Il difficile rapporto Italia – U.E.

Il difficile rapporto Italia – U.E.

Sabetta Sergio

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“… in quei paesi d’Europa in cui le etnie si intersecavano l’una nell’altra, i nuovi stati ereditarono i conflitti per le nazionalità della monarchia asburgica, ma senza le sue istituzioni sovranazionali e senza il suo strumento compensativo”

( 513, F. Herre, Francesco Giuseppe, Rizzoli, 1990)

 

            Karl von Clauswitz nel capitolo “La Critica” dei suoi “Pensieri sulla guerra” termina osservando che “Il primo male in cui ci imbattiamo di solito, è l’impiego maldestro, del tutto inopportuno, di certi sistemi unilaterali come se rappresentassero leggi positive. […] Assai maggiore è il pregiudizio che risiede nel conteggio di terminologie, espressioni tecniche e metafore, che i sistemi si trascinano dietro e che come disordinata plebaglia, come le salmerie di un esercito, distaccandosi dal grosso si va cacciando ovunque. […] Un terzo male della critica è l’abuso di esempi storici e lo sfoggio di erudizione”, rifacendoci al sistema della Comunità Europea l’art. 5 del trattato esplicita: “la Comunità agisce nei limiti delle competenze che le sono conferite e degli obiettivi che le sono assegnati dal presente trattato; quindi sebbene esso sia un ente a “vocazione generale” non è di per sé un ente a “competenze generali”.

            Si tratta pertanto di un sistema chiuso dove vige il principio delle competenze di attribuzione, vi è tuttavia la necessità di coordinare l’art. 5 con il successivo art. 308 su cui si fonda la teoria dei poteri impliciti, per la quale, a seguito del consenso generale di tutti gli Stati membri, il Consiglio adotta le azioni necessarie per raggiungere gli scopi della Comunità in assenza di formali poteri di azione, grazie all’interpretazione estensiva della Corte di Giustizia con le sentenze del 12/7/73, c. 8/73 (Massey / Ferguson) e del 26/3/86, c. 45/86 (Commissione / Consiglio), si è avuta a partire dagli anni settanta una “auto espansione” delle competenze comunitarie a prescindere da una formale revisione del trattato, circostanza che ha indotto ad opporsi alcuni Stati membri tanto da introdurre nel trattato di Maastricht il principio di sussidiarietà, caratteristico proprio delle esperienze federali nella regolamentazione dei rapporti tra autorità federali e autorità locali.

            Nel principio di sussidiarietà il problema deriva dal riferimento alle competenze comunitarie non esclusive a causa di una mancata chiara distinzione con le correlate competenze concorrenti, nella mancata chiarezza rimane un’ampia valutazione quale occasione di scontro sull’intervento della Comunità, questo relativamente all’interpretazione sia sulle dimensioni che sugli effetti dell’azione da meglio realizzarsi a livello comunitario, questione che è stata ulteriormente affrontata da uno specifico Protocollo inserito nel Trattato di Amsterdam sui principi di sussidiarietà e di proporzionalità, la Comunità risulta pertanto quale intreccio tra una organizzazione di matrice internazionalista, dove vi è una partecipazione congiunta di più organi alla medesima funzione, e una organizzazione statale di matrice federalista, in cui agiscono organi direttamente rappresentativi dei singoli popoli degli Stati membri.

            Una particolarità della Comunità è la sua mancata autosufficienza essendo sprovvista di un apparato diffuso capillarmente sul territorio, circostanza che impone di appoggiarsi alle singole organizzazioni statali che, secondo il principio di leale cooperazione tra Comunità e stati membri, prevista espressamente dal trattato, dovrebbero completare la normativa comunitaria, darne esecuzione in via amministrativa e garantirla giurisdizionalmente, prevedendo il trattato l’obbligo di astenersi da qualsiasi atto o misura che rischi di compromettere la realizzazione dei fini previsti nel trattato stesso, di facilitare la realizzazione dei compiti propri della Comunità e di adottare tutte le misure necessarie, sia di carattere generale che particolare, atte al raggiungimento degli obiettivi previsti nel trattato e dagli atti delle istituzioni comunitarie, la Corte di Giustizia ha spinto su questi obblighi (c. 81/88 sentenza del 12/7/1990, Germania / Commissione) fino a giungere all’obbligo risarcitorio a carico degli Stati membri per gli eventuali danni causati ai singoli dalla mancata attuazione delle disposizioni comunitarie (c.6 e 9/90 sentenza 19/11/91, Francivigh).

