Il Decreto Dignità nell'era della globalizzazione
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La tutela dei lavoratori nell’epoca della globalizzazione

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Il decreto legge n. 87/2018, c.d. Decreto Dignità, avrebbe dovuto rappresentare, per bocca del suo maggiore sostenitore, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali Di Maio, la prima di una serie di misure normative volte a ridurre la precarietà del lavoro limitando i poteri del datore di lavoro e rendendo più onerosa la flessibilità.

La successiva conversione in legge del 9.8.16, n. 96, con le robuste misure di sostegno alle assunzioni che sono state inserite, fa pensare invece che lo slancio iniziale si sia esaurito. Rimane da chiedersi, ed è lo scopo di questo articolo, se l’obiettivo iniziale può, comunque, considerarsi perseguibile o se altri siano gli scenari che si possono concretamente intravvedere per il futuro.

E’ pensabile un riposizionamento del lavoratore nel mercato del lavoro?

Se il lavoro “dignitoso” è da intendersi quello descritto dagli artt. 36, 37 e 38 della nostra Carta Costituzionale, i provvedimenti costituenti il c.d. “Jobs act” del governo Renzi (1) certamente hanno vulnerato la posizione dei lavoratori, in nome di una flessibilità che avrebbe dovuto garantito espansione dell’occupazione. Si tratta di norme che non sono state intaccate da giudizi di contrarietà alla Carta Costituzionale, sino alla recente sentenza del 26.9.2018, con cui il Giudice delle Leggi si e’ pronunciato in ordine alle modalità di determinazione dell’indennità spettante al lavoratore ingiustamente licenziato.
In realtà, si è creata una generazione di “lavoratori a chiamata”, non nel senso tecnico dell’omonima discutibile forma contrattuale, ma proprio da intendersi nel senso fisico di persone che lavorano quando il “padrone” chiama, per ritornare inattive quando le commesse scemano, per essere prontamente richiamati quando il business si rianima.
Quest’attuale posizione di debolezza del lavoro potrà mai mutare, per tornare al ruolo di protagonista della scena economica, vissuto negli anni passati, oppure si tratta di un’epoca che è finita per sempre?

Le ombre della globalizzazione in un quadro normativo di “laissez-faire”

L’offerta di lavoro, quando è sovrabbondante, pone chi lo offre in posizione di dipendenza dalle imprese, le quali hanno tutto l’interesse a ridurre i costi: esse oggi hanno oggi la possibilità di scegliere il paese dove delocalizzare la propria attività o parte di essa, se ne deriva la riduzione dei costi fiscali, la disponibilità di manodopera a basso costo, minori misure di protezione dei lavoratori, il tutto senza alcun senso di responsabilità sociale, che è anch’esso un prodotto della globalizzazione.
D’altra parte, si tratta di aumentare i profitti e/o di ridurre i prezzi di vendita consentendo a queste aziende di restare competitive sul mercato.
Stante questa realtà, il compito dello Stato a sostegno del lavoro, nel breve e forse medio periodo, dovrebbe essere quello di facilitare l’incontro della domanda e dell’offerta di lavoro: qui diventa strategico il ruolo dei centri per l’impiego, che a seguito del decreto legislativo 150/2015 sono diventati Uffici Territoriali costituiti dalle Regioni e province autonome, i quali devono trasformarsi in entità realmente capaci di far incontrare domanda e offerta di lavoro, di vigilare sulla corretta attribuzione e mantenimento delle misure di sostegno a chi ha perduto il lavoro e a tutti coloro che dovessero percepire alcunché’ a carico della collettività per mancanza del lavoro, anche rivendendo tutta la filiera burocratica che è stata costruita con il succitato decreto legislativo.
Si deve poi intervenire sul sistema creditizio per fornire il supporto che consenta ai lavoratori di poter avere un mutuo per la casa anche con il lavoro precario, o avere i prestiti che servono per avviare un’attività in proprio.
Flessibilità del lavoro e finanziamento degli ammortizzatori sociali
Il lavoro flessibile richiede un adeguato sistema di welfare, per la protezione del lavoratore e della sua famiglia quando il lavoro si interrompe, ma anche nell’interesse delle aziende, affinché’ non diventi causa di restrizione dei consumi; a tal fine devono essere approntati tutti gli istituti sociali e assistenziali di corollario che consentano di impostare diversamente la vita delle persone nella nuova realtà.
Già, ma chi paga? Nel breve e medio periodo, occorre sostenere le aziende che producono nel nostro paese, non con incentivi finalizzati a momentanee assunzioni, pratica ormai ben nota, ma a essere produttive e quindi a creare occasioni di occupazione. A tal fine occorre utilizzare tutti gli strumenti di protezione che possono essere attivati, pur senza arrivare a innescare un’escalation di barriere reciproche, come ad es. applicando in maniera rigorosa la (complessa) normativa sul Made in Italy, e poi subordinando la concessione di aiuti a specifici impegni di non delocalizzazione per un certo numero di anni come si sta tentando di fare con l’art. 5 del succitato D.L. 87/2018, riducendo o semplificando gli adempimenti burocratici per le imprese e quanto altro possa emergere da un dialogo franco e costruttivo tra la politica e il mondo delle imprese.
Occorre favorire lo sviluppo di altri settori che possono generare occupazione e nello stesso tempo salvaguardare o migliorare il nostro ambiente di vita: in questo senso, finanziare la ricerca e l’impiego di risorse rinnovabili, sostenere il ritorno del lavoro nei campi in uno con lo sviluppo di nuove e piu’ efficienti tecniche di coltivazione, gestire la produzione di rifiuti per farne fonte di energie e materie riutilizzabili.
Nello stesso tempo, anche qui con estremo pragmatismo, occorre ammettere che è necessario proteggere l’offerta di lavoro, applicando correttamente e per quanto dovuto, le norme europee sulla libera circolazione dei lavoratori e vigilando su ogni forma di sfruttamento del lavoro anche evitando il crearsi di sacche di forza lavoro disposta a tutto.
Nel medio -lungo periodo ben altre sono le misure da approntare.

