La svolta dell'American Psychiatric Association nei gender studies: accenni medico-legali

La svolta dell’American Psychiatric Association nei gender studies: accenni medico-legali

Luigi Martina

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La teoria del gender ha potuto diffondersi indubbiamente attraverso un massiccio appoggio politico da parte delle istituzioni internazionali, generando l’instaurarsi di un c.d. nuovo potere normativo mondiale, da intendersi soprattutto come un cambio del linguaggio intergovernativo e politico, promosso da numerose ONG.

 

1. Aspetti storico-politici del gender.

     

    La teoria del gender ha potuto diffondersi indubbiamente attraverso un massiccio appoggio politico da parte delle istituzioni internazionali. La fine della Guerra Fredda, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, ha creato le condizioni favorevoli per l’instaurarsi di questo nuovo potere normativo mondiale esercitato, in particolare, dalle organizzazioni non governative (ONG), fiorite in misura sempre maggiore in ambito internazionale e, in special modo, all’interno dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU)[1] e delle sue numerose agenzie specializzate[2] (tesi di M. A. Peeters).

    A tal proposito è utile precisare come il c.d. nuovo potere normativo mondiale è da intendersi, in particolar modo, come un cambio di linguaggio politico e governativo; risultando emblematiche le affermazioni di M. Peeters: «Ma la governance mondiale è una realtà inafferrabile: tutti i termini di questo nuovo linguaggio sono ambivalenti, non hanno una definizione chiara. La loro diffusione serve a nascondere un preciso progetto ideologico e di conquista del potere da parte di alcune minoranze. La governance non è un governo mondiale: la differenza infatti, è che un governo ha una sua visibilità democratica e un’autorità morale che gli deriva dalla rappresentanza. Un governo si elegge con lo scopo di dare voce ai valori di chi lo ha eletto. La governance invece, non contiene alcuna rappresentanza, ma solo la partecipazione di alcuni gruppi di interesse, che hanno assunto potere a livello mondiale».

    Marguerite Peeters, a proposito di ONU, ha messo in luce il fatto che la stessa organizzazione avesse ricevuto una sorta di investitura dall’alto, accettata e condivisa da tutti: «Proclamando di aver ricevuto un mandato etico e di godere di una “autorità morale universale”, l’ONU si presentava come la sola istituzione capace di rendere la globalizzazione umana etica e sostenibile. (…) L’ONU argomentava inoltre che i “problemi mondiali” richiedevano non soltanto delle soluzioni mondiali, ma anche dei valori mondiali – un’etica mondiale che solo l’ONU pretendeva di essere capace di forgiare e di far applicare»[3].

    Tra il 1999 e il 1996 – come precedentemente intravisto a inizio del capitolo – sono stati organizzati, attorno a differenti temi chiave, numerosi meeting internazionali, volti a promuovere e diffondere le norme e i valori di un nuovo paradigma etico-globale. Si è venuta così a creare una solida e, purtroppo, efficace, in termini di risultati, alleanza tra l’ONU e le ONG che, attraverso l’ambiguo principio di partenariato, hanno progressivamente guadagnato «un sempre maggiore potere politico, a scapito dei legittimi detentori del potere»[4].

    In particolare, un ruolo decisivo per la promozione di tale ideologia è stato svolto dalle due conferenze del Cairo (1994) e di Pechino (1995), che hanno rappresentato il primo passo di una celata strategia volta a mettere al primo posto dell’agenda politica europea la salute riproduttiva, con i connessi nuovi “diritti riproduttivi” e la c.d. “prospettiva di genere”.

    Dale O’Leary, testimone diretta delle due conferenze, nel suo saggio premonitore del 1997, Maschi o Femmine, la guerra del genere[5], ha ben illustrato tale disegno politico mettendo in evidenza come «quello che è successo in queste sedi è importante perché la guerra culturale è una battaglia di idee, e l’ONU ha prestigio e risorse economiche tali da consentirle di promuovere la sua agenda a tutti, a partire dai leader del mondo per arrivare ai bambini delle scuole passando per i mass media».[6] Tra le ONG più attive in questa prospettiva spiccano la WEDO (Women’s Environment and Development Organization) guidata da Bella Azbug e la tristemente conosciuta IPPF (International Planned Parenthood Fedration). Nella loro ottica antinatalista, fin dalla conferenza del Cairo, esse hanno proposto al centro delle loro richieste l’adozione di politiche di pianificazione familiare e il riconoscimento dell’aborto come diritto umano da contemplare all’interno della nuova categoria dei diritti sessuali e riproduttivi.

