Giovani violenti e periferie nella criminologia svizzera francofona

di Baiguera Altieri Andrea, Dott.

Eccessi e verità della Criminologia novecentesca.

 

Dagli Anni Sessanta del Novecento, la società europea è radicalmente mutata e, pertanto, la Criminologia occidentale deve prendere atto di tali cambiamenti a livello di stili di vita giovanili. In tutti gli Autori contemporanei, si parla, sotto il profilo psico-criminologico, di << crisi >> nella società e oggi esistono lemmi chiave universalmente condivisi, come violenza urbana, individualismo, ribellione, carrierismo, precarietà abitativa, sperequazioni sociali, paura, malessere collettivo e sofferenza. CASTEL (1995) ha giustamente dichiarato che << questo mi sembra un tempo di incertezza, dove il passato è superato ed il futuro è indeterminato. Bisogna usare la nostra memoria per cercare di comprendere il presente >>. L’ essenziale è mantenere intatta la certezza scientifica meta-temporale e meta-geografica che tutte le società, persino le tribù primitive, hanno sempre e costantemente dovuto gestire la violenza, tanto interna quanto esterna. Ogni gruppo umano, ad un certo punto della propria storia, è stato chiamato a definire e stabilire un corretto equilibrio tra violenza e convivenza sociale. Dunque, è criminologicamente e storicamente provato che le devianze violente, giovanili e non, appartengono a qualsiasi comunità e non soltanto al mondo attuale.

La regola pluri-millenaria giudaico-cristiana << non uccidere >> presenta alcune eccezioni biblicamente legalizzate, come la legittima difesa, la tutela superiore dell’ ordine pubblico, la pena di morte, le guerre e le rivoluzioni civili, ma si tratta di casi non ordinari in cui i Legislatori proteggono, in ogni caso, la ratio del contenimento e della repressione giuridica di ogni uso illegittimo della forza fisica e delle armi. Von CLAUSEWITZ (1831) ammette l’ impiego della guerra, ovverosia della violenza di tipo bellico, soltanto se essa << è la continuazione organizzata della politica con mezzi diversi >>, nel senso che la guerra è o sarebbe legalmente valida se condivisa dalla maggioranza del popolo, con una vera e propria dichiarazione diplomatica, con operazioni militari pianificate e con un formale trattato di pace alla fine del conflitto. Meno convincente risulta FREUD (1912), secondo cui, nelle società, esistono violenze etero-lesive a causa del perenne complesso di Edipo. Altrettanto stanchevoli e ripetitive sono le recenti Opere pansessualiste di BAUDET (1999) e di MICHAUD (1998), a parere dei quali il ragazzo deