si è sviluppato e si sta sviluppando lentamente da una decina d’anni perché i risultati della ricerca scientifica sono ambigui. Le preoccupazioni legate al possibile sviluppo di lesioni e tumori al cervello dovute a telefonini, piloni dell’elettricità e ricetrasmettitori non hanno avuto ad oggi alcuna conferma dalla comunità scientifica. Esiste solo la comune opinione, condivisa da tutti gli scienziati, che gli eventuali effetti sugli umani impiegheranno anni a manifestarsi.
La poca giurisprudenza presente finora ha pertanto negato la risarcibilità dei danni ai ricorrenti, per mancato ottemperamento dell’onere probatorio[20].
 
4. Gli interessi ambientali
L’ultimo settore sul quale è opportuno svolgere qualche breve considerazione è quello relativo alla tutela degli interessi ambientali.
Il diritto ad un ambiente salubre, del resto, costituisce uno degli esempi più tipici di interesse diffuso, poiché riferibile all’intera collettività[21].
Ebbene, di fronte a questo riconoscimento da parte dei giuristi, non sempre la giurisprudenza, in particolare quella statunitense, ha ammesso le associazioni ambientaliste a proporre azione di risarcimento per la lesione del suddetto diritto[22]. In particolare la Corte suprema ha oscillato numerose volte nelle proprie decisioni.
Una sentenza estremamente significativa, perché segna un punto di svolta rispetto ai precedenti orientamenti, è quella che interessò Lujan v. Defenders of Wildlife[23]. Al di la degli aspetti concreti del caso, che qui non interessa approfondire, preme sottolineare la circostanza per cui la sentenza opera una inversione di tendenza rispetto alla giurisprudenza precedente. Se cioè in passato si era riconosciuta la possibilità per le associazioni ambientaliste di proporre azioni di classe[24], la motivazione della sentenza nega questa circostanza. Mancherebbero infatti i presupposti per l’individuazione di una classe, e dunque per la proponibilità della relativa azione.
Il caso, se confrontato con quello relativo agli interessi legati al mercato finanziario, offre le seguenti considerazioni: nel primo caso era stato il legislatore a restringere i criteri di accesso alle azioni di classe. In questo secondo caso, invece, è la giurisprudenza che impedisce a determinate categorie di soggetti di intraprendere una class action.
 
5. Conclusioni
In conclusione, la rapida analisi svolta nel porta alle seguenti riflessioni. In primo luogo, le azioni di classe negli Stati Uniti si sono legate prevalentemente a settori di grande interesse, in grado di coinvolgere ampi gruppi di individui. Questo è senza dubbio il punto in comune tra tutti gli ambiti studiati: industria del tabacco, consumatori, mercati finanziari e ambiente. Ciò è, inoltre, la dimostrazione più evidente del fatto che negli Stati Uniti le azioni di classe abbiano riflettuto pienamente lo spirito della legge, volto ad offrire un mezzo di tutela ad un numero ampio di persone contro soggetti economici particolarmente forti.
Il secondo aspetto che emerge riguarda gli esiti delle decisioni giurisprudenziali. Qui l’analisi si fa complessa. Si può dire che, in linea generale, non sempre le Corti hanno riconosciuto i diritti degli attori. Anzi molto spesso tali diritti sono stati negati: il caso delle multinazionali del tabacco è, in tal senso, il più significativo.
Sempre a proposito degli esiti delle pronunce va rilevato il rapporto con la normativa statale. Nel caso degli interessi finanziari le profonde modifiche apportate dal legislatore hanno prodotto un effetto diretto sulla tipologia di giudice adito. Non più quello federale, ma quello statale, con tutte le ovvie conseguenze sugli esiti delle azioni.
L’ultimo aspetto da rilevare è rivolto allo sviluppo della ricerca. Ora che sono noti gli aspetti principali della disciplina normativa delle class actions, ma anche la prospettiva attraverso la quale i giudici hanno interpretato questa disciplina, diventa importante svolgere un esame comparativo e verificare se, e con quali limiti, i medesimi problemi e tendenza possano presentarsi in ordinamenti diversi da quello degli Stati Uniti, in particolare quello italiano.