    Nonostante la pressante azione di tali lobbie, la conferenza del Cairo si concluse con un successo da parte delle organizzazioni in difesa della famiglia, che riuscirono a bloccare tutti i documenti che promuovevano l’aborto come metodo di pianificazione familiare. Tema centrale della conferenza, dal titolo Popolazione e sviluppo, era stato “la salute riproduttiva” intesa come diritto delle persone ad avere una vita sessuale responsabile, soddisfacente e sicura.

    In poche parole, il diritto a scegliere liberamente se, come e quando avere i figli. Altrettanto la conferenza di Pechino invitava i governi a “diffondere l’Agenda di genere” in ogni programma politico e in ogni situazione sia pubblica sia privata[7].

    Tuttavia le forze anti-famiglia tornarono alla carica solo un anno dopo. Quando, nel marzo 1995, si svolse il ComPrep, incontro preparatorio in vista della conferenza di Pechino sulle donne. I partecipanti pro-famiglia riunitisi nella “Coalizione per le donne e la famiglia” notarono immediatamente un cambiamento di linguaggio all’interno delle bozze di lavoro e in particolare l’utilizzo ripetuto di un nuovo e ambiguo vocabolo: la parola gender.

    I delegati in difesa della famiglia chiesero chiarimenti riguardo a tale termine, sospettato di avere una forte connotazione ideologica, sottolineando come fosse più corretto riferirsi a maschi e femmine e proponendo di metterlo tra parentesi quadre, finché non si fosse giunti a una definizione condivisa.

    Di fronte a tale opposizione, la leader della WEDO, Bella Azbufùg, uscì allo scoperto rivolgendosi con queste parole ai delegati: «Nessuno ci obbligherà a tornare indietro al concetto di “la biologia è destino” che cerca di definire, confinare, e ridurre le donne alle loro caratteristiche fisiche»[8]. Secondo Bella, la definizione femminista di genere era oramai adottata e condivisa universalmente e non vi erano margini di trattativa; il termine di genere avrebbe dovuto sostituire l’ingiuriosa e svilente parola sesso nella Piattaforma d’Azione: «Il concetto di genere è entrato nell’attuale discorso sociale, politico e legale. È stato integrato nel discorso sociale, politico e legale contemporaneo. […] Il significato della parola genere si è evoluto come differenziato dalla parola sesso per esprimere la realtà che i ruoli delle donne e degli uomini, e il loro status, sono costruiti socialmente e soggetti a cambiamento»[9].

    Alla fine, grazie all’azione della coalizione in difesa della famiglia e in particolare all’attività svolta dalla delegata dell’Honduras Marta Casco, la soluzione della controversia sulla definizione di genere fu rimandata a una successiva riunione che si sarebbe svolta dal 15 maggio al 15 giugno 1995. L’intenzione delle femministe era quella d’infiltrare la loro ideologia in maniera subdola all’interno dei testi di lavoro attraverso l’adozione del vocabolo ambiguo di genere. Un documento della INSTRAW (Istituto Internazionale di Ricerca e Formazione sull’Avanzamento delle Donne), come riporta la O’Leary, descrive la nuova definizione di genere in tali termini: «Cos’è il genere? Genere è un concetto che si riferisce a un sistema di ruoli e di relazioni determinati non dalla biologia ma dal contesto economico, politico e sociale. Il sesso biologico di una persona è dato dalla natura; il genere è costruito […] il genere può essere visto come il […] processo mediante il quale gli individui che nascono nelle categorie biologiche di maschio e femmina diventano le categorie sociali di un uomo e donna attraverso l’acquisizione localmente definita di mascolinità e femminilità»[10].

     

    2. Il gender: un’uguaglianza statistica tra uomini e donne. Percorso normativo.

       

      In tale senso, la parola “genere” permette ai promotori di tale ideologia di bypassare dalla natura attraverso il dato biologico, svincolando uomini e donne dalle gabbie stereotipate legate al sesso, per lasciarli liberi di “costruire” in maniera autonoma e consapevole la propria sessualità. Due erano i nemici principali delle femministe partecipanti ai lavori: la famiglia e la maternità. Tale approccio strategico era propedeutico, in realtà, a un attacco indiretto nei confronti della maternità vista come un fastidioso ostacolo da rimuovere per il raggiungimento dell’uguaglianza statistica tra uomini e donne. Infatti «se la maggior parte delle donne, anche una percentuale statistica significativa sceglie come vocazione primaria la maternità, l’uguaglianza statistica diviene impossibile, dal momento che il numero delle donne disponibile per il lavoro esterno si riduce in maniera sostanziale. Pertanto la maggior spinta alla “prospettiva di genere” è la decostruzione della maternità come unica vocazione delle donne»[11].

      Alla fine anche la Conferenza di Pechino si concluse con un nulla di fatto, grazie all’efficace azione delle delegazioni in difesa della famiglia che fecero mancare il consenso necessario sulle questioni più controverse, facendo sì che “Piattaforma d’Azione” generasse un numero record di riserve e andasse perduta ancora una volta un’occasione irripetibile per affrontare i veri problemi delle donne[12].