            Il fallimento negli anni Cinquanta dei due progetti della Comunità Europea di Difesa (CED) e della Comunità Politica Europea (CPE), indusse a ricorrere ad una integrazione progressiva a partire da quella economica (c.d. funzionalismo economico), nacque la CEE in cui vi è un c.d. diritto derivato che ha origine dal trattato-quadro a cui gli organi comunitari devono necessariamente dare forma giuridica specifica, si individuarono tra l’altro una serie di politiche comuni (commerciale, agricola e dei trasporti) che limitarono o esclusero le singole politiche nazionali, dobbiamo considerare che l’idea dell’integrazione europea è nata politicamente dalla diplomazia francese con l’intento di imbrigliare una eventuale rinascita della potenza della Germania e in alternativa all’asse formatosi a Yalta tra anglo-americani e Unione Sovietica che escludeva la Francia, la volontà era comunque quella di mantenere gli Stati potenziandone l’economia entro i singoli confini più che estenderla oltre i confini.

            L’idea comunitaria ridiede un ruolo centrale alla Francia anche nel nuovo confronto che si venne a produrre tra blocco Orientale (Patto di Varsavia) e Occidentale (NATO) a seguito della Guerra fredda, ma l’idea a cui rinviavano figure quali Charles De Gaulle o Aristide Briand era piuttosto una confederazione in cui gli Stati mantenevano una propria piena sovranità, l’unica autentica possibilità per una maggiore integrazione sovranazionale era vista in una gradualità (teoria funzionalista) di cui Mitrany si fece portavoce, si trattava pur sempre di accordi intergovernativi tipici del diritto internazionale pattizio lontani da istituzioni con propri poteri sovranazionali secondo le speranze dei federalisti.

            La Francia d’altronde si collega anche all’ingresso della Gran Bretagna di cui ne tratta le modalità, cercando di mantenerne la centralità, tanto che ai tempi di De Gaulle il fallimento dei negoziati con l’Inghilterra induce al veto della Francia per il suo ingresso e al contempo alla riconciliazione con la Germania nel patto De Gaulle-Adenauer, questo induce al ritorno sul concetto di reciprocità proprio del regolamento degli interessi internazionali che viene formalizzato nel sistema della “sincronizzazione”, ossia nell’isolare tra le questioni pendenti quelle risolvibili immediatamente con un rapido scambio reciprocamente vantaggioso di concessioni, si strinsero i rapporti tra Francia e Germania in un reciproco contemperamento di interessi che andavano dalle tariffe esterne comuni molto moderate per i prodotti industriali all’apertura dei mercati agricoli e al sostegno finanziario comunitario per i prezzi interni delle esportazioni eccedenti, la Francia ottenne in tal modo di bloccare le tendenze federaliste e di rafforzare la sua centralità quale Stato nei confronti delle istituzioni comunitarie.

            Gli anni Settanta videro l’ingresso nella Comunità il 1 gennaio 1973 del Regno Unito insieme a Irlanda e Danimarca, la continua crescita economica della Repubblica Federale Tedesca unita al declinare della Gran Bretagna e alla crisi francese indusse la stessa Francia ad accettare l’allargamento alle politiche sociali delle funzioni comunitarie, nonché una stabilizzazione dei cambi premessa necessaria alla libertà di circolazione delle merci, tutti elementi che richiedevano un alto grado di coordinamento delle varie politiche economiche, la Francia nel corso del decennio si dedicò alla riforma delle istituzioni comunitarie fino a fare trasformare il Consiglio Europeo in un organo di vertice permanente tra Capi di governo, tale da potere discutere di materie anche non previste nei trattati ma mantenendo comunque la centralità dei singoli Stati.