  


[1] Cfr. Machiavello E., I “segnali di fumo” delle Corti statunitensi: class actions, nodi gordiani e responsabilità dei produttori di sigarette, in Girisprudenza italiana, 2007, VI, pag. 1560: “Le azioni intentate al fine di ottenere il risarcimento dei danni all’integrità fisica che si assumono causati dal consumo di sigarette hanno sollevato problemi di varia natura nei diversi ordinamenti, dal momento che la casistica dei danni da fumo presenta caratteristiche peculiari e complesse, tali da rendere non agevole la soluzione delle più elementari questioni di diritto e di fatto attinenti alla consistenza degli elementi costitutivi dell’illecito”.
[2] In merito Machiavello E., I “segnali di fumo” delle Corti statunitensi: class actions, nodi gordiani e responsabilità dei produttori di sigarette, in Girisprudenza italiana, 2007, VI, pagg. 1560 ss.
[3] Una definizione adeguata di contingent fee è rinvenibile su wikipedia. Esso viene definito come segue: “A contingent fee in the United States (…) is any fee or service provided where the fee is only payable if there is a favourable result. In the law there is no win no fee system. A client is not charged attorney fees if he loses the cases (however, in the United States, a client is charged for court costs and expenses). If the client recovers damages from settlement or a favorable verdict, the attorney receives a fee from the recovery. The attorney’s permitted fee varies depending on the country, and even local jurisdictions. In the US, for example, the most an attorney can charge is the contracted contingency fee. The fee is calculated as a share of the eventual damage judgmentA contingency fee arrangement provides access to the courts for those who cannot afford to pay the attorneys fees and costs of civil litigation. Contingency fees also provide a powerful motivation to the attorney to work diligently on the client’s case. In other types of litigation where clients pay the attorney by the hour for their time, it makes little economic difference to the attorney whether the client has a successful outcome to the litigation. Finally, because lawyers assume the financial risk of litigation, the number of speculative or unmeritorious cases may be reduced. Contingency fees do not guarantee civil justice, or even access to the courts. Lawyers sometimes "cherry-pick" only the strongest claims which are most likely to succeed. Not all cases are immediately transparent. Some require extensive investigation before the chances of success can be properly assessed. Such cases might be turned away because even the initial assessment of their strength is costly and risky or settlement won by the client. The percentage allowed is subject to the ethical rules of professional conduct, and in many circumstances, statutory limitations. In the UK, on the other hand, the client is liable for normal fee (based on hourly billing plus a profit element) plus a success (or bonus) fee. The amount of the success is limited to 100 per cent of the normal fees. Most lawyers charge a success fee which is much less than this, between 25 and 50 per cent. In English law fees are subject to compliance with the statutory scheme. ”.
[4] In merito Machiavello E., I “segnali di fumo” delle Corti statunitensi: class actions, nodi gordiani e responsabilità dei produttori di sigarette, in Girisprudenza italiana, 2007, VI, pag: 1560: “Si ritiene che negli Stati Uniti i fumatori siano stati aiutati dalla presenza in tale ordinamento di istituti giuridici quali il contingent fee e l’American rule: attraverso la stipulazione con il cliente del contingent fee, l’avvocato si impegna a sostenere tutte le spese del processo in cambio, in caso di vittoria, di un terzo della somma che sarà eventualmente liquidata dalla giuria a titolo di risarcimento; in caso invece di sconfitta processuale, i costi rimangono esclusivamente a carico dell’avvocato che comunque, per la c.d. American rule, non si vede mai accollare le spese dell’avversario, pur vittorioso.
[5] Numerosi i contributi dottrinari in materia. Si veda, ad esempio, Sugarman R., Smoking policy: law, politics and culture, Oxford, 1993, pag. 102: “The first wave of litigation was characterized by the tobacco industry’s adamant claims that smoking and chewing tobacco products were not harmful to consumers. Plaintiffs during that time did not have the extensive medical studies demonstrating serious health consequences that are available today to support their claims. Thus, plaintiffs had a difficult time establishing the essential element of proximate cause (causal connection to the injury) in their tort cases”.