      Dale O’Leary, dà un personale e realistico ritratto dell’ONU scrivendo come essa «sia popolata da persone che credono che il mondo abbia bisogno di meno gente, più piacere sessuale, l’eliminazione delle differenze tra uomo e donna e niente madri a tempo pieno»[13].

      La promozione del piacere sessuale possiede una controindicazione di fondo, quella di portare all’aumento del numero dei bambini e delle madri. Per tale motivo la ricetta per salvaguardare il mondo, denuncia la saggista americana, è sinteticamente, la seguente: «Contraccezione e aborto libero; promozione dell’omosessualità (sesso senza figli); corsi di educazione sessuale che incoraggiano la sperimentazione sessuale tra i bambini, e insegnano loro come ottenere la contraccezione e l’aborto; corsi in cui si dice che l’omosessualità è normale e che gli uomini e le donne sono la stessa cosa; (…) quote 50% maschi/femmine; tutte le donne come forza lavoro; screditare tutte le religioni che si oppongono all’Agenzia»[14].

      Tale indirizzo giuridico, al livello europeo, ha condotto alla redazione di uno dei primi atti volti ad aprire la strada al riconoscimento dei diritti omosessuali con la “Risoluzione per la parità dei diritti per gli omosessuali” (A3-0028/1994) nella quale si chiese, fra l’altro, l’eliminazione degli ostacoli frapposti al matrimonio o alla registrazione di unioni di coppie omosessuali, oltre che all’accesso all’adozione e all’affidamento[15].

      Sono, invece, del 2006 altri tre atti importanti[16], sempre del Parlamento Europeo, con i quali fu ufficialmente introdotto nella legislazione comunitaria il nuovo termine “omofobia”, intesa come un’avversione irrazionale nei confronti di omosessuali ma anche di transessuali (transfobia) basata sul pregiudizio. Tali disposizioni, che si propongono di condannare ogni discriminazione basata sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, costituiscono la fonte di ispirazione e di giustificazione ideologica per l’introduzione delle leggi sull’omofobia e transfobia nei singoli Stati nazionali.

      Un altro passaggio decisivo verso il riconoscimento dei diritti degli omosessuali è datato 8 dicembre 2000 ed ebbe luogo a Nizza con l’approvazione da parte del Consiglio Europeo della Carta di Diritti fondamentali dell’Unione Europea che, priva di valore giuridico vincolante sino al 2007, si proponeva di dettare i principi guida che avrebbero dovuto ispirare la futura costituzione europea.

      Il significato particolare della Carta di Nizza[17] – come previamente argomentato ma in un quadro più ampio – è racchiuso nell’art. 21 che introduce l’ambiguo principio di non-discriminazione, a tutela di qualsiasi genere di orientamento sessuale, affermando: «Vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza a una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali. Vietato, dunque, discriminare in base alle tendenze sessuali e, di conseguenza, tutela giuridica assicurata per gli omosessuali anche sulle questioni di matrimonio e famiglia, così che all’art. 7 e all’art. 9 della stessa Carta si legge: “Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”».

      In altre parole, le legislazioni dei singoli Stati membri dovranno adeguarsi e introdurre al loro interno disposizioni che garantiscano anche alle coppie dello stesso sesso di sposarsi e formare una famiglia. L’art. 21 della Carta di Nizza, in sostanza, traduce in termini giuridici, sotto forma di principio di non-discriminazione, la teoria del gender affermando – come più volte detto ma è utile ribadirlo – che la differenza tra uomo e donna non deve fondarsi più sul dato oggettivo della natura, ma sulla soggettività delle tendenze e delle scelte.

      Le indicazioni di Nizza hanno rappresentato le premesse politiche “per l’applicazione delle leggi internazionali sui diritti umani in relazione all’ordinamento sessuale e identità di genere” meglio conosciuti come “I principi di Yogyakarta”, dal nome della città indonesiana nella quale ebbe luogo, dal 6 al 9 novembre 2006, presso l’università Gadjah Masa, un meeting internazionale, al quale presero parte giuristi ed esperti di diritti umani provenienti da tutto il mondo[18].

      Il documento conclusivo dei lavori, adottato all’unanimità dalla commissione di esperti, stilò, in 29 punti, un elenco di principi rivoluzionari che, seppur non vincolante, avrebbe rappresentato lo standard normativo da seguire per tutti gli Stati membri, riguardo l’applicazione del diritto internazionale in materia di diritti omosessuali e i futuri trattati relativi ai diritti umani, capovolgendo la normale definizione di persona umana legata all’identità sessuale.