            Lo scetticismo in una U.E. non solo economica ma anche politica emerse negli anni Ottanta nel ruolo della Thatcher, che ottenne per la Gran Bretagna il diritto permanente alla compensazione finanziaria per i contributi versati in sostituzione al sistema sostenuto da Bruxelles basato sulla globalizzazione, ossia sulla valutazione di tutti i vantaggi goduti, tuttavia sempre in quegli anni sia in Francia che in Germania vi furono dei cambi di politica comunitaria con Mitterand  e Kohl, la Francia divenne più europeista accettando il cambio delle politiche agricole con l’introduzione delle quote e la limitazione degli automatismi, mentre la Germania abbandonò la strada della riconciliazione con l’Unione Sovietica inaugurata da Willy Brandt  nella ricerca di una autonomia per cercare un accordo privilegiato franco-tedesco, quale nuovo asse nella direzione di una rinnovata Comunità.

            Negli anni Ottanta nel suo “Libro bianco” Jacques Delors propose tra l’altro l’idea di una Comunità a “geometria variabile”, conscio dei nazionalismi e degli interessi che percorrevano l’Europa, sempre in quel decennio l’ingresso di Spagna e Portogallo riequilibrò in parte l’asse della Comunità verso il Mediterraneo e si incominciò a parlare ad opera di Spinelli del “principio di sussidiarietà”, che venne accolto successivamente nel trattato di Maastricht, tale principio opera solo nelle materie di competenza concorrente quando “gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri, e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell’azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario…” (art. 3b).

            L’atto Unico Europeo, entrato in vigore nel luglio 1987, nonostante l’intenzione iniziale di innovare le istituzioni e ampliare le competenze comunitarie, con l’estensione del criterio delle votazioni a maggioranza in seno al Consiglio, il riconoscimento di maggiori poteri al Parlamento Europeo e la previsione di un organo giurisdizionale di primo grado, nonché l’allargamento delle competenze nei campi della politica economica e monetaria, della politica sociale, della coesione economica e sociale, della ricerca e sviluppo tecnologico e dell’ambiente, infine l’istituzionalizzazione della cooperazione tra Stati membri in materia di politica estera e difesa, risulta essere insoddisfacente nei risultati dichiarandosi gli Stati al lato pratico semplicemente “ disposti a consultarsi o coordinarsi” e fornire generiche informazioni.

            Con il successivo Trattato di Maastricht del febbraio 1992 si affronta il c.d. deficit democratico nei processi decisionali comunitari e la necessità dell’introduzione di una moneta unica per una effettiva Unione economica e monetaria, tutti temi ricollegabili alla realizzazione di una Unione politica europea, si delinea una entità incerta nei suoi termini giuridici e lontana da una unione di tipo federale, tanto che il Consiglio Europeo rimane esterno dal contesto comunitario e si finisce per istituire dei semplici procedimenti concertativi diplomatico-intergovernativi, dove permane una generale regola dell’unanimità, vengono comunque poste due “clausole di salvaguardia” a favore degli Stati verso l’azione comunitaria, la prima prevede la loro autonomia in caso di necessità imperiose e in mancanza di una decisione del Consiglio, la seconda permette di non partecipare ad un’azione comune in presenza di difficoltà maggiori rispetto a quelle degli altri Stati, nell’allargamento delle funzioni vi è un forte scontro tra Francia e Germania sulla politica industriale fortemente voluta dai francesi.