[6] Cfr. Sugarman R., Smoking policy: law, politics and culture, Oxford, 1993, pag. 102: “By the time of the second wave of tobacco litigation, the connection between smoking and illness had been firmly established, but the tobacco industry was still able to argue with great success that smokers assumed the risks of smoking by freely deciding to smoke. The FCLAA’s requirement that a warning label be placed on all cigarette packaging and advertising supported the tobacco companies’ defenses of contributory negligence and assumption of the risk”.
[7] V. Sugarman R., Smoking policy: law, politics and culture, Oxford, 1993, pag. 102 ss., l’autore specifica che: “The third wave of tobacco litigation began in the early 1990s and consisted of class action suits brought by those injured by tobacco products, and medical cost reimbursement suits brought by states and insurance companies. The claims in the third wave were based on proven medical theories. First, plaintiffs could demonstrate that tobacco companies knew that nicotine is pharmacologically active and highly addictive but hid that knowledge and, in fact, denied it under oath. Second, plaintiffs could show that tobacco companies manipulated nicotine levels in their products in an attempt to foster addiction in their consumers. Common legal theories used in the third wave of litigation included fraud, intentional and negligent misrepresentation, emotional distress, violation of consumer statutes, breach of express and implied warranties, strict liability, conspiracy, antitrust, negligent performance of a voluntary undertaking, unjust or indemnity, civil claims under the Federal RACKETEER INFLUENCED AND CORRUPT ORGANIZATIONS (RICO) ACT (18 U.S.C.A. §§ 1961 et seq. enrichment protection[1970]), and various criminal theories”.
[8] Cfr. Machiavello E., I “segnali di fumo” delle Corti statunitensi: class actions, nodi gordiani e responsabilità dei produttori di sigarette, in Girisprudenza italiana, 2007, VI, pagg. 1561 ss.
[9] Esistono ovviamente numerosi altri casi che ragioni di spazio impediscono di approfondire. Si suggerisce la lettura di Adamo G., Il danno a fumo nell’esperienza statunitense e le prospettive di tutela nell’ordinamento italiano, in Responsabilità, comunicazione e impresa, 2003, I, pagg. 346: “Il primo caso a giungere alla trattazione giudiziaria risale al 1954. L’attore, fumatore, avendo contratto un carcinoma polmonare, lamentava la assenza, sui pacchetti di sigarette, di indicazioni relative ai rischi derivani dal fumo. Nel 1994, poi, lo Stato del Missisippi si fa promotore di una azione volta ad ottenere dalle multinazionali del tabacco il risarcimento dei maggiori costi sanitari sostenuti in ragione delle patologie generate dal tabagismo”.
[10] È possibile trovare una descrizione approfondita del caso presso il portale del Public citizen litigation group, un’associazione che raccoglie fondi e sostiene l’azione dei privati contro le aziende, non soltanto del tabacco. In merito, si specifica che: “This class action was brought by flight attendant Norma Broin and other non-smoking flight attendants against the tobacco companies, alleging that they suffered injuries — ranging from lung cancer and heart disease to sinusitis and chronic bronchitis — because of the effects of second-hand smoke in airline cabins. After an enormous effort in both the trial and appellate courts, the plaintiffs were able to get the class certified. A jury was picked and trial began. During presentation of the defendants’ case, the suit settled. The settlement had two principal components: The defendants would provide $300 million to set up a medical research foundation — named after the lead plaintiff Norma Broin — to study the prevention and cure of tobacco-related illnesses; and a one-year waiver of the statute of limitations, to commence when the settlement became final, on personal-injury actions brought by individual class members against the tobacco companies. In addition, in individual suits, defendants would assume the burden of proof on general causation regarding certain conditions (e.g., whether smoking causes lung cancer). In exchange, the defendants obtained the following concessions: They would not have to pay any money damages to class members as part of the class action; In individual suits, the class members could not seek punitive damages, could not consolidate their cases with other cases or participate in class actions, and could not maintain a claim on the basis of fraud, misrepresentation, RICO, or any other intentional tort theory. Finally, defendants agreed to pay class counsel — Stanley and Susan Rosenblatt — $46 million in fees and up to $3 million in expenses. Public Citizen represented 13 class members in opposition to the settlement.
