La famiglia tra definizioni e descrizioni

Abstract: L’Autrice ci offre una pagina di sociologia giuridica con l’intento di riaffermare la vitalità della famiglia

 

“Nonostante la famiglia sia un’istituzione sociale pressoché universale, non è facile identificare quali siano le proprietà che universalmente caratterizzano la famiglia e soltanto essa. Le varie definizioni che sono state proposte sono insoddisfacenti per una ragione o per l’altra”: quello che scriveva il sociologo Alessandro Cavalli negli anni ’70 vale ancor di più nel XXI secolo.

Lo psicologo Pasquale Borsellino, ai giorni nostri, risponde alle perplessità passate e presenti sulla famiglia: “Eppure, nonostante le sue fragilità, la famiglia rimane l’unica ancora di salvezza, l’unica strada attraverso la quale sprigionare buone pratiche, perché è il luogo degli affetti, delle relazioni, della crescita e dell’integrazione del maschile e del femminile, nonché il luogo in cui si esprimono responsabilità riconosciute e condivise e in cui le generazioni possono stabilire rapporti di reciprocità. La famiglia può essere un sistema auto generativo, ovvero capace di mettere a disposizione la propria energia e le proprie competenze per la crescita dei figli, per la loro educazione e per la crescita della coppia genitoriale (generatività familiare), per la cura e l’investimento nei legami e nei rapporti sociali (generatività sociale) e infine per la comunità all’interno della quale è inserita (generatività comunitaria)”. La famiglia, “cellula fondamentale della società” (Parte I n. 16 Carta sociale europea riveduta nel 1996): “cellula” (diminutivo di “cella”), etimologicamente significa “stanza, nido, luogo dove si nasconde”. È questa la natura che contraddistingue la famiglia e che la famiglia dovrebbe recuperare.

Il sociologo Francesco Belletti[1] aggiunge: “In effetti la famiglia è oggettivamente una risorsa insostituibile per la società, ma la società non se ne accorge e forse non vuole nemmeno farlo. […] Si parla troppo di famiglia tradizionale come se fosse un residuo del passato e il futuro fosse nelle famiglie “allargate”, ricomposte, divise e rimesse insieme, ma oggi la vera rivoluzione è quella di chi ancora crede che fare famiglia sia un progetto stabile di dono reciproco. I veri rivoluzionari sono quelli che resistono. […] È un’urgenza l’idea stessa di persona che oggi viene strumentalizzata per i desideri dell’individuo. Mi preoccupa la prospettiva dei bambini costruiti in provetta, la dimenticanza del diritto dei figli ad avere un papà e una mamma, l’idea stessa che il maschile e il femminile siano una scelta della persona e non la differenza che genera l’umanità. […] Un’altra sfida radicale è che la società sostenga la famiglia anziché spremerla come un limone. Troppe volte si dice che la famiglia è il potente ammortizzatore sociale del Paese, ma così le famiglie, anziché sostenute, vengono sfruttate e schiacciate dai propri bisogni. Un’altra urgenza riguarda invece l’educazione delle famiglie a diventare soggetto sociale […]. Accogliere i percorsi accidentati significa riaffermare la bellezza della famiglia e richiamare tutti all’ideale alto. Non si tratta della famiglia del Mulino Bianco, ma di riconoscere che anche le storie famigliari più solide possono attraversare crisi, fatiche e difficoltà”. Nell’art. 16 par. 3 Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si legge: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto a essere protetta dalla società e dallo Stato”.

Etimologicamente “nucleo” deriva da “noce”, “tenere, tenere insieme, aggruppare”: la famiglia è dove nasce e si crea quello che e sarà la persona. “Ogni nato è a suo modo speciale – dice il bioeticista Paolo Marino Cattorini –, è «indaco», ha un colore miracoloso e un potenziale di sviluppo creativo che vanno difesi dalle contaminazioni di una società omologante e di un’ecologia intossicata”. Nel paragrafo “Creare ambienti favorevoli” della Carta di Ottawa per la promozione della salute del 1986 vi è scritto: “Gli inestricabili legami che esistono tra le persone e il loro ambiente costituiscono la base per un approccio socio-ecologico alla salute”. Il primo ambiente socio-ecologico è la famiglia, tanto che si parla sempre più frequentemente di “ecologia familiare”. Ricordando che “eco-“ deriva dal greco “oikia, oikos” che significa casa, come l’ebraico “baith” (che diventa “beth” in unione con un’altra parola): entrambi i termini, quello greco e quello ebraico, possono essere usati per indicare la famiglia o il gruppo familiare, proprio perché casa e famiglia s’identificano come punto di riferimento nella vita di ognuno, in cui ritrovare sicurezza e riservatezza.