            Con il Trattato di Maastricht si tenta di superare gli stretti rapporti economici a favore di una azione generale, la Comunità Economica Europea si trasforma in Comunità Europea fornita di una propria moneta , di una politica estera e di sicurezza comune e con una forte cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni, obiettivi dell’Unione secondo l’art. B sarebbero:

  • Promuovere un progresso economico e sociale equilibrato e sostenibile, ossia compatibile con il rispetto dell’ambiente, attraverso un mercato interno e l’unione economica e monetaria;
  • Affermare una sua identità internazionale mediante una politica estera e di sicurezza comune;
  • Rafforzare la tutela dei diritti  e degli interessi dei cittadini dei singoli Stati membri con l’istituzione di una cittadinanza dell’Unione;
  • Sviluppare una cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni;
  • Mantenere e sviluppare quanto già realizzato in sede comunitaria.

L’ulteriore allargamento dell’Unione a più di 20 Stati fa sì che sia necessaria una revisione e venga, tra l’altro, introdotto il principio di flessibilità come complemento al trasferimento di funzioni dall’ambito intergovernativo a quello sovranazionale, viene firmato nel 1997 ed entra pertanto in vigore nel maggio 1999 il Trattato di Amsterdam, a cui nel 2001 segue il Trattato di Nizza dove si introducono modifiche tecniche alle Istituzioni per permetterne il funzionamento, visto l’ulteriore allargamento dell’Unione previsto nel primo decennio del 2000.

Come l’Atto Unico era stato accompagnato dal “Pacchetto Delors” nel 1987, anche il Trattato di Maastricht fu accompagnato dal “Pacchetto Delors II”, rivolto anch’esso al Consiglio, nel quale si prevedeva, tra le misure propedeutiche all’entrata in vigore del Trattato dell’Unione, lo stanziamento di risorse necessarie per rafforzare la coesione economica e sociale interna e per lo sviluppo delle capacità competitive dell’industria europea, secondo il concetto di “dimensione sociale” della Comunità propugnato da Mitterand, questo significava un intervento sulle aree comunitarie in ritardo nello sviluppo, nasceva il “Fondo di coesione” con l’aumento di due terzi delle risorse assegnate dai Fondi strutturali e l’aumento del 50% delle risorse destinate agli altri obiettivi, con attenzione alla formazione professionale e alle reti transeuropee di trasporti, di telecomunicazioni e dell’energia, il programma comportava un aumento delle risorse disponibili, pertanto la Commissione proponeva il passaggio dall’1,20% del PIL comunitario all’1,37% entro il 1997 che corrispondeva ad un aumento annuale del bilancio pari al 5%.

La politica sociale è stata tuttavia oggetto di uno scontro tra Francia e Gran Bretagna, tanto da confinarla in un protocollo annesso al Trattato con esclusione della sola Gran Bretagna, che si riservò la possibilità di una adesione futura “opting out”, il Trattato peraltro presentava delle forti criticità dovute allo squilibrio tra le conseguenze dell’unione monetaria, con chiari obiettivi federali, e le strutture istituzionali ispirate alla dottrina funzionalistica, con l’ulteriore aggravante dell’introduzione di nuove procedure intergovernative estranee alle precedenti, tutti elementi che sollevavano dei forti dubbi su eventuali future problematiche, l’approvazione del Trattato da parte dei Paesi membri fece emergere, mediante l’esito negativo del referendum danese, parte delle problematiche in particolare l’eccessivo uso discrezionale del principio di sussidiarietà quale strumento giuridico che aveva permesso un ingiustificato e strisciante allargamento delle competenze comunitarie e il peso di una burocrazia tecnocrate, autonoma e autoreferente con velleità federaliste.