[11] Come specifica il sito Tobacco documents: “This class action suit was filed by representative plaintiffs Dianne A. Castano, as representative of her deceased husband Peter Castano, Ernest R. Perry, Sr., T. George Solomon, Jr., Gloria Scott, and Deania Jackson, through a consortium of approximately 60 plaintiffs’ law firms against American Tobacco Co., American Brands, R.J. Reynolds, Brown & Williamson, British American Tobacco, Philip Morris, Liggett, Lorillard, Lowes Corp., United States Tobacco, and the Tobacco Institute on March 29, 1993. Each law firm paid a membership fee of about $100,000 to fund the litigation. The class was defined as all nicotine-dependent persons in the United States, their estates, and relatives since 1943. The plaintiffs alleged that the defendants fraudulently failed to inform consumers that nicotine was addictive, and manipulated the level of nicotine in their cigarettes to sustain that addiction. The plaintiffs claimed fraud and deceit, negligent misrepresentation, intentional infliction of emotional distress, negligence and negligent infliction of emotional distress, violation of state consumer protection statutes, breach of express warranty, breach of implied warranty, strict product liability and redhibition pursuant to the Louisiana Civil Code. The plaintiffs sought compensatory and punitive damages, attorneys’ fees, and equitable relief requiring the defendants to fund notification of all class members that nicotine is addictive, declaring that the defendants manipulated the nicotine levels in their cigarettes, ordering the defendants to disgorge any profits from the sale of cigarettes, ordering restitution, and implementing a medical monitoring fund. The case was heard in the United States District Court, Eastern District of Louisiana (Civil Action No. 94-1044A) before the Honorable Okla Jones. The judge (160 F.R.D. 544) certified the national class action as to core liability and punitive damages on February 17, 1995. He denied certification as to the plaintiffs’ claims for equitable relief including medical monitoring, finding compensatory and punitive damages to be the plaintiffs’ primary interest. The judge held that the prerequisites for certification were established: joinder of the tens of millions of potential plaintiffs would be impossible, common issues of law and fact existed, named plaintiffs hold the same or similar legal theories as the class, and the named plaintiffs and attorneys had taken sufficiently active roles in the litigation to show they would protect the interests of the class. The manageability difficulties were outweighed by judicial economy of not trying the thousands of cases that may have spurred from decertification. Common questions predominated as to the core issues of liability (fraud, negligence, breach of warranty, strict liability, consumer protection statute violations), and liability and assessment of punitive damages. Punitive damages could be awarded based on an instruction that some plaintiffs would fail to prove damages and therefore not be entitle, or by affixing a ratio of compensatory to punitive damages. Individual issues predominated regarding injury-in-fact, proximate cause, reliance, affirmative defenses and compensatory damages, precluding certification on those issues. The definition of nicotine-dependant people was sufficient with the exception of anyone with at least one unsuccessful quit attempt. In an interlocutory appeal, the U.S. Court of Appeals for the Fifth Circuit (84 F.3d 734) decertified the class on May 23, 1996. It ruled that the District Court abused its discretion in certifying the class. A national class action would fail to consider the effects of variations in state law on the requirements of predominance and superiority. The trial court failed to rule on how the trial on the merits would be conducted. The case would be unmanageable with the variations in law and the numerous plaintiffs’ interests involved. It was necessary to go beyond the pleadings, to defenses, relevant facts and substantive law, to determine whether class certification was appropriate. The class action was not the superior method to try the case because of the undue pressure it would put on the defendants to settle. The large awards possible in the individual suits justify decertification because it would not be unreasonable to try the cases individually. The court held that the tobacco tort was not yet "mature" enough to warrant a class certification because not enough addiction-as-injury cases had been tried. In response to the decertification, members of the Castano consortium (known as "Castano P.L.C.") filed more than two dozen putative class actions in state courts. These cases were commonly known as "baby Castano" actions. Only one of those cases, Scott v. American Tobacco Co., et al., proceeded to a trial. The Castano case continued as an individual personal injury suit for the representative plaintiffs. The United States District Court, Eastern District, Louisiana (961 F.Supp. 953), by way of the Honorable Judge Berrigan, denied the defendants’ motion for summary judgment on February 21, 1997. The judge ruled that the claims involved injury of addiction, and that genuine issues of fact regarding the meaning of "addiction", when smokers knew cigarettes were addictive and when smokers discovered the defendants’ concealment and manipulation of nicotine levels precluded summary judgment on prescription grounds. Because the plaintiffs realized they were addicted to nicotine more than one year prior to the filing of the lawsuit, the defendants argue that their claims are prescribed by the state law. Prescription did not begin to run until the plaintiffs had a reasonable basis to sue a specific defendant. In January 1998, the parties agreed to dismiss the action without prejudice and toll the statute of limitations. The defendants paid $5.9 million to reimburse costs and expenses for the plaintiff’s counsel. This payment was to be credited against any subsequent action implimenting the resolution”.