Il teologo e scrittore gesuita Antonio Spadaro afferma: “La famiglia è un viaggio impegnativo, come lo è tutta la vita, del resto. E sono incalcolabili la forza, la carica di umanità in essa contenute: l’aiuto reciproco, le relazioni che crescono con il crescere delle persone, la generatività, l’accompagnamento educativo, la condivisione delle gioie e delle difficoltà. La famiglia è il luogo in cui si vive la «gioia dell’amore»”. Come recita il Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia: “Convinti che la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e quale ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri ed in particolare dei fanciulli debba ricevere l’assistenza e la protezione necessarie per assumere pienamente le sue responsabilità all’interno della comunità”.

Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni precisa: “È incomprensibile la cieca intensità di un sentimento, che è difficile chiamare amore. Un legame inquieto e combattuto che non trova pace e serenità. […] La molla di questo sentimento è l’onnipotenza, cioè l’idea di poter modificare un’altra persona attraverso la dedizione costante e il sacrificio di sé. Un pensiero illusorio, perché nessuno può cambiare nessuno: né il genitore cambia il figlio, né il marito la moglie, o viceversa, né il maestro l’allievo o il terapeuta il paziente. Anche perché nessuno può arrogarsi questo diritto. Semmai nelle relazioni ci si modifica reciprocamente imparando ad ascoltarsi, rispettarsi e camminare sulla stessa strada. Ma questa è una scoperta che si fa crescendo”. Quel “crescere” (letteralmente “andare formandosi”) che è stato aggiunto nell’art. 315 bis comma 2 cod. civ., dove si dispone: “Il figlio ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”. In famiglia si cresce, o si dovrebbe crescere, nell’amore e con amore, in famiglia si pratica, si apprende, si esperisce l’amore, non solo all’inizio ma ad ogni inizio. L’amore, scaturigine di salute e ben-essere, come descritto anche nel paragrafo “Entrare nel futuro” della Carta di Ottawa: “La salute è creata e vissuta dalle persone all’interno degli ambienti organizzativi della vita quotidiana: dove si studia, si lavora, si gioca e si ama. La salute è creata prendendosi cura di se stessi e degli altri, essendo capaci di prendere decisioni e di avere il controllo sulle diverse circostanze della vita, garantendo che la società in cui uno vive sia in grado di creare le condizioni che permettono a tutti i suoi membri di raggiungere la salute”. Formulazione che si addice alla famiglia, al processo di crescita della famiglia e in famiglia.

“[…] si può apprendere un’arte solo nelle botteghe di coloro che con quella si guadagnano la vita” (lo scrittore inglese Samuel Butler). La famiglia è (o dovrebbe tornare ad essere) bottega (etimologicamente da “porre in disparte”) dell’arte di amare, di comunicare, di vivere, senza demandare o domandare continuamente ad altre figure (dallo psicologo all’animatore per le feste): anche questo è il senso della locuzione “società naturale” espressa nell’art. 29 della Costituzione. La famiglia è una società, è società, per cui è inutile lamentarsi e deresponsabilizzarsi addossando tutto ad un’astratta o fantomatica società. La famiglia non deve essere né raccoglitore né inceneritore del mondo circostante, ma motore e propulsore.