Il Consiglio Europeo di Edimburgo nel dicembre del 1992 rese più rigido il principio di sussidiarietà ritirando 14 proposte di direttive e rendendo trasparenti i meccanismi di decisione del Consiglio approvando al contempo il “Pacchetto Delors II” con la leggera modifica sulla diminuzione delle risorse riducendole dall’1,37% all’1,27% ed allungando il periodo al 1999, la Danimarca beneficiando della clausola di “opting out” fissò un nuovo referendum per il maggio 1993, rimanendo comunque il dissenso della Gran Bretagna e l’attenzione per la crisi monetaria del 1991 che aveva espulso dallo SME sia la lira che la sterlina, restava comunque il nodo centrale dell’allargamento ad est dell’Unione per il 2000, come richiesto dalla Germania di Kohl quale sua assoluta priorità nella ricerca di una stabilizzazione dell’Europa centrale e allargamento di un mercato interno, nasce l’idea di una Unione “a geometria variabile” per permettere a questi Paesi di entrare rapidamente nell’Unione anche in mancanza di alcuni requisiti (diritti/doveri) del così detto acquis comunitario.

Vi è quindi la necessità di formare un “nocciolo duro” costituito, secondo il documento elettorale tedesco sulla politica europea pubblicato nell’estate 1994 dalla CDU-CSU del Cancelliere Kohl, da 5 Paesi (Germania, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) che possiedono le caratteristiche economiche necessarie, a cui Italia e Spagna potranno successivamente aderire una volta possedute le condizioni economiche richieste ed anche la Gran Bretagna se cambierà la propria visione politica europea, una proposta che conduceva all’Unione Monetaria ed a una politica estera comune dove la struttura istituzionale europea tendeva ad assumere un carattere federale.

La risposta della Francia fu una controproposta nella quale si considerava l’ipotesi di relazioni europee disposte in vari “cerchi”, il primo costituito dall’Unione con le sue istituzioni all’interno del quale cerchi più ristretti per relazioni settoriali da quelle monetarie con la Germania a quelle militari con la Gran Bretagna ed altri, si rievocava l’opportunità di un patto di stabilità intergovernativo, gli inglesi a loro volta respinsero sia la proposta tedesca che francese ribadendo la necessità di un unico “contesto” entro il quale ciascun Paese aderiva alle politiche che riteneva più opportune, si trattava di creare un “concerto di cooperazione intergovernativa” la quale escludesse qualsiasi elemento “sopranazionale” che confluisse in un programma di integrazione politica, si ponevano chiaramente i limiti, il che risultava implicito nell’adesione dei Paesi dell’ EFTA alla CE con l’accordo di Porto per la creazione di uno “Spazio Economico Europeo” (SEE).

L’allargamento dell’Unione verso Nord, con i Paesi scandinavi, e a Est creò ansie alla Spagna sullo spostamento dell’asse dell’Unione verso Nord e la conseguente diminuzione di peso dell’area mediterranea all’interno dell’Unione , si oppose pertanto insieme alla Gran Bretagna timorosa di una deriva federalista, alla riduzione numerica della “minoranza di blocco” nel funzionamento del Consiglio a seguito dell’entrata dei nuovi venuti, l’Italia da parte sua respingeva l’idea di una Europa a più velocità, nel timore di essere esclusa per la sua debolezza istituzionale ed economica a seguito della crisi in cui era entrata nei primi anni Novanta, d’altronde emergevano chiaramente le debolezze istituzionali ed economiche proprie della Repubblica e gli squilibri territoriali nonché culturali del tessuto sociale, accentuati negli anni Ottanta.

La debolezza istituzionale risulta anche dai vari ripetuti interventi della Corte di Giustizia che ha affermato la diretta applicabilità e il primato del diritto comunitario, finendo per assumere connotati tipici del diritto federale, tanto da dichiarare il diritto comunitario sovraordinato rispetto al diritto nazionale (sentenza Simmenthal del 1976), ha pertanto esercitato sia il sindacato sulla compatibilità dei diritti nazionali con il diritto comunitario, che di elaborazione dei principi fondamentali del sistema comunitario così da formare un’identità dell’Unione, la Corte ha infatti affermato il diretto rispondere dello Stato alle violazioni del diritto comunitario imputabile non solo ai propri organi ma anche a qualsiasi altro potere pubblico nazionale, una violazione che può avere per oggetto norme interne contrarie alle norme comunitarie, la mancata adozione di normative richieste dal diritto comunitario, adozione di provvedimenti o prassi amministrative o giurisdizionali comunque contrari al diritto comunitario, inoltre il principio di diretta applicabilità delle sentenze dichiarative di inadempimento della Corte di Giustizia è stato riconosciuto espressamente dalla stessa Corte Costituzionale italiana (Sent. 389/1989).