[12] Cfr. Adamo G., Il danno a fumo nell’esperienza statunitense e le prospettive di tutela nell’ordinamento italiano, in Responsabilità, comunicazione e impresa, 2003, I, pag. 345: “Nella esperienza giurisprudenziale statunitense in materia di danni da fumo, la sentenza pronunciata dalla District Court di Miami rimarrà per lungo tempo negli annali per l’entità del risarcimento riconosciuto”.
[13] In realtà, come nota Machiavello E., I “segnali di fumo” delle Corti statunitensi: class actions, nodi gordiani e responsabilità dei produttori di sigarette, in Girisprudenza italiana, 2007, VI, pag. 1563: “La Corte Suprema prende le distanze anche dalla posizione assunta dal Terzo distretto. Si ritiene infatti valida ed efficace la certification della classe nei gradi precedenti (al contrario di quanto disposto dal giudice d’appello), dla momento che l’annullamento di questa e del giudizio ormai concluso, insieme alla conseguente disposizione di un new trial, potrebbero avvenire solo in case di accertamento di una manifest injustice o di un abuse of discretion da parte del giudice, di modo che l’appello non si trasformi in una semplice seconda possibilità per le parti, essendo inv ece una fase destinata, e sclusivamente e salvo eccezioni, alla correzione degli errori eventualmente commessi dal primo giudice”.
[14] Lo nota, tra gli altri, Corapi D., La tutela dei consumatori e degli investitori nel diritto statnitense: class actions e derivative suits, in Rassegna giuridica dell’energia elettrica, 2003, pag. 403: “L’importanza del ricorso ai giudici federali, non solo più efficienti e in genere più competenti di quelli statali, ma anche più attenti alla tutela degli interessi generali e alla difesa dei principi costituzionali, è emerso soprattutto in riferimento all’evoluzione delle civili rights injunctive class actions, con cui l’affermazione dei diritti civili ad opera della Corte Suprema si è potuta tradurre in una serie di provvedimenti di attuazione attraverso azioni di classe miranti ad ottenere rimedi inibitori o in forma specifica: ad esempio per quanto riguarda l’integrazione razziale nelle scuole (…)”.
[15] La descrizione presente sul sito della Corte distrettuale è particolarmente interessante: “The district court instructed the jury that it could find the Estate liable if it found either that Marcos directed, ordered, conspired with, or aided the military in torture, summary execution, and disappearance or if Marcos knew of such conduct by the military and failed to use his power to prevent it. The Estate challenges the latter basis for liability, arguing that liability is not imposed under such conditions in analogous U.S. law claims, that no international law decision … has ever imposed liability upon a foreign official" on those grounds, and that the district court essentially made the Estate liable on a respondeat superior theory that is inapplicable in intentional torts.
The principle of "command responsibility" that holds a superior responsible for the actions of subordinates appears to be well accepted in U.S. and international law in connection with acts committed in wartime, as the Supreme Court’s opinion in In Re Yamashita indicates: the gist of the charge is an unlawful breach of duty by petitioner as an army commander to control the operations of the members of his command by ‘permitting them to commit’ the extensive and widespread atrocities specified….the law of war presupposes that its violation is to be avoided through the control of the operations of war by commanders who are to some extent responsible for their subordinates….provisions [of international law] plainly imposed on petitioner, who at the time specified was military governor of the Philippines, as well as commander of the Japanese forces, an affirmative duty to take such measures as were within his power and appropriate in the circumstances to protect prisoners of war and the civilian population. This duty of a commanding officer has heretofore been recognized, and its breach penalized[,] by our own military tribunals.