Il giornalista Paolo Perazzolo analizza: “Essere genitori non è mai stato facile, ma la sensazione è che, oggi, la sfida di essere padri e madri capaci di crescere i propri figli sia ancora più difficile, ancora più impegnativa. Se non altro per il convergere di due fattori: la rivoluzione tecnologica con l’invasione di telefonini, tablet e Facebook vari da una parte e, dall’altra, il trovarsi immersi in un’epoca nella quale i riferimenti consolidati del passato sono venuti meno (i sociologi la chiamano “società liquida”, a indicare l’infrangersi delle certezze e l’incessante mutamento dei modelli)”. Già nella prima metà del ‘900, Cesare Pavese annotava: “Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con l’altro”. La famiglia: dove si rompe la propria solitudine e si comunica con l’altro e non dove ci si chiude nella propria solitudine e si rompe la comunicazione con l’altro. La famiglia di oggi, esasperata da crisi e altri problemi, recuperi questa dimensione che è la sua vera identità e che rimane l’unica risorsa incorruttibile per se stessa e per la società intera. Anche la scrittrice Mariapia Veladiano lancia il suo appello: “L’essenza della paura è la solitudine. Da soli tutto spaventa, quando si è insieme anche le esperienze più tremende possono essere affrontate. “Insieme è nulla la paura”: è un’iperbole, un’esagerazione, che vale solo nel rapporto d’amore più profondo. Ma in misura diversa è sempre un po’ così”. Se si riscoprisse che la famiglia è mettersi a servizio (dal latino “famul, famulus”, servo, servitore; colui che conosce e custodisce tutto in casa), ci sarebbe meno “paura di vivere”, tra l’altro meno casi di depressione, in particolare meno casi di depressione infantile o altre patologie, “riconosciuto che il fanciullo per il pieno ed armonioso sviluppo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare, in un’atmosfera di felicità, amore e comprensione” (dal Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Famiglia: ritrovarsi tutti in quei pochi che contano, raccogliersi attorno allo stesso centro, raccontarsi storie nella stessa intima lingua, vivere i momenti che restano impressi nella ferialità e nelle feste. Come descrive lo scrittore Erri De Luca: «“La doppia vita dei numeri” proviene dalle feste nella mia piccola famiglia d’origine, quando quei pochi c’erano tutti… La sera di capodanno si allestiva la tombola e accadeva il prodigio di estrarre dal canestro dei numeri una folla di storie in una lingua nostra»[2]. Parole che riecheggiano quelle dello scrittore Fulvio Ervas: “[…] una perfetta sintonia, non c’è bisogno di altro, come quando senti l’amore che si diffonde e ha il sapore di un liquido dolce”.

La famiglia nasce da una scelta d’amore e dovrebbe continuare ad essere fonte di amore nella quotidianità, nonostante le difficoltà e proprio nelle difficoltà. Come le crescenti difficoltà relazionali, soprattutto tra affini, tra suocere e nuore, o tra cognati/e. Per esempio “cognato/a”, deriva etimologicamente da “nato insieme”: per cui non sia solo un’etichetta da appiccicare, ma una relazione da edificare e vivificare ricordando che vanno rispettati i diritti relazionali di tutti e in particolare dei bambini.

La famiglia, però, oltre ad essere culla d’amore, è anche stata ed è patologica e patogena, l’ambiente in cui, talvolta più di ogni altro, vengono a mancare il rispetto, lo “sguardo attento”, e l’ascolto, il “silenzio accogliente”. Il filosofo Immanuel Kant metteva in guardia: “La mancanza della vista ti isola dagli oggetti, la mancanza dell’udito ti isola dalle persone”. La mancanza dello sguardo e dell’udito isola nella famiglia, dalla famiglia. La con-divisione familiare da umili “servitori” (secondo l’etimo di famiglia) sia fondamentalmente “pane” (etimologicamente dal verbo “pascere”, “nutrire, dar da mangiare, far crescere, sostenere, proteggere”, come la stessa radice della parola “padre”) da spezzare, perché si mette l’impegno nello spezzarlo e si disperdono le briciole da raccogliere, come briciole d’amore per chi dovesse averne bisogno, perché piccolo o invisibile agli occhi o inudibile alle orecchie, per trascuratezza o stanchezza. La famiglia non può non essere sorgente e scuola di vita.

 


[1] F. Belletti in “La famiglia costruisce la società. Un valore “aggiunto” per tutti”, San Paolo Edizioni 2015

[2] E. De Luca in “La doppia vita dei numeri”, Feltrinelli 2012


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