 

 

Conclusioni

Il predominio del Nord

 

La Germania già nel ‘600 con la Guerra dei trenta anni e la successiva pace di Westfalia, dissanguata, divenne una confederazione di pacifici staterelli principeschi entro i confini del Sacro Romano Impero Germanico, la formazione della Prussia con l’attivismo politico-militare di Federico II il Grande, la Rivoluzione francese con la crescita di un nazionalismo ideologico e la conseguente concezione della Nazione in armi, tradusse la lode kantiana della inevitabile guerra difensiva condotta con rigoroso spirito umanitario quale molla culturale in un problema esclusivamente politico-militare, privo di qualsiasi valenza etica o filosofico culturale, trasformando il pensiero cosmopolita in un pensiero nazionale, è l’epoca di Karl von Clausewitz (G. Ritter), fino a giungere alla fine dell’Ottocento al conflitto politico come conflitto di razza e alla teorizzazione nel 1914, secondo una parola d’ordine anche del commercio tedesco, della creazione di una lega di Stati centroeuropei capeggiati dalla Germania con conseguente riduzione della Francia (F. Fischer).

Il corso del Novecento conduce all’eliminazione della potenza militare tedesca che tuttavia risorge, nella seconda metà del secolo, come potenza esclusivamente economica, lo sfaldamento dal 1989 del blocco orientale e la riunificazione nazionale con l’assorbimento della DDR nella Repubblica Federale Tedesca, grazie alla forza del marco e al precipitare degli eventi, che costringono gli altri partners della Comunità e della NATO ad accettare i fatti al fine di stabilizzare i territori orientali, fa sì che il peso specifico della Germania all’interno dell’U.E. aumenti spostando il baricentro dell’asse franco-tedesco verso Berlino, la stessa moneta unica diventa un’estensione del Marco, dove ordine e stabilità quale sinonimo di sicurezza e potenza ne sono la filosofia portante, uno scontro tra mentalità renana e mediterranea, un orgoglio della rinascita di una potenza che da politico-militare si è trasformata in politico-economico/finanziaria, la stessa struttura politica dell’Est Europa dopo la caduta della cortina di ferro richiama i confini e le dinamiche della prima metà del Novecento (Giardina).

Gli anni Novanta sono anche gli anni della globalizzazione, è finita la Guerra Fredda e la minaccia dall’Est, l’Europa non è più una potenza politico-militare ma deve difendere la sua prosperità, la qualità di vita che diventa elemento di attrazione di ondate migratorie difficili da gestire e che evidenziano le debolezze comunitarie, i motivi nazionali sopiti ma non estinti, dove una Russia dal passato “imperiale” trova potenziali alleati nella destra nazionalista, la necessità di un forte coordinamento al fine di creare un’area territoriale capace di un’azione comune finisce fatalmente per poggiarsi sull’asse franco-tedesco declinato secondo la visione berlinese, con una Francia sostanzialmente in crisi interna e ripiegata su se stessa, una globalizzazione che nell’emergere dei nuovi mercati e nell’industrializzazione di interi sub-continenti, quali la Cina e l’India, mettono in crisi i livelli di vita del Continente.