In re Yamashita, 327 U.S. 1, 14-16, 66 S.Ct. 340, 347-48, 90 L.Ed. 499 (1946). See also Art. 86(2), Protocol to the Geneva Conventions of August 12, 1949, opened for signature December 12, 1977, reprinted in 16 I.L.M. 1391, 1429 (1977) ("The fact that a breach of the Conventions or of this Protocol was committed by a subordinate does not absolve his superiors from penal [or] disciplinary responsibility … if they knew, or had information which should have enabled them to conclude in the circumstances at the time, that he was committing or was going to commit such a breach and if they did not take all feasible measures within their power to prevent or repress the breach."); Art. 7(3), Statute of the International Tribunal for the Prosecution of Persons Responsible for Serious Violations of International Humanitarian Law Committed in the Territory of the Former Yugoslavia, 32 I.L.M. 1159, 1192-94 (1993) ( "The fact that any [act of genocide, crime against humanity, or violation of the Geneva Conventions or of the laws or customs of war] was committed by a subordinate does not relieve his superior of criminal responsibility if he knew or had reason to know that the subordinate was about to commit such acts or had done so and the superior failed to take the necessary and reasonable measures to prevent such acts or to punish the perpetrators thereof."); see generally Lt. Cmdr. Weston D. Burnett, Command Responsibility and a Case Study of the Criminal Responsibility of Israeli Military Commanders for the Pogrom at Shatila and Sabra, 107 Mil.L.J. 71 (1985). The United States has moved toward recognizing similar "command responsibility" for torture that occurs in peacetime, perhaps because the goal of international law regarding the treatment of noncombatants in wartime–"to protect civilian populations and prisoners … from brutality", Yamashita, 327 U.S. at 15, 66 S.Ct. at 347-48–is similar to the goal of international human-rights law. This move is evidenced in the legislative history of the TVPA: higher official need not have personally performed or ordered the abuses in order to be held liable. Under international law, responsibility for torture, summary execution, or disappearances extends beyond the person or persons who actually committed those acts–anyone with higher authority who authorized, tolerated or knowingly ignored those acts is liable for them.S.Rep. No. 249, 102d Cong., 1st Sess. at 9 (1991) (footnote omitted) (citing Forti and In re Yamashita ). At least one district court has recognized such liability. Xuncax, 886 F.Supp. at 171-73, 174-75 ("Gramajo was aware of and supported widespread acts of brutality committed by personnel under his command resulting in thousands of civilian deaths…. Gramajo refused to act to prevent such atrocities." "… Gramajo may be held liable for the acts of members of the military forces under his command."). See also Paul v. Avril, 901 F.Supp. 330, 335 (S.D.Fla.1994) ("Defendant Avril [former military ruler of Haiti] bears personal responsibility for a systematic pattern of egregious human rights abuses in Haiti during his military rule … He also bears personal responsibility for the interrogation and torture of each of the plaintiffs … All of the soldiers and officers in the Haitian military responsible for the arbitrary detention and torture of plaintiffs were employees, representatives, or agents of defendant Avril, acting under his instructions, authority, and control and acting within the scope of authority granted by him."). The conduct at issue in this case involved violations by members of military or paramilitary forces of a jus cogens norm of international law parallel to the types of war crimes for which international law imposes command responsibility. Siderman de Blake v. Republic of Argentina, 965 F.2d 699, 714-717 (9th Cir.1992) (prohibition against torture has attained status of jus cogens norm from which no derogation is permitted). In these circumstances, the district court’s instruction on the second category of liability was proper under international law”.
[16] Interessanti gli studi compiuti da Bellini E., Class actions e mercato finanziario: l’esperienza nordamericana, in Danno e responsabilità, 2005, VIII-IX, pagg. 817 ss.