       

      3. Yogyakarta Principles e Relazione Lunacek.

         

        Il progetto dei “Yogyakarta Principles” fu, così, presentato al Consiglio ONU per i Diritti Umani il 26 marzo 2007 e, il 29 luglio 2009, il Consiglio d’Europa l’acquisì nel documento “Diritti Umani e Identità di Genere”. Il 26 settembre 2013 si è svolta a New York, nel quartier generale delle Nazioni Unite, per la prima volta dalla loro fondazione, una riunione ministeriale per la difesa e la promozione dei diritti LGBTQ, che ha recepito in toto le direttive programmatiche di Yogyakarta e ha visto la partecipazione dell’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navy Pillay e dei direttori di Human Rights Watch, della Commissione dei Diritti Umani Gay e Lesbica Internazionale, del Segretario di Stato americano John Kerry, dei ministri degli esteri di Argentina, Brasile, Croazia, Olanda e Norvegia, nonché del ministro francese della Cooperazione, e di alti funzionari dell’UE, Giappone e Nuova Zelanda.

        Tutti e 29 i principi redatti Yogyakarta, in sostanza, non fanno altro che rivendicare il riconoscimento della libertà di orientamento sessuale e identità di genere in ogni ambito della vita pubblica e sociale, suggerendo agli Stati tutte le misure necessarie per il raggiungimento di tale scopo. Nella loro introduzione, essi sono stati presentati come i nuovi “diritti umani” e viene affermato come l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono parte integrante della dignità umana di ciascuno e come, in tale prospettiva, tutti gli Stati debbano adeguare le loro legislazioni a tali norme in vista di un utopistico futuro dove tutti gli uomini nasceranno liberi e uguali in dignità e diritti.

        Nel preambolo dei “principi di Yogyakarta” i promotori di tale progetto chiariscono il loro pensiero, fornendo una loro definizione di orientamento sessuale e di identità di genere. Con il primo termine si vuole indicare la capacità di ciascuno individuo di provare attrazione emozionale, affettiva o sessuale verso individui di un genere differente, dello stesso genere o di entrambi i generi, mentre per identità di genere si intende la personale percezione corporea di sé vista come l’esperienza di genere interiore e individuale di ogni persona che può o non può, indifferentemente, corrispondere con il sesso assegnato da madre natura alla nascita.

        Analizzando il progetto è necessario soffermarsi su sei “principi” che delineano un chiaro tentativo di cambio di indirizzo giuridico e antropo-sociologico:

        • · I principi 13 e 17 tutelano e promuovono la c.d. “chirurgia di genere”, affermando che gli Stati devono garantire a tutti, indipendentemente dall’orientamento sessuale, l’accesso alle misure sociali e ai trattamenti medici che supportino e rendano possibile anche la modificazione del proprio corpo per la libera riassegnazione di genere.
        • · Il principio 16, riguardo il “Diritto all’educazione”, impone l’educazione di genere esortando gli Stati a predisporre tutte le necessarie misure, legislative e amministrative, per far sì che l’educazione sia diretta al rispetto di tutte le forme di famiglia tenendo conto e riconoscendo i diversi orientamenti sessuali.
        • · Il principio 24, sul “diritto a fondare una famiglia”, come si evince dal titolo è un attacco frontale all’unicità della famiglia naturale e, a tal proposito, afferma che «ognuno ha il diritto fondare una famiglia, senza riguardo all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Le famiglie esistono in forme diverse. Nessuna famiglia deve essere soggetta a discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere dei suoi membri». Si afferma in tale principio il carattere poliforme della famiglia moderna non più fondata sul matrimonio e sull’unione tra un uomo e una donna ma suscettibile di assumere forme sempre diverse basate sul piacere e sulla volontà degli individui.
        • · Il principio 19 riguarda il “Diritto alla libertà di opinione ed espressione”. Si garantisce la libertà di propaganda di tale intollerante ideologia stabilendo che «ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, indipendentemente dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere». Ciò include l’espressione di identità o personalità attraverso la parola, (…) l’orientamento è l’identità di genere, attraverso qualsiasi mezzo e senza riguardo ad alcuna frontiera.
        • · Il principio 21 riguarda il “Diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione”. Si giunge a limitare fortemente tutti coloro che hanno un’opinione diversa sul tema dei diritti omosessuali, affermando che «ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione, indipendentemente dall’orientamento sessuale o identità di genere». Questi diritti non possono essere invocati dallo Stato per giustificare norme, politiche o pratiche che negano eguale tutela da parte della legge, o discriminino sulla base dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

        Gli Stati dovranno, in tale prospettiva, attuare tutte le disposizioni idonee a garantire il diritto di ogni cittadino a poter esprimere la propria sessualità e identità di genere senza interferenze di credenze o convenzioni religiose. Le istanze di Yogyakarta sono state recepite a livello comunitario il 4 febbraio 2014, con l’approvazione, da parte del Parlamento Europeo, del “rapporto Lunacek”[19] (“Relazione sulla tabella di marcia dell’UE contro l’omofobia e la discriminazione legata all’orientamento sessuale e all’identità di genere”[20]) chiedendo alla Commissione Europea, agli Stati membri e alle agenzie UE di “lavorare congiuntamente” per una strategia europea pluriennale «volta a proteggere i diritti fondamentali delle persone LGBTQ»[21].

