La contraffazione del “Made in Italy”: il decreto crescita 2019

La contraffazione del “Made in Italy”: il decreto crescita 2019

di Lione Federico, Dott.

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a cura della Dott.ssa Serana Biondi

La dicitura “Made in Italy” (fatto in Italia) viene apposta sui prodotti che sono stati interamente realizzati in Italia o perlomeno nel territorio italiano hanno subito l’ultima trasformazione sostanziale.

Sono dunque le eccellenze italiane ad essere contraddistinte da detta specifica e ciò ha certamente dei risvolti positivi (i prodotti in questione sono ammirati e commercializzati in tutto il mondo) ma anche negativi (gli stessi prodotti sono spesso oggetto di contraffazione).

Ebbene – facciamo una premessa –

Cosa è la contraffazione?

A grandi linee, la contraffazione si verifica quando su un prodotto viene apposto, senza alcuna autorizzazione, un marchio identico ad uno registrato per lo stesso tipo di prodotto o comunque un marchio che non possa essere distinto da un altro nei suoi elementi essenziali.

La contraffazione avviene tramite vari canali, i prodotti contraffatti vengono infatti venduti nelle piazze, sulle spiagge ma anche commercializzati online. I settori interessati dalla contraffazione sono i più vari (certamente lo è il settore agroalimentare così – per fare altri esempi – come lo sono la moda ed il design). I numeri sono vertiginosi e molto preoccupanti; le minacce legate alla contraffazione possono certamente avere gravi ripercussioni sull’immagine e sui ricavi delle aziende coinvolte, oltre che determinare la perdita di fiducia da parte dei clienti nei confronti delle stesse.

Questo fenomeno va dunque assolutamente contrastato. Ma come? Le proposte ed i tentativi per farlo sono molteplici, la riuscita tuttavia è scarsa.

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Il decreto Crescita del 2019

Si intravede però uno spiraglio in quanto recentemente la tutela del marchio “made in Italy” è stata prospettata nel Decreto Crescita 2019, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 aprile 2019; nello specifico in detto decreto sono state inserite misure atte a salvaguardare i livelli occupazionali e a contrastare la delocalizzazione delle imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale.

Tra le novità introdotte dal decreto vi è invero l’inserimento della definizione di “marchio storico di interesse nazionale” e l’istituzione dell’apposito registro speciale presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi. E’ stata dunque prevista la possibilità di ottenere l’iscrizione del marchio nel registro dei marchi storici per i titolari o licenziatari esclusivi di marchi d’impresa che siano registrati da almeno cinquanta anni o per i quali sia possibile dimostrare l’uso continuativo per almeno cinquanta anni; è inoltre necessario che i titolari dei suddetti marchi abbiano un’attività produttiva localizzata nel territorio italiano.

Altra novità disciplinata dal decreto è la previsione, per le imprese titolari di un marchio iscritte nel registro speciale che intendano cessare l’attività, di notificare la decisione al Ministero dello Sviluppo Economico trasmettendo le informazioni relative al progetto di chiusura o di delocalizzazione dello stabilimento. Dopo la notifica l’impresa dovrà individuare i potenziali acquirenti informando il suddetto Ministero, ogni tre mesi, delle proposte ricevute. E’ prevista inoltre una sanzione amministrative per le aziende che non comunichino dette informazioni.

Altra novità rilevante è l’istituzione del “logo dei marchi storici di interesse nazionale” che le imprese iscritte nel registro potranno utilizzare per le finalità commerciali.

Questo decreto rappresenta certamente un passo in avanti per la tutela dei prodotti italiani.

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