[17] Cfr. Corapi D., La tutela dei consumatori e degli investitori nel diritto statnitense: class actions e derivative suits, in Rassegna giuridica dell’energia elettrica, 2003, pag. 408: “La Rule10.b del Security Exchange Act sancisce l’obbligo di disclosure (trasparenza) nelle transazioni finanziarie. È una disciplina federale basata sulla riserva costituzionale del commercio interstatale (la cd. commerce clause). La dichiarazione al pubblico relative a securities, cioè ad investimenti finanziari, comportano una responsabilità e, quando non siano corrette, danno luogo all’obbligo di risarcire eventuali danni”.
[18] Cfr. Corapi D., La tutela dei consumatori e degli investitori nel diritto statnitense: class actions e derivative suits, in Rassegna giuridica dell’energia elettrica, 2003, pag. 408: “Si sono poi stabiliti tetti (caps) al compenso che gli avvocati possono conseguire e si è stabilito che la responsabilità dei convenuti (amministratori, managers, intermediari finanziari) non sia solidale ma sia proporzionale alla loro effettiva partecipazione alla violazione delle regole sulla disclosure”.
[19] V. Badano D., Mass torts: l’ottica assicurativa, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, III, pag. 608: “Attualmente per l’industria assicurativa la più grande area di incertezza è rappresentata dalla minaccia dell’insorgere di nuove tipologie di Mass torts. Infatti gli effetti di tali sinistri – chiamati in gergo assicurativo Long Tail – sulle esposizioni delle Compagnie sono suscettibili di compromettere la solidità finanziaria dell’intero sistema industriale. Questo tipo di sinistri (citiamo ad esempio l’inquinamento ambientale, l’amianto, le protesi mediche, le radiazioni, il tabacco ed altre esposizioni ad agenti tossici) sono caratterizzati dall’esposizione ad un processo od un agente nocivo che produce danni dopo un lungo periodo di latenza, rendendo quindi impossibile per l’assicuratore la valutazione delle proprie esposizioni e conseguentemente la determinazione del premio corrispondente a farvi fronte. Infatti l’assicuratore per questi sinistri non dispone di precedenti storici e pertanto non può ricorrere alle tradizionali metodologie attuariali per il calcolo del premio che si basano sull’esperienza della sinistrosità del passato, sulla frequenza, sul costo medio dei sinistri”.
[20] Una soluzione, peraltro, la indica Badano D., Mass torts: l’ottica assicurativa, in Responsabilità civile e previdenza, 2002, III, pag. 608: “La rilevanza economica dei danni da Mass torts non presenterebbe un problema per l’industria assicurativa se questi fossero tenuti in considerazione nell’elaborazione del prodotto assicurativo. Ad esempio, alcune forme di inquinamento è indubbio che si verificheranno in futuro, ma la maggior parte delle polizze standard prevede oggi la specifica esclusione per questo tipo di rischi, mentre è possibile acquistare coperture specificatamente concepite per l’inquinamento. La non prevedibilità dei Mass torts fa sì che una delle soluzioni apparentemente più semplici per proteggere la propria solidità finanziaria dagli imprevisti sia l’introduzione di specifiche esclusioni nelle condizioni delle polizze. Questa però è una soluzione che viene utilizzata solo successivamente al manifestarsi della crisi. È stato il caso dell’esposizione da amianto”.
[21] Cfr. Barsotti V., La sentenza Lujan della Corte suprema degli Stati Uniti sulla legittimazione ad agire delle associazioni ambientaliste, in Rivista trimestrale di diritto processuale civile, 1996, pag. 1175: “Quando si parla di interessi diffusi (…) accade spesso di pensare alla tutela dell’ambiente e al diritto giurisprudenziale, che, non solo in passato ma anche oggi, sembra essere il principale protagonista della battaglia per l’affermazione e la protezione degli interessi superindividuali che ruotano attorno alla natura”.
[22] Tra le numerose sentenze che può essere utile consultare si suggerisce di prendere visione in particolare di Sierra Club v. Morton e United States v. Student Challenging Regulatory Agency Procedures.
