La virtù del “non essere”

La virtù del “non essere”

Sabetta Sergio

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Noi non siamo altro che gorghi in un fiume di acqua che scorre senza sosta. Noi non siamo materia che rimane, ma strutture (patterns) che si perpetuano.” (Wiener, in N. Wiener, Introduzione alla cibernetica, 96, Boringhieri 1968)

 

L’emotività è stata vista fin dalla Grecia classica come un impulso bestiale da dover tenere a freno, solo il freno morale che l’uomo riesce a porsi lo pone al di sopra dell’istinto animale, vengono pertanto a legarsi i concetti di giusto e di utile risolvendosi il bene in un male non compiuto, come ci ricorda Snell, la punizione diventa quindi un rafforzativo dell’utile per l’uomo virtuoso che dall’utile ne riceve felicità.

Se l’istinto è sofferenza, il sapere che deriva dall’assennatezza permette il calcolo quantitativo dell’utile e attraverso precise relazioni matematiche determina cosa è morale, ma questa scelta è il risultato di un calcolo negativo nell’individuare quello che non è bene, ossia le trasgressioni da evitare, il danno da non recare agli altri nella sfera comunitaria, solo con Socrate la certezza del non compiere si trasforma nel dubbio che si presenta all’individuo nel momento della scelta e di conseguenza anche la felicità da calcolo matematico dell’utile diventa compimento del proprio essere in una irripetibile armonia del tutto.

La felicità per l’immediatezza del godimento diventa in Socrate una riflessione sulla conoscenza ma, come ci ricorda Platone, vi è una necessità di ordine in quanto il disordine è prima di tutto nell’uomo in cui vive la lacerazione tra piaceri sensibili e ispirazioni profonde, l’ordine interno si riflette nella necessità di un ordine esterno che diventa quindi anche una necessità politica, in quanto non può esservi per il singolo giustizia e felicità se la comunità politica non è in se stessa giusta e felice, la ricerca dell’ordine e della misura sono fondati e nascono dalla responsabilità in questa logica umana discorsiva e razionale vi è la condizione necessaria di una libertà del dialogo (S. Tommaso).

Se per S. Agostino il male è la mancanza dell’essere quale privazione di un bene che dovrebbe esserci ma non c’è e come tale vi è la violazione di un ordine del mondo, il male pertanto diventa una mancanza morale nei rapporti umani in cui vi è un bilanciamento tra le singole azioni morali e il tasso di sofferenza del mondo (Ricoeur), ma l’etica quale responsabilità nei rapporti sociali acquista anche una valenza economica di efficienza, in quanto la libertà è anche qualità e nasce quindi dall’efficienza della comunità nel liberare dai bisogni primari senza che questo si risolva nell’arbitrio della leadership sulle decisioni comunitarie.

Vi è quindi una necessità all’educazione morale alla libertà che diventa un dovere della “polis” se si vuole ottenere la pienezza della comunità, l’affermazione di Platone sulla necessità dell’inganno nella politica al fine di governare la massa incapace di elevarsi può diventare alibi nel cinismo politico ai comportamenti della leadership, tale comportamento machiavellico della ragion di stato portato alle estreme conseguenze ha quale reazione la creazione di un “dovere morale” di agire per ristabilire quello che appare violato nella equità dei rapporti morali, in questo scontro tra la morale e la sua negazione può esservi sia l’esplosione che l’implosione sociale e il testimone verrà “comunque” passato fino all’esecuzione.

L’antinomia tra essere e corpo dei platonici portata all’estremo viene da Aristotele ricomposta in un essere unitario in cui la logica non può bandire le passioni umane come desiderato dagli Stoici, tuttavia l’individuo non è una monade solitaria, né gli impulsi derivanti dall’esperienza si possono porre solo come qualcosa proveniente dall’esterno in quanto se noi creiamo l’ambiente questo crea noi il che rende davvero difficile determinare il confine dell’individuo e quindi per riflesso della libertà, il tutto risulta estremamente frastagliato e variabile, tanto che si è avanzata l’ipotesi di una estensione verso il mondo della mente quale entità muovendosi l’uomo in uno spazio che indaga e trasforma, il mondo diventa secondo Clark una “impalcatura” che il cervello utilizza per alleggerire il suo peso computazionale in una stretta connessione tra “menti incarnate” e “menti estese” in cui l’ambiente sociale e fisico è parte integrante della mente umana in una profonda unità tra mente, corpo e ambiente.