        Il documento è stato approvato dopo due falliti tentativi di far passare il rapporto “Estrela”[22], dal nome della sua relatrice, la socialista portoghese Edith Estrela, sulla salute e i diritti sessuali e riproduttivi dei cittadini europei.

        Esso ha solo cambiato nome, prendendo quello della sua nuova relatrice, Ulrike Lunacek[23], austriaca dei verdi, lesbica e attivista dei diritti omosessuali co-Presidente dell’Intergruppo LGBTQ al Parlamento Europeo[24].

        Il testo si propone di dettare le linee guida in materia di promozione dei diritti LGBTQ[25] reclamando l’adozione nell’ordinamento giudico dell’UE degli ideologici “principi” e l’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

        La relazione Lunacek[26] invita, inoltre, gli Stati europei ad adottare misure penali per combattere l’omofobia esortandoli «ad astenersi dall’adottare leggi che limitino la libertà di espressione in relazione all’orientamento sessuale e all’identità di genere e riesaminare quelle già in vigore». Vengono, infine, promossi corsi formativi scolastici sull’identità di genere e caldeggiato «lo scambio di buone prassi tra Stati membri per quanto riguarda la formazione e l’istruzione delle forze di polizia, della magistratura inquirente, dei giudici e degli operatori dei servizi di assistenza alle vittime»[27]. Il documento, pur non essendo vincolante per gli Stati membri, tuttavia esprime chiaramente la posizione ideologica ufficiale dell’UE in materia di promozione dei diritti omosessuali[28] e avrà certamente una forte e impattante influenza sulle future politiche nazionali dei singoli Stati[29].

         

        4. Christopher Smith: unica “voce” contraria all’ideologia. Il cambio di rotta dell’American Psychiatric Association.

           

          È da notare che – purtroppo come una delle poche voci contrarie[30] – nella riunione annuale dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE, avvenuta il 29 giugno 2013, l’On. Christopher Smith[31], (Rappresentante OSCE per gli Stati Uniti, specificatamente Rappresentante speciale per la lotta al traffico di esseri umani) ha richiesto formalmente – con la presentazione di un documento – il non riconoscimento dei cosiddetti principi di Yogyakarta[32].

           

          DOCUMENTO PRESENTATO DA CHRISTOPHER SMITH[33]

          Urging Heads of Delegation to Vote Against Supplemental Item #26 (Yogyakarta Principles).

          Excerpts of remarks by U.S. Rep. Chris Smith.

          In the Standing Committee of the Annual Meeting of OSCE Parliamentary Assembly.

          June 29, 2013

           

          The United States respectfully asks that members of the Standing Committee not approve – I say again, not approve item 26 – recognition of the so-called Yogyakarta Principles.

          The homosexual/ sexual identity/ gender identity program promoted by Yogyakarta are highly controversial and are already the subject of profound disagreement among OSCE states – and nations around the world.

          Yogyakarta has absolutely no standing in law and was not negotiated by states. It contradicts existing OSCE agreements on religious freedom and freedom of expression.

          According to Principle 29 of Yogyakarta, nations must establish new “criminal, civil and administrative” procedures and penalties for numerous new alleged “crimes perpetrated on the basis of actual or perceived sexual orientation or gender identity…”

          What does that mean? No one knows for sure.

          But, according to Principle 18 for example, anyone who provides “medical or psychological treatment or counseling designed to treat sexual orientation and gender identity as conditions to be treated or cured “commits the crime of medical abuse”. Thus if a clergyman counsels a person on gender identity in a way that does not affirm that situation, he or she commits a medical abuse and is liable for criminal prosecution adn can be punished with jail and fines. Does the OSCE PA want to endorse that?

          Also, Principle 21 states that thought, conscience, and religious rights may not be invoked by the state to justify laws, policies or practices that, “discriminate on the basis of sexual orientation”.

          How will Principle 21 affect a church, synagogue, or mosque’s refusal to perform homosexual weddings? Will that too be construed as a criminal offense?

          Other so-called principles – there are 29 of them with 128 instances where the state is obliged to take some action – include not just recognition of but overt promotion of gender identity by “targeting government support to provide social support for all persons experiencing gender transitioning”.