Essere competitivi sui mercati o difendersi? “Un dilemma che in realtà non esiste perché l’emarginazione del mercato planetario del Duemila comporterebbe comunque una caduta del livello di vita. Ed ecco l’imperativo, anche duro e difficile, di Maastricht: mettere in regola i conti pubblici […] e fare uno sforzo politico, per una maggiore identità politica e strategica, senza la quale non reggerebbe poi neppure l’integrazione economica monetaria”(77, A. Rizzo, L’Italia in Europa tra Maastricht e l’Africa, Laterza, 1996), è però possibile che la Germania riunificata come ai tempi di Bonn segua un doppio binario “utilizzando la leva europea  quando questa si dimostra utile e tergiversando quando i tedeschi dovessero avere l’impressione che l’Europa costituisca più un ostacolo che un vantaggio[…]. La Germania ha saputo mantenere le distanze sia rispetto all’occidente sia all’oriente […]. La Germania riprende così la sua tradizionale politica di equilibrio tra est e ovest, […]. Il timore è che l’Europa di domani, se mai vedrà la luce, sarà guidata dalla Germania, il cui peso preponderante in campo economico e finanziario difficilmente potrà non tradursi in un primato politico” (333, R. Poidevin – S. Schirmann, Storia della Germania, Bompiani, 1996).

La “Brexit” può quindi essere letta anche come l’esplodere del difficile rapporto inglese con l’asse franco – tedesco di cui l’emigrazione non è stata che un detonatore, in questo scenario si pone il difficile ruolo dell’Italia in cui già negli anni Novanta si osservava la fragilità del capitalismo italiano che sarebbe esplosa agli inizi del nuovo Millennio, osservava infatti Rampini la difficoltà delle nostre aziende di rifornirsi di capitali in Borsa nonché la diffidenza agli obblighi di trasparenza delle imprese, considerata anche la nostra burocrazia, inoltre la mancanza di banche capaci di sorreggere le imprese in crescita per cui sia nell’internazionalizzazione che nella successione generazionale “costringe l’impresa italiana a mettersi in vendita, spesso ad azionisti stranieri”(88, F. Rampini, Germanizzazione. Come cambierà l’Italia, Laterza, 1996), né vi è la possibilità di un serio appoggio politico-amministrativo considerata la frantumazione culturale e la conflittualità interna che disarticola e rende debole l’azione del Paese all’interno dell’Unione, dove il sogno dell’Unione era in molti la ricerca di un argine alla deriva politico-amministrativa (Gentile), ma si è risolta in una sostanziale subalternità dell’area mediterranea di cui l’Italia non è stata capace di esserne leader.

 

  • Elementi istituzionali tratti dal Corso di perfezionamento in Diritto e Istituzioni dell’Europa Unita, FOR COM – ROMA e Master II livello, Educare alla cittadinanza, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

 

Bibliografia

  • Karl von Clauserwitz, Pensieri sulla guerra, BIT, 1995;
  • Emilio Gentile, Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento, Edizioni Laterza, 2011;
  • Guido Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi, Donzelli ed., 2016;
  • Alfredo Gigliobianco, Via Nazionale. Banca d’Italia e classe dirigente. Cento anni di storia, Donzelli ed. 2006;
  • Gerhard Ritter, I militari e la politica nella Germania moderna, Einaudi, 1967;
  • Fritz Fischer, Assalto al potere mondiale, Einaudi, 1965;
  • Raymond Poidevin – Sylvain Schirmann, Storia della Germania, Bompiani, 1996;
  • Roberto Giardina, Biografia del Marco Tedesco, Giunti, 1996;
  • Aldo Schiavone, Italiani senza Italia. Storia e identità, Einaudi, 1998;
  • Massimo L. Salvadori, Storia d’Italia e crisi di regime. Alle radici della politica italiana, Il Mulino, 1994;
  • Federico Rampini, Germanizzazione, Laterza, 1996;
  • Aldo Rizzo, L’Italia in Europa tra Maastricht e l’Africa, Laterza, 1996.

 

Dello stesso autore vedere anche nella presente rivista:

  • Osservazioni sui controlli di spesa nel sistema economico della U.E. –
  • Occupazione e disciplina della Concorrenza nell’U.E. –
  • L’U.E. e la tutela ambientale nello sviluppo socio-economico –
  • Forme, riforme e complessità. Dall’Ancien regimé all’Unione Europea –

 

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