[23] Il sito della Corte suprema statunitense è, come sempre, una fonte ideale per reperire la decisione, che si riporta qui integralmente: “Section 7(a)(2) of the Endangered Species Act of 1973 divides responsibilities regarding the protection of endangered species between petitioner Secretary of the Interior and the Secretary of Commerce, and requires each federal agency to consult with the relevant Secretary to ensure that any action funded by the agency is not likely to jeopardize the continued existence or habitat of any endangered or threatened species. Both Secretaries initially promulgated a joint regulation extending § 7(a)(2)’s coverage to actions taken in foreign nations, but a subsequent joint rule limited the section’s geographic scope to the United States and the high seas. Respondents, wildlife conservation and other environmental organizations, filed an action in the District Court, seeking a declaratory judgment that the new regulation erred as to § 7(a)(2)’s geographic scope, and an injunction requiring the Secretary of the Interior to promulgate a new rule restoring his initial interpretation. The Court of Appeals reversed the District Court’s dismissal of the suit for lack of standing. Upon remand, on cross motions for summary judgment, the District Court denied the Secretary’s motion, which renewed his objection to standing, and granted respondents’ motion, ordering the Secretary to publish a new rule. The Court of Appeals affirmed. Justice Scalia delivered the opinion of the Court, except as to Part III-B, concluding that respondents lack standing to seek judicial review of the rule. Pp. 3-11, 15-23. (a) As the parties invoking federal jurisdiction, respondents bear the burden of showing standing by establishing, inter alia, that theyhave suffered an injury in fact, i. e., a concrete and particularized, actual or imminent invasion of a legally protected interest. To survive a summary judgment motion, they must set forth by affidavit or other evidence specific facts to support their claim. Standing is particularly difficult to show here, since third parties, rather than respondents, are the object of the Government action or inaction to which respondents object. Pp. 3-6.
(b) Respondents did not demonstrate that they suffered an injury in fact. Assuming that they established that funded activities abroad threaten certain species, they failed to show that one or more of their members would thereby be directly affected apart from the members’ special interest in the subject. See Sierra Club v. Morton, 405 U.S. 727, 735, 739. Affidavits of members claiming an intent to revisit project sites at some indefinite future time, at which time they will presumably be denied the opportunity to observe endangered animals, do not suffice, for they do not demonstrate an "imminent" injury. Respondents also mistakenly rely on a number of other novel standing theories. Their theory that any person using any part of a contiguous ecosystem adversely affected by a funded activity has standing even if the activity is located far away from the area of their use is inconsistent with this Court’s opinion in Lujan v. National Wildlife Federation, 497 U.S. 871. And they state purely speculative, nonconcrete injuries when they argue that suit can be brought by anyone with an interest in studying or seeing endangered animals anywhere on the globe and anyone with a professional interest in such animals. Pp. 6-11.
(c) The Court of Appeals erred in holding that respondents had standing on the ground that the statute’s citizen suit provision confers on all persons the right to file suit to challenge the Secretary’s failure to follow the proper consultative procedure, notwithstanding their inability to allege any separate concrete injury flowing from that failure. This Court has consistently held that a plaintiff claiming only a generally available grievance about government, unconnected with a threatened concrete interest of his own, does not state an Article III case or controversy. See, e. g., Fairchild v. Hughes, 258 U.S. 126, 129-130. Vindicating the public interest is the function of the Congress and the Chief Executive. To allow that interest to be converted into an individual right by a statute denominating it as such and permitting all citizens to sue, regardless of whether they suffered any concrete injury, would authorize Congress to transfer from the President to the courts the Chief Executive’s most important constitutional duty, to "take Care that the Laws be faithfully executed," Art. II, § 3. Pp. 15-23. Scalia, J., announced the judgment of the Court and delivered the opinion of the Court with respect to Parts I, II, III-A, and IV, in which Rehnquist, C. J., and White, Kennedy, Souter, and Thomas, JJ., joined, and an opinion with respect to Part III-B, in which Rehnquist, C. J., and White and Thomas, JJ., joined. Kennedy, J., filed an opinion concurring in part and concurring in the judgment, in which Souter, J., joined. Stevens, J., filed an opinion concurring in the judgment. Blackmun, J., filed a dissenting opinion, in which O’Connor, J., joined”.
[24] V. Barsotti V., La sentenza Lujan della Corte suprema degli Stati Uniti sulla legittimazione ad agire delle associazioni ambientaliste, in Rivista trimestrale di diritto processuale civile, 1996, pagg. 1176 ss.

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