          On adoption, Principle 24 not only promotes unfettered homosexual adoption but significantly weakens current international law. The Convention on the Rights of the Child states “the best interests of the child” is the paramount consideration in adoption, yet Yogyakarta weakens that legal standard, making the child’s best interests a – not the – primary consideration.

          Principle 9 states that any person with a self-described gender identity or sexual orientation and convicted of any crime gets to “participate in decisions regarding the place of detention appropriate to their sexual orientation and gender identity”.

          Principles 13 and 17 make clear that states must “take all necessary legislative, administrative and other measures to ensure that health insurance or other benefits include body modifications related to gender identity… states must facilitate access to body modifications” (i.e., do sex change operations).

          Still another, so-called Principle 16 ensures that education methods and curricula “promote sexual orientation and gender identities”. Those who object or disagree are banned from our children’s classrooms.

          Yogyakarta would severely infringe on religious freedom, speech and conscience rights. Again, Principle 21 calls on states to silence those who espouse traditional convictions concerning marriage and sexuality with criminal, çivil, and administrative punishments.

          The U.S. asks heads of delegation to join us in voting not to approve supplemental 26 for the agenda.[34]

           

          Però la conquista più importante e determinante messa a segno dal movimento gay risale all’anno 1973 con la decisione dell’“American Psychiatric Association” (APA) di eliminare dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), il manuale di riferimento più impiegato dai professionisti della salute statunitensi, la sezione 302 denominata “Devianze sessuali”, nella quale l’omosessualità veniva identificata come disturbo mentale[35]. Tale provvedimento, che costituisce l’argomento principale al quale si appellano gli attivisti gay[36] per giustificare la loro presunta normalità, fu, tuttavia, adottato attraverso una votazione e fortemente influenzata dal clima rivoluzionario di quegli anni e, dunque, tutt’altro che scientifica. Robert Bayer, uno psichiatra testimone diretto dei fatti, nel suo libro Homosexuality and American Psychiatry, disegna un quadro fedele del contesto storico del tempo e scrive: «L’APA è stata vittima dei disordini di un’epoca tumultuosa, quando i conflitti destabilizzanti minacciavano di politicizzare ogni aspetto della vita sociale americana. Un egualitarismo furioso che (…) aveva spinto gli esperti in psichiatria a negoziare lo stato patologico dell’omosessualità con gli stessi omosessuali. Il risultato raggiunto non è stato una conclusione basata su un’approssimazione di verità scientifiche dettate dalla ragione ma un’azione di carattere ideologico dettata dai tempi»[37].

          A tali forti pressioni si aggiunse il fatto che la votazione – la quale stabiliva la derubricazione[38] della diagnosi di omosessualità dal “DSM-II[39]” – avvenne per via postale e nessuno dei membri dell’APA ai quali venne recapitata la lettera fu informato del fatto che il servizio di corrispondenza era stato gestito dall’organizzazione pro-gay “National Gay Task Force[40]”. Lo scrutinio si concluse con 5.816 voti per normalizzare l’omosessualità e 3.187 voti per mantenerla come un disturbo mentale (367 astensioni)[41].

          Lo psichiatra Charles Socarides che in tutti i modi tentò di ostacolare tale “successo” politico del movimento omosessuale ricorda l’evento con queste emblematiche parole: «È stata un’azione molto codarda, ed è stata una decisione che produce danni ancora oggi. La decisione è stata citata migliaia di volte negli ultimi venti anni da coloro che volevano legittimare l’omosessualità nelle nostre scuole e in altre miriade di organizzazioni (…) Io e i miei colleghi, tutti coloro che considerano l’omosessualità un disturbo siamo stati ridotti al silenzio (…)»[42].

          La scomparsa dell’omosessualità come disturbo mentale è stata accompagnata, paradossalmente, dall’apparizione di una nuova patologia mentale che si è diffusa gradualmente, facendo sì che gran parte dei governi adottassero legislazioni volte a contrastarla e neutralizzarla. Stiamo parlando dell’omofobia[43] che, come riporta Dina Nerozzi, è stata definita in un commento apparso sul Washington Post come «una paura e un’avversione irrazionale[44] nei confronti dell’omosessualità e dei gay, lesbiche, bisessuali, e transessuali, basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo, al sessismo. (…) Il trattamento con gli antipsicotici funziona e riduce questi pregiudizi»[45].

          Da tale excursus storico risulta evidente il progressivo processo di manipolazione della realtà che, a poco a poco, partendo da false premesse, basate su metodologie di ricerca imparziali e scorrette, supportato da una parallela e aggressiva attività di lobbying, ha trasformato i costumi e la mentalità della società. In poco più di cinquant’anni, a partire dalla rivoluzione sessuale, si è così passati alla metabolizzazione e accettazione sociale dell’omosessualità come un comportamento naturale alla pari di quello eterosessuale arrivando, infine, alla condanna e alla censura di tutti coloro che, additati come “bigotti omofobi”, rifiutano tale visione mettendone in luce le legittime storture e rivendicando il valore unico e fondamentale della famiglia naturale[46] (tesi del R. Mattei).

