Il decreto sviluppo non resta solo

Il decreto sviluppo non resta solo

Redazione

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Articolo di Fortunato Laurendi tratto da www.lagazzettadeglientilocali.it

 

Decreto sviluppo, ma non solo. Dopo il provvedimento varato lo scorso 5 maggio dal Governo, che dovrebbe approdare forse già stasera in Gazzetta Ufficiale, l’esecutivo farà altri decreti per cercare di “ridurre la manomorta dell’economia”. Lo ha detto il Ministro dell’economia, Giulio Tremonti, nel corso della conferenza stampa con la delegazione del Fondo monetario internazionale al termine della missione degli ispettori in Italia. “Abbiamo fatto un decreto – ha spiegato Tremonti – e continueremo a farne altri. Cercheremo di ridurre la mano morta dell’economia, di dare indicazioni ad esempio sul credito di imposta e la ricerca scientifica. Abbiamo fatto – ha aggiunto – riforme strutturali sul federalismo, sulla scuola, eccetera, e sappiamo che dobbiamo continuare su questa strada. Non basta un giorno – ha concluso – non basta un decreto, non basta un soggetto, una sola legge o un atto, ma serve un periodo più lungo e l’azione di più soggetti: devono fare di più tutti, sia i soggetti pubblici ma non solo. Devono fare di più tutti”. “È sempre sconcertante constatare l’effetto del voto: ad esempio, a poche ore dalle elezioni amministrative, il Ministro Tremonti scopre la manomorta dell’economia e annuncia presto decreti per ridurne l’incidenza. Strano che non abbia avuto il tempo di farlo negli ultimi dieci anni dei suoi mandati…”, commenta Francesco Boccia, coordinatore delle Commissioni economiche del Gruppo del Pd alla Camera. Proprio il Fondo Monetario Internazionale nel rapporto redatto al termine della missione in Italia, sottolinea come il federalismo “dovrebbe essere integrato con il previsto consolidamento dei conti pubblici”. Secondo gli ispettori, la riforma “non dovrebbe minare la disciplina di bilancio” e sono necessarie “chiare salvaguardie” che ne garantiscano la neutralità sui conti pubblici. Per il Fondo “il federalismo a velocità variabili dovrebbe essere considerato in modo da riflettere le differenze regionali nella capacità amministrativa”. Non solo. Il sistema fiscale italiano dovrebbe essere semplificato per sostenere la crescita e per ridurre l’evasione fiscale, pur considerando che, secondo il Fondo, è apprezzabile l’iniziativa del Governo per una revisione del sistema, una componente importante per il piano italiano di consolidamento dei conti pubblici. A immaginare un impatto più immediato della riforma federalista sulla realtà italiana è invece il Ministro delle riforme Umberto Bossi. “Se il federalismo fiscale diminuisce i costi dello Stato, finalmente Tremonti potrà diminuire le tasse, soprattutto in Lombardia”, ha affermato durante un comizio a Desio, nel milanese. “Finalmente – ha proseguito il leader della Lega Nord – ci sono le basi per ridurre la pressione fiscale ai poveri lombardi e alle nostre imprese”. Sempre a proposito di fisco, ieri un altro organismo internazionale, l’Ocse ha reso noto, nel rapporto ‘Taxing wages‘, che i salari italiani restano sotto la media degli stati appartenenti all’organizzazione, mentre il peso del fisco continua ad aumentare. In particolare, nel 2010 lo stipendio medio netto di un single senza figli a carico è risultato pari a 25.155 dollari, al di sotto sia della media dell’area (26.436 dollari) sia di quella dell’Unione europea a 15 (30.089 dollari). Un dato che colloca l’Italia al 22esimo posto, uno sopra quello del 2009 recuperato grazie al sorpasso sulla Grecia. Il salario lordo si attesta invece a 35.847 dollari, leggermente sopra la media Ocse pari a 35.576 dollari ma ben al di sotto di quella europea pari a 42.755 dollari. In questo caso l’Italia è 19esima. A salire è intanto il peso delle tasse sui salari. Nel 2010 il cuneo fiscale, la differenza cioè tra quanto percepito dal lavoratore e quanto effettivamente pagato dal suo datore di lavoro, sempre per un single senza figli, è salita dal 46,5% al 46,9%, collocando l’Italia al quinto posto. L’Italia supera così in classifica l’Ungheria al 46,4%, e si colloca alle spalle di Austria (47,9%), Germania (49,1%), Francia (49,3%) e Belgio (55,4%). La media Ocse è pari al 34,9%.  I dati diffusi dall’Ocse “segnalano come l’onere fiscale sui redditi da lavoro nel nostro paese sia ormai salito al 46,9% – a fronte di salari medi ancora sensibilmente al di sotto della media”, sottolinea in una nota il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, evidenziando come sia “oramai improcrastinabile una riforma fiscale che redistribuisca in maniera equa la pressione, abbassando le tasse che gravano su lavoratori dipendenti e pensionati”. “A tal fine – prosegue Proietti – chiediamo quindi al Governo di varare un primo significativo intervento che punti, nello specifico, all’aumento delle detrazioni e al riconoscimento di un bonus per i figli, liberando così risorse decisive per la ripresa dei consumi interni e della nostra stessa economia”.

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