La maternità e la paternità nella genitorialità

La maternità e la paternità nella genitorialità

Marzario Margherita

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Un tema tanto caro a Luigi Pirandello è la paternità, anche in seguito al suo rapporto controverso col padre (come tanti altri scrittori, da Franz Kafka a Gavino Ledda). Interessante a tale proposito è la commedia in tre atti “Tutto per bene” (1906) centrata sul fare il padre ed essere padre. Nel terzo atto si parla del rappresentare le varie parti in famiglia, del credersi padre ed essere creduto padre, del guadagnarsi la stima e l’affetto. La paternità (ma vale anche per la maternità) è un riconoscimento reciproco, psicologico nonché sociale. Non a caso nelle antiche società il padre riconosceva come suo il neonato, sollevandolo da terra e posandolo sulle sue ginocchia ed il bambino reagiva naturalmente piangendo (da qui l’etimologia di genuino, dal latino genu, ginocchio).

Quella paternità oggi tanto bistrattata a cui è dedicato l’art. 30 comma 4 della Costituzione dove si parla di “ricerca della paternità” quasi preludendo alla situazione odierna in cui si denuncia, tra l’altro, la latitanza dei padri.

La legislazione degli anni ’70 ha ridisegnato, anche se con qualche contraddizione, la figura paterna non più caratterizzata da autoritarismo e compiti esterni alla famiglia ma da parità e collaborazione con la figura materna e piena partecipazione alla vita familiare, mentre le leggi precedenti si erano occupate prevalentemente della maternità e dell’infanzia.

Per esempio nella legge 6 dicembre 1971 n. 1044 sull’istituzione degli asili nido si nomina più volte la famiglia, mentre una sola volta la donna: “politica per la famiglia”, “adeguata assistenza alla famiglia”, “esigenze delle famiglie”, “partecipazione delle famiglie”. Nel D.P.R. 31 maggio 1974 n. 416 sugli organi collegiali della scuola si parla di rappresentanti dei genitori, mentre sino ad allora la carriera scolastica dei figli era ritenuta campo d’interesse delle madri. Nella legge 29 luglio 1975 n.405 sull’istituzione dei consultori familiari, tra le varie situazioni previste si menziona, per due volte, la coppia. Nella legge 22 maggio 1978 n. 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza è coinvolto nelle procedure anche “il padre del concepito, ove la donna lo consenta” (quest’ultima previsione è una contraddizione).

Oggi, purtroppo, si assiste o all’assenza del padre o alla maternalizzazione del padre contravvenendo alla naturalità della genitorialità che, in quanto tale, richiede entrambi i ruoli non solo al momento del concepimento ma in qualsiasi momento della vita del figlio. Bisognerebbe recuperare il significato etimologico di “concepire”, dal verbo latino “concipere” (cum e capere), prendere insieme, prendere in sé, con sé, accogliere, significato che ben si attaglia alla genitorialità che, pertanto, non avrebbe bisogno di essere definita “condivisa”, “consapevole”, “responsabile” o altro. La disciplina costituzionale della famiglia (articoli 29-31) è, a tale proposito, paradigmatica, perché si parla distintamente e progressivamente di “società naturale”, “genitori”, “paternità”, “maternità”. Da notare, poi, che il costituente ha menzionato la paternità nello stesso articolo, art. 30, che è quello centrale, in cui si disciplinano i doveri e i diritti di entrambi i genitori, proprio per richiamare che si è padri e madri, con identità diverse e quindi modalità differenti, nell’ambito della stessa sfera giuridica e relazionale, che non è altro che quella che oggi è denominata genitorialità (che per la sua duplice natura non avrebbe bisogno di essere qualificata bigenitorialità o cogenitorialità). In quest’ottica si devono rileggere l’art. 144 cod. civ. in cui si parla di indirizzo concordato della vita familiare e l’art. 316 comma 2 cod. civ. in cui si dice: “La potestà è esercitata di comune accordo da entrambi i genitori”. A parte queste disposizioni, spesso dimenticate, il legislatore della riforma del diritto di famiglia del 1975, negli articoli relativi ai figli – per esempio gli artt. 147 e 148 – rivolgendosi ai coniugi e non ai genitori, ha dato più rilievo alla coniugalità e non alla genitorialità, come invece sarebbe stato richiesto dal dettato costituzionale dell’art. 30 Cost., anche per far comprendere che le vicende della coniugalità non devono intaccare la genitorialità, che rimane sempre tale.

La legislazione dell’ultimo decennio sta dando sempre più concretezza ai principi costituzionali, a cominciare dalla legge 8 marzo 2000 n. 53 “Disposizioni per il sostegno della maternità e della paternità, per il diritto alla cura e alla formazione e per il coordinamento dei tempi della città”, meritevole già dalla sua rubrica.

Nell’ultima pagina del romanzo “In nome della madre” (2006) di Erri De Luca, Miriam (Maria) dopo aver partorito Ieshu (Gesù) si esprime così: “Che vuoto mi hai lasciato, che spazio inutile dentro di me deve imparare a chiudersi. Il mio corpo ha perso il centro, da adesso in poi noi siamo due staccati, che possono abbracciarsi e mai tornare una persona sola”.

Appropriato è l’uso del verbo “imparare” perché al di là di corsi sulla genitorialità, servizi di sostegno (e non di surrogazione) alla genitorialità, questa è e rimane un’arte che s’impara e si applica sul campo inventando e reinventando continuamente. Ebbene i genitori devono imparare ad amare non di un amore che lega, ma di un amore che libera, con un affetto nel sano distacco, perché altrimenti si cade nel familismo “amorale” o, peggio, in vincoli “incestuosi”, in atteggiamenti “violenti”.

Amando così in modo autentico ed equilibrato i genitori educano all’amore come a-mors, lotta contro la morte, all’amore per la vita in tutte le sue forme e a quello che veramente vale nella vita. Quei valori imprescindibili della vita ben espressi nella nostra Costituzione, a cominciare dai suoi principi fondamentali: educare alla laboriosità (articoli 1 e 4), alla socialità e alla solidarietà (art. 2), alla dignità (art. 3), al rispetto dell’ambiente (art. 9), all’accoglienza dello straniero (art.10), alla pace (art. 11) e così di seguito.

Facendo un gioco linguistico basato sulla comune radice gen- (nascita), tra il tautogramma e la tautologia, si può sostenere che la genitorialità è generosità, genuinità, genialità; mutuando il pensiero di don Antonio Mazzi, uomini e donne non possono più limitarsi ad “essere” genitori, ma devono saper “diventare” veri padri e vere madri. Come scriveva J. Schiller: “Non è né la carne né il sangue, ma il cuore che ci rende padri e figli”.

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