Vi sono nei modelli della mente umana che si rifanno all’Intelligenza Artificiale una “scientifizzazione dell’essere”, un dissolvimento dell’uomo nella “contemplazione matematica del mondo” (Haidegger), viene meno la costituzione del senso quale frutto esclusivo dell’attività mentale secondo il modello cognitivista, comunque in questa contrapposizione tra psicologismo, tradizione analitica ed ermeneutica, la morale sia che abbia origine all’interno dell’individuo ed esclusivamente attraverso un rapporto esperienziale esterno il suo fine ultimo è la normazione per la salvezza dell’individuo in quanto parte di una o più comunità variabili, pertanto l’etica definisce il gruppo in rapporto alle altre comunità, potendo a sua volta agire su vari livelli modulandosi secondo che sia all’interno di una determinata comunità o nei suoi rapporti esterni.

La realtà è per i Greci qualcosa di neutro al tempo stesso positivo e negativo, in cui la sofferenza umana è espressione della natura destinata di per se stessa al decadimento, al pathos quale “accadimento” negativo prorogabile ma inevitabile, il “male” quale perdita della bontà, dell’ordine e della bellezza, questo stretto rapporto tra bene e male risulta per l’uomo inseparabile nonostante l’innocenza esistendo per ciascun essere umano una colpa oggettiva, si che tale ambiguità diventa anche una ambiguità dell’intenzione morale (Natoli), ma non vi è mai un destino predeterminato la libertà della scelta può liberamente risolversi nella malvagità e nell’arroganza che dal successo ne può nascere fino all’accecamento che la tracotanza genera.

L’infelicità è quindi non solo il risultato della natura ma anche delle azioni umane e la lotta per la propria realizzazione una conoscenza ragionata di se stesso e delle proprie azioni (Socrate), la sofferenza quale esperienza precedente all’azione diventa pertanto per Platone elemento di conoscenza decisivo nella scelta si che la materia è nell’uomo elemento di conoscenza ma anche campo in cui essere e non essere si scambiano (Plotino).

Se libertà e felicità nell’integrità della persona non possono avvenire che in un ambiente affettivo, la natura stessa per Rousseau possiede una propria dinamica che se rispettata conduce alla piena realizzazione, l’educazione deve pertanto rispettare le dinamiche naturali di cui la morale ne deve essere specchio, il punto è l’individuazione di queste dinamiche naturali che già Ferguson indicava nel principio di conservazione e nella propensione alla creazione ed essendo l’uomo di natura sociale vi è la necessità, se non di evitarne, almeno ridurne l’eventuale impatto distruttivo derivante da una pura visione egocentrica della libertà.

La legge morale diventa per Kant una a priori indipendente dal sentimento nella necessità di avere un riferimento oggettivo su cui giudicare la volontà dell’azione, vi è quindi un concetto di dovere che assume la configurazione di un imperativo categorico che supera la soggettività della libertà, affondando le proprie radici nel sentimento del rispetto.

Questo imperativo categorico che rende oggettivi il dovere e la libertà, coniugandoli in un unico rapporto, è anche fonte di un dolore a priori che elimina qualsiasi riferimento empirico all’idea del dovere, si hanno quindi delle massime immutabili che creano nell’individuo il sentire della propria dignità ed un sentimento di liberazione, ma la morale non è mai pura essa è anche frutto del suo successo ossia della sua efficacia dell’individuo nella società e della stessa nei confronti di altre società, viene quindi a costituire non solo limite e definizione del gruppo nei confronti dei gruppi concorrenti ma all’interno di questi quale elemento semplificatorio dei complessi rapporti sociali tesa all’efficienza del gruppo.

