La complessità e il pensiero complesso

La complessità e il pensiero complesso

Sabetta Sergio

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Luhman afferma che un sistema è complesso quanto gli elementi che lo compongono devono relazionarsi fra loro in termini selettivi, circostanza che conduce ad un sistema differenziato il quale contiene in se stesso dei sottosistemi  con una accresciuta capacità di differenziarsi e replicarsi in forma stratificata; questo porta al fine della coesione alla necessità della gerarchizzazione delle disuguaglianze.

Il superamento della delimitazione della crescita avviene con il principio della differenziazione funzionale che rappresenta l’incorporamento delle differenze sistema ambiente all’interno dei sistemi, si ha pertanto una capacità di adattamento maggiore alla variabilità ambientale anche in rapporto ad una maggiore capacità selettiva dell’informazione, quella che effettivamente conta in una evoluzione da una struttura semplice ad una complessa sono il numero e la distribuzione di forme intermedie stabili.

In presenza di sistemi quasi scomponibili, come si assiste nelle dinamiche sociali, le interazioni tra sottosistemi sono deboli ma per questo non trascurabili, si che vi è una profonda differenza tra comportamenti a breve termine e a lungo termine, nel primo caso si assiste ad una quasi indipendenza tra componenti, nel secondo caso l’agire di ciascun componente è leggibile solo in modo “aggregato” con gli altri componenti.

La fase critica corrisponde al momento in cui due sottosistemi non interagiscono più fra loro o escludono altri sistemi dall’interazione, lo schema gerarchico fa sì che l’interazione debba avvenire ai livelli superiori senza che tuttavia questo garantisca l’interazione in senso orizzontale tra sistemi paralleli, questa circostanza può portare alla perdita di informazione che risale solo per le parti principali ma si disperde lateralmente.

La semplicità di un sistema non risiede nella quantità dei suoi moduli ma piuttosto nel rapporto costante dello stato del sistema in momenti successivi, si può quindi descrivere un sistema complesso attraverso sia la descrizione di stato, che nel mondo giuridico è dato dall’ordine normativo + il grado di disordine dello stato di fatto, che la descrizione di processo, la quale normativamente non è altro che il processo di trasformazione della procedura.

Questa distinzione tra il mondo “dato” e quello “manipolato” definisce la condizione fondamentale dell’adattabilità di un organismo per la sua sopravvivenza, circostanza che avviene attraverso un continuo passaggio tra le descrizioni di stato e le descrizioni di processo.

Una delle fondamentali esigenze umane è il controllo delle situazioni e dei processi, tale impossibilità comporta uno stato di ansia, per questo la complessità assume per il singolo individuo una connotazione negativa, ma la complessità non è complicazione si ché è stato elaborato il concetto di “organizzazione del disordine”, nella quale l’organizzazione funge da catalizzatore semplificativo della complessità.

La circolarità ricorsiva è caratteristica della complessità, ma permette anche l’interagire di diverse logiche nel controllo e semplificazione della stessa, sì da acquisire una valenza anche psicologica nell’affrontarla, infatti vi è nell’uomo una doppia tensione verso la semplificazione oppure verso la complessificazione, solo la capacità di fare dialogare i vari livelli relazionandoli fra loro crea le premesse per un pensiero complesso costruttivo in cui il controllo nel centro interagisce positivamente con lo sviluppo “laterale” della periferia.

Nella complessità vi sono un numero di variabili che per quanto numerose sono finite, questo deve comportare una maggiore capacità dell’osservatore nell’auto-organizzare dati e interpretazioni non più collegate a certezze di controllo, con una irreversibilità dei processi e degli stati di fatto che si creano.

Le crisi diventano quindi elemento di prova organizzativa dell’adattabilità e spinta al cambiamento, in questo variare si creano margini di potere per il singolo che nel creare e difendere spazi propri di libertà nell’organizzazione rende la propria condotta imprevedibile agli altri, in tal senso il potere è l’imprevedibilità ossia la capacità di controllare nelle relazioni con gli altri i margini di incertezza fuori dalle regole previste.

La lotta per il potere si risolve, pertanto, in scontri generalizzati intorno al controllo dei margini di incertezza, è una lotta che pervade informalmente tutta l’organizzazione ed è esaltata nei rapporti di complessità.

 

 

 

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