I limiti dell’aumento della produzione

Va dato atto che la globalizzazione ha aumentato la possibilità di accedere a vari beni o a quantità maggiori di beni rispetto al passato, incrementando il fenomeno del consumismo, necessario presupposto della famelica esigenza di aumentare continuamente la produzione.
Senza addentrarci in questioni sociologiche, ma limitandoci a osservare che la limitatezza delle risorse del nostro pianeta ci costringerà alla fine ad affrontare il tema, già oggi si può osservare che, se al fine di vincere la concorrenza e /o per aumentare i profitti, si mira ad accrescere la produzione, a parità di occupazione o addirittura diminuendo la retribuzione complessiva del fattore lavoro, alla lunga chi acquisterà i prodotti aggiuntivi?
Se il lavoratore ha bisogno di occupazione, l’impresa necessita che i lavoratori abbiano capacità economica e ciò si può avere se una parte dei loro profitti viene necessariamente destinata non solo a pagare in misura adeguata, a quei fini, i lavoratori, ma anche ad assicurare loro un’entrata nel momento in cui per vari motivi perdono la loro occupazione.
Per assicurare questo virtuosismo occorre che i vari paesi collaborino per far sì che le rispettive legislazioni assicurino condizioni uniformi nella tutela del lavoratore, perché’ tutto quello che viene tolto ad essi, in termini di sicurezza, retribuzione, copertura delle malattie e disoccupazione, welfare, arricchisce nel breve termine l’imprenditore, ma nel lungo mette in crisi il sistema del consumismo perché’ impoverisce la domanda dei beni.
Occorre quindi intervenire per porre fine a queste forme di concorrenza che altro non sono che forme di guerriglia sociale, senza visione del futuro d’impoverimento generale che sono destinate a generare.
Occorre poi contrastare l’immigrazione per motivi economici incontrollata, e cio’ richiede uno sforzo corale, insieme quantomeno ai partner europei, per progetti che creino occasione di occupazione nei paesi di provenienza, creando ivi le infrastrutture per migliorare le condizioni di vita, intensificando i progetti volti a contrastare la desertificazione e rendere coltivabili o restaurare parte dei terreni degradati, contrastare lo sfruttamento indiscriminato delle ricchezze locali e sostenere il coinvolgimento delle popolazioni locali nella distribuzione dei relativi profitti.
Solo una visione a breve termine può impedire di vedere che lo sfruttamento del lavoro, quando si sostanzia in un compenso appena a sufficiente a garantire il soddisfacimento dei bisogni primari, pone la risposta alle altre esigenze a carico alla collettività, incidendo sulle risorse pubbliche al cui aumento non concorre, generando tensioni sociali sinché il sistema non imploderà su se stesso seppellendo oppressi e oppressori.

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Note
(1) Decreto legge 20.3.2014 convertito in legge 16.5.2014 n. 78; legge 10.12.2014 n. 183.

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