Habermas distingue tra “questioni morali” in cui vi è la razionalizzazione della giustizia e “questioni valutative” nelle quali vi è la particolarità delle singole vite, l’etica comunicativa in cui vi è la ricerca di una volontà di intendersi diventa pertanto una valutazione morale dell’interesse nel politico, superando una pura riduzione delle relazioni interpersonali alla sola relazione linguistica e distinguendo al contempo tra norma sociale e norma morale, la capacità comunicativa nel riconoscimento reciproco crea l’identità ed il concetto di libertà quale frutto di una relazione primogenita.

Il concetto di libertà, tuttavia, viene a modificarsi nelle scelte imposte dall’evolvesi tecnologico, la libertà quale possibilità di scelta tra due o più alternative avviene sempre più all’interno di una sfera tecnologica che tende a controllare le scelte in modo “non” imperativo, d’altronde la stessa necessità di proteggere la libertà si risolve in un preteso controllo invasivo tuttavia segreto, in cui il segreto diventa l’alibi del non vedere per evitare il corto circuito emozionale tra libertà individuale e sicurezza collettiva.

La necessità di coniugare logica ed etica al fine “di conferire direttive assolutamente normative …. a tutto l’agire umano” è rilevata da Husserl nel tentativo di superare il relativismo nell’etica, l’attenzione si concentra sul volere e quindi sul livello emotivo del desiderio il quale non è altro che un sentimento di valore che l’uomo fornisce all’oggetto del desiderio e come tale risulta essere storicamente contestuale, tuttavia proprio questo viene a rompere la pura consequenzialità logica in favore della possibilità dinamica della creatività umana.

L’individuo, che è al contempo un fascio di sensazioni e di relazioni, deve nella sua “soggettività sociale” dominare i propri impulsi secondo una razionalità che affonda le sue radici in una essenza spirituale fornita di un contesto etico, questa individualità etica che è l’identità profonda della persona ne diventa il suo progetto etico per la cui realizzazione l’Io lavora. Vi è tuttavia la possibilità di un conflitto tra valori assoluti in cui, come osserva Husserl, uno deve essere “sacrificato” in favore dell’altro, questo crea il dis-valore proprio del conflitto interiore, un momento di irrazionalità nel quale prevale il valore “più vicino” che può risolversi sia in un momento personale che nella volontà della “comunità etica”.

La vita può risolversi quindi in una vita dispersiva del momento, mutevole come gli impulsi, oppure in una etica che affonda le sue radici nella tradizione o ancora a un livello più profondo in una impegnativa responsabilità del sé, solo una chiara e convinta posizione durevole permette tuttavia l’identità del mio ego e attraverso questa le mie possibilità di scelta, ossia la libertà, per questo Husserl sottolinea che solo una “incondizionata consistenza morale” ci permette una esistenza fedele al sé lontana dall’ipocrisia derivante dall’utilità del momento, dalle indecisioni e falsificazioni, non un vivere con sé ma nel sé, tuttavia questo si pone in contrasto con il “non essere” morale quale virtù necessaria per l’affermazione del sé che ci viene posto quale modello quotidiano.

Tutti gli sviluppi tecnologici pongono la necessità di una conoscenza del mezzo unito alla coscienza del suo utilizzo, in quanto ogni azione umana di cui la tecnologia ne è un moltiplicatore esponenziale può nascondere un lato oscuro, la stessa libertà nata dalla democrazia può acquisire una valenza negativa se diventa arbitrio o insostenibilità per comportamenti e promesse amorali, l’etica può quindi essere anche letta economicamente e socialmente come un attrattore di semplificazione della complessità comportamentale considerando che nei sistemi complessi, l’output perde la correlazione sia causale che temporale diretta con l’input (Gandolfi) con la conseguente possibile perdita di controllo e funzionalità del sistema.

L’aspetto psicologico della libertà porta il soggetto o alla ricerca di una libertà concentrata nella mancanza più assoluta possibile di vincoli derivanti dai rapporti sociali o all’opposto ad una libertà per obiettivi risolvibili solo negli stessi rapporti sociali, circostanza che impone all’Io una condivisione culturale di valori, in questo il fascio di diritti che costituiscono la mia libertà si possono risolvere non in una “condivisione” ma in una “imposizione” del proprio Io quale propria massima espressione, frantumando la stessa Libertà.

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