Il rischio culturale

Il rischio culturale

di Sabetta Sergio Benedetto, Dott.

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Molti studiosi di scienze sociali subiscono senza avvedersene un processo di identificazione con il sistema da loro studiato fino ad assumerlo come paradigma fornito di significato assoluto, selezionando per tale via le informazioni ricevute in contrasto con l’ipotesi accolta, ancor più quando manca una misura scientifica universalmente accettata a cui riferirsi, se poi subentrano dei precisi interessi per fermarsi il cerchio si chiude.

Cultura, quale insieme di nozioni codificate da una comunità per affrontare e risolvere i problemi previsti dai modelli della società stessa, personalità, derivante dall’acquisizione di quella parte di cultura necessaria al singolo per vivere nella situazione del proprio settore comunitario, e società, ossia la codificazione in termini istituzionali di comportamenti già previsti, culturalmente necessaria per rendere economicamente efficiente il sistema con un minimo sforzo, fanno sì che gli individui acquisiscano un proprio status in riferimento alla posizione sociale specifica e un proprio ruolo rispetto alla mansione svolta.

Tuttavia il campo formato dal convergere dei tre modelli coordinati fra loro può perdere la propria funzionalità di adattamento, se la “cultura” non riesce più a fornire quei modelli atti a risolvere efficacemente i problemi sociali secondo schemi comportamentali pre-definiti, il fallimento porterà alla compromissione della collaborazione sociale fino al possibile caos.

La scarsa capacità culturale collettiva di adattamento, con la conseguente rigidità sistemica, porta l’individuo a ricercare nuovi modelli culturali e ad accettarli più facilmente, ma può anche condurre al fallimento personale nella ricerca di un nuovo modello efficace che si risolve nella frustrazione e nella nevrosi, reazione tipica di autoconservazione proprio di qualsiasi sistema organico o sociale.

La depressione e il disadattamento sociale non è in rapporto esclusivamente alla eccessiva “durezza” della società ma soprattutto alla rigidità sociale che non riesce ad esprimere una speranza di auto trasformazione, la disfunzionalità e l’incoerenza storica nei rapporti, seppure collettivamente delirante, non per questo fa cessare il funzionamento del sistema sociale chiuso in sé che resta apparentemente valido fino al crollo per input esterni.

Le convenzioni si radicano così profondamente che i limiti vengono ignorati non solo dalle istituzioni preposte alla regolamentazione, ma anche dagli stessi studiosi di scienze sociali.

Nell’agire umano vi è una ciclicità che si rispecchia nell’economia, in particolare l’incertezza destabilizzante favorisce l’influenza del gruppo e nel seguirlo vi è un’ auto-alimentazione dell’azione che porta sempre agli stessi errori secondo un preciso rapporto causa – effetto, se tuttavia lo shock è provocato da fattori prevalenti esterni il sistema stesso riuscirà a riassorbirlo più facilmente, se al contrario lo shock deriva prevalentemente da fattori interni il riequilibrio e la ripresa avranno tempi lunghi.

Il rischio implicito nell’agire è sempre innanzi tutto un fattore culturale, sebbene controllato nella probabilità dell’accadimento da una crescente tecnologia, il crescere della complessità sia all’interno che tra sistemi non fa che trasferire il livello del rischio a fronte di una crescente sicurezza psicologica che nega la probabilità dell’accadimento stesso ispirandosi al crescere della tecnologia, nel manifestarsi della crisi le reazioni psicologiche andranno da una esaltazione di potenza nell’avere “controllato” le conseguenze del rischio, se non appositamente provocato, alla depressione per il rischio “subito” nelle sue conseguenze, come è accaduto nella recente crisi provocata dalla leva finanziaria dei Credit Default Swap ( CDS), dove il mercato appariva fornito di una potenziale di crescita apparentemente illimitato.

Se quindi la percezione del rischio e il livello di accettazione dello stesso è prevalentemente di matrice culturale, la normazione ne è una semplice conseguenza, la codifica non è che una traslitterazione di un paradigma consuetudinario espressione di una data cultura ed anche la logica espressione di una nuova norma deve comunque trasformarsi in una “consuetudine”, in quanto elemento che velocizza i rapporti sociali per una fiducia del realizzarsi dell’azione / reazione secondo una tipologia consolidata e accettata.

Nel tentativo di ricomprendere la crescente complessità della realtà sociale per schematizzarla secondo canoni, vi è una frantumazione della visione organica del diritto, proprio secondo il principio per cui la crescita e l’innovazione non è mai omogenea, come il cambiamento culturale avviene sempre con il cessare delle precedenti generazioni in qualsiasi ambiente sociale si tratti, ed è proprio il fattore dello scorrere del tempo che viene spesso e forse volutamente omesso.

Il congelamento delle energie giovanili in sistemi anziani si risolve in un prolungamento della malattia, in una crisi che si autoalimenta impedendo, come osservato, una progettualità naturale e per tale via cronicizzandosi in una lenta decrescita dovuta alla perdita del piacere del rischio nel sogno di un futuro, tutto trasformando in una semplice partita contabile di giro.

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Sabetta Sergio Benedetto

Ha conseguito la laurea in Giurisprudenza Università degli Studi di Genova, nonché l'abilitazione all’insegnamento per le discipline giuridiche ed economiche – classe XXV. Direttore di Cancelleria Ministero Grazia e Giustizia e Coordinatore nella Sez. Controllo e SAUR della Corte dei Conti – Genova (controllo Università, Regione,OO.PP.,Prefetture,Enti locali).


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