La dispersione organizzativa, dal caso Toyota

La dispersione organizzativa, dal caso Toyota

Sabetta Sergio

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Nella crisi organizzativa che lo scorso decennio Toyota ebbe a subire vi fu una certa lentezza nel reagire con relative incertezze comunicative, circostanze che sembravano dimostrare una malcelata ritrosia nell’affrontare la crisi, l’interpretazione di tale comportamento fu tanto di abbandono dei principi sulla qualità (Lean Managemet), quanto di una progressiva perdita del capitale umano a seguito di un rapido processo di diluizione per la parallela globalizzazione del gruppo.

La rapida internazionalizzazione ha rotto il sistema di management a “doppia elica” per cui a una capacità di migliorare i prodotti (qualità ed efficienza) corrispondeva un miglioramento della qualità delle persone garantendo il ripetersi positivo del ciclo, tuttavia la necessità di accrescere i punti di produzione, di inserire personale abbassando gli standars di selezione e pescando da culture diverse, senza che si abbia avuto il tempo di integrare, ha portato inoltre allo “scollamento” procedurale (A. Camuffo – D. R. Weber, Anatomia di un recall. Lezioni dal caso Toyota,  93-115, in E. & M. SDA Bocconi, Etas 3/2011) , questo scollamento è anche il portato di una “insicurezza” che attraversa l’intrecciarsi tumultuoso delle culture senza alcuna stanza di compensazione (Sloterdjk), ossia del tempo necessario per l’amalgamarsi, vengono parallelamente a mancare parte delle competenze necessarie nei nuovi contesti, circostanza che induce a negare l’evidenza, dove per ragioni tecniche, organizzative, economiche e istituzionali “il successo sedimenta le ragioni dell’insuccesso” (G. Verona, Editoriale, 3-9 in E. &. M. SDA Bocconi, Etas 2/2011).

Questo stesso processo si manifesta nelle strutture pubbliche dove viene meno il necessario intreccio tra capacità giuridiche, economiche, sociologiche psicologiche ed aziendalistiche, la liquidità  sociale esalta nelle democrazie il sommarsi dei diritti secondo un’ onda individualistica, quale risposta ai doveri del novecento propri di una società di massa standardizzata, i doveri vengono pertanto visti esclusivamente in capo agli altri in un’oscillare tra gli estremi della repressione o dell’anarchismo, tra un possibile irrigidimento ed un probabile caos, l’arroganza del potere diventa in politica una deresponsabilizzazione per il venire meno dello stretto rapporto tra i due termini, passando il potere finanziario ed economico ad un livello esterno (Bauman).

 Nella socializzazione intervengono le tre differenti dimensioni delle influenze comportamentali, dei valori morali e degli stili culturali, si tende pertanto ad una conformità nei tre campi senza che tuttavia la conformità comportamentale rispecchi necessariamente una conformità morale o culturale, il nucleo della socializzazione è dato dallo stretto intreccio tra norme  e pratiche consolidate le quali diventano un rafforzativo della struttura normativa, tuttavia l’efficacia degli stessi è consolidata dagli anelli esterni dell’educazione morale esplicita e dall’educazione morale implicita propria nel comportamento dei leaders.

I valori su cui si vuole fondare qualsiasi modello di socializzazione è sempre insidiato dall’opportunismo pratico e dalle “larghe vedute dei più illuminati”, gli stessi codici linguistici perdono la loro accettata universalità e diventano funzionali alle lotte tra gruppi, il venire meno dei confini tra categorie indicati dagli stessi codici (Bernstein) se crea un’illusione di libertà di fatto ne permette la ridefinizione a favore di determinati gruppi che si rifanno agli stessi diritti rivendicati come bene comune, dove la “liquidità giuridica” permette una piena “commercializzazione giurisprudenziale”.

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