           

           


          [1] Cfr. M. Schooyans, Nuovo disordine mondiale, trad. it, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000 e Il Volto nascosto dell’ONU. Verso il Governo mondiale, trad. it., Il Minotauro, Roma 2003.

          [2] R. De Mattei, Gender Diktat, op. cit., p. 71.

          [3] M. A. Peeters, La nuova etica globale, op. cit., p. 8.

          [4] M. A. Peeters, La nuova etica globale, op. cit., p.10.

          [5] D. O’Leary, Maschi o femmine? La guerra del genere, Rubbettino, Soveria Mannlli 2006.

          [6] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p.16.

          [7] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 9.

          [8] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 73.

          [9] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 72.

          [10] UN International Research and Training Institute for the Advancement of Women (UN-INSTRAW), Gender Concepts in Development planning: Basic Approach, INSTRAW, Santo Domingo 1996, p. 11.

          [11] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 111.

          [12] R. De Mattei, Gender Diktat, op. cit., p. 77.

          [13] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 201.

          [14] D. O’Leary, Maschi o femmine?, op. cit., p. 202.

          [15] L. Palazzani, Sex/Gender: gli equivoci dell’uguaglianza, Giappichelli, Torino 2011, pp. 153-154.

          [16] Parlamento Europeo: Risoluzione sulla omofobia in Europa (2006); Risoluzione sull’aumento della violenza razzista omofobica (2006); Risoluzione sulla omofobia in Europa (2007).

          [17]Per approfondire http://www.europarl.europa.eu/charter/pdf/text_it.pdf.

          [18] Cfr. Aa.V.v., La Teoria del Gender: per l’uomo o contro l’uomo, op. cit., in particolare gli interventi di D. Nerozzi, Rivoluzione di genere: inizio, decorso e prospettive, pp. 89-109; L. Galantini, I nuovi diritti umani secondo l’ONU: un’aggressione alla società naturale, Atti del convegno, Verona, 21 settembre 2013, Edizioni Solfanelli, Chieti 2014, pp. 109-123; M. D’Amico, Ideologia del gender e omosessualismo: verso un nuovo totalitarismo, Atti del Convegno Verona, 21 settembre 2013, Solfanelli, Chieti 2014, pp. 123-154.

          [19] Per approfondire: http://www.corrispondenzaromana.it.

          [20] Si scrive sul tema: http://www.tempi.it.

          Rapporto Lunacek, file: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2014-0009+0+DOC+XML+V0//IT.

          [21] Sito UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali “a difesa delle differenze”): http://www.unar.it/

          [22] Rapporto Estrela: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2013-0306+0+DOC+XML+V0//IT.

          [23] Cfr. http://www.uccronline.it.

          Un elemento utile a comprendere l’on. Lunacek: dopo la Conferenza del Cairo, divenne la rappresentante politica di punta dell’Austrian Lesbian ad Gay Forum, candidandosi all’interno del partito austriaco dei Verdi.

          E dopo una militanza di dieci anni sul territorio, nel 1999, divenne la prima politica lesbica del Parlamento austriaco. Quando fu eletta al Parlamento europeo, nel 2009, entrò a far parte della Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, continuando a sponsorizzare la piena parità delle coppie omosessuali anche in Europa. Qui, oltre alle polemiche sorte per via delle sue idee sui diritti sessuali dei bambini e degli omosessuali, l’eurodeputata balzò alle cronache nel 2012 per le dichiarazioni rilasciate dopo la Marcia per la Vita ungherese. Aveva messo agli atti la presenza di slogan e cartelli antisemiti di cui non si trovarono prove. Ma evidentemente per Lunacek non erano necessarie. Solo l’anno dopo mirava a far diventare l’aborto un diritto umano e ad abolire l’obiezione di coscienza «per consentire alle donne di non essere ferite o uccise a causa della mancanza di accesso sicuro all’aborto».

          [24] Per approfondire: http://www.europarl.europa.eu/meps/it/97017/ULRIKE_LUNACEK_home.html.

          [25] Un documento – pro LGBT – dal titolo “OUT IN OFFICE. LGBT Legislators and LGBT Rights Around the World” di Andrew Reynolds: https://lgbtqrightsrep.files.wordpress.com/2015/08/annual-report_may20finalversion.pdf.

          [26] Per approfondire, dal lato della difesa della famiglia tradizionale: http://osservatoriogender.famigliadomani.it. Cfr. http://www.tempi.it/

          [27] Per approfondire, dal lato della difesa della famiglia tradizionale: http://www.notizieprovita.it.

          [28] Al rapporto Lunacek è seguito il rapporto Zuber, nel marzo 2014. Con un margine di 9 voti il Parlamento europeo ha bocciato il Rapporto di Ines Zuber, membro del gruppo della Sinistra unitaria europea e iscritta al partito comunista portoghese.

          L’intento del testo redatto all’interno della Commissione sui diritti della donna e l’uguaglianza di genere era quello di intervenire sull’uguaglianza tra uomo e donna, promuovendo il “genderismo”, l’aborto come diritto e i matrimoni omosessuali.

          Il rapporto Zuber sembra così uno stretto parente dei tanto criticati rapporti Estrela e Lunacek. Lo stesso parte dal presupposto che tutte le donne europee dovrebbero lavorare fuori casa e lasciare la crescita dei propri figli a strutture educative, salvo rarissimi casi in cui è accettata la riduzione dell’orario di lavoro per stare a casa con la prole.

          Le donne, inoltre, dovrebbero essere poste ai più alti livelli della sfera pubblica e privata: per questo gli Stati vengono incoraggiati a promuovere la loro vita politica attraverso quote di genere all’interno dei partiti.

          [29] Un esempio lapalissiano è dato dal Ministero per le Pari Opportunità della Repubblica Italiana che ha già pubblicato un documento dal titolo “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”.

          Vedasi anche: www.tempi.it.

          [30] Petizione online svolta contro il progetto Lunacek: http://www.citizengo.org/it/3268-no-al-rapporto-lunacek-lunacekno.

          [31] Per approfondire http://www.rightwingwatch.org.

          [32] Cfr. http://www.nocristianofobia.org.

          [33] Dal 29 giugno al 3 luglio 2013 si è svolta a Istanbul (Turchia) la XXII Sessione annuale dell’Assemblea parlamentare dell’OSCE il cui tema è stato “Helsinki +40”.

          Il 29 giugno 2013 si è tenuta la riunione della Commissione Permanente, cui ha partecipato il senatore Luigi Compagna (GAL), in qualità di Presidente facente funzioni. La Commissione permanente si è quindi espressa sull’esame dei temi supplementari, assegnandoli alle competenti Commissioni di merito e all’Assemblea. Cinque temi sono stati deferiti direttamente all’Assemblea plenaria: “Rafforzare la fiducia, la trasparenza e la responsabilità nelle Istituzioni OSCE”, “Vigilanza sulle vittime della tratta: aerei, treni, bus e alberghi”, “La crisi umanitaria in Siria”, “Adozioni internazionali” e “Libertà dei Media”.

          Quattro temi supplementari, non avendo ricevuto i 2/3 dei voti necessari in Commissione permanente, non sono stati inclusi nell’ordine del giorno della Sessione annuale: “La situazione in Kazakistan”, “I curdi in Turchia”, “I diritti umani in Russia” e “Il riconoscimento dei principi Yogyakarta nell’applicazione del diritto umanitario internazionale con riferimento all’orientamento sessuale e all’identità di genere”. xxii sessione annuale dell’assemblea parlamentare dell’osce, sintesi dei lavori: http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:sPT8QGdP7q0J:www.camera.it/Leg17/view_groups/download%3Ffile_path%3D/upload_file_europaestero/upload_files/000/000/297/NL016_OSCE_XXII_sessione_annuale.pdf+&cd=1&hl=it&ct=clnk&gl=it&client=opera

          [34] Per approfondire: http://www.osce.org/cio/31064.

          [35] R. De Mattei, Gender Diktat, op. cit., p. 59.

          [36] Cfr. R. Bayer, Homosexuality op. cit., p. 190.

          [37] R. Bayer, Homosexuality, op. cit., pp. 98-99.

          [38] Cfr. https://ontologismi.wordpress.com/tag/storia-della-derubricazione-dellomosessualita-dal-dsm.

          [39]Documento che analizza il DSM (UniMiB): http://www.sociologia.unimib.it/DATA/Insegnamenti/13_3176/materiale/dispensa%20dsm%20iv.pdf

          [40] Per approfondimento: http://www.thetaskforce.org.

          [41] T. Anatrella, La teoria del gender, op. cit., p. 129.

          [42] C. Socarides, Homosexuality: A freedom Too far, Adam Margrave Books, Phoenix 1995, p. 79.

          [43] Vedasi al riguardo: http://www.istitutobeck.com.

          [44] Tale articolo riguarda un’indagine promossa dall’UNAR e in esso si appura che i gay sono il gruppo sociale meno discriminato d’Italia.http://www.tempi.it/italia-omofoba-mica-tanto-dati-unar#.VvW2cdLhBD8

          [45] D. Nerozzi, L’uomo nuovo, op. cit., p. 80.

          [46] R. De Mattei, Gender Diktat, op. cit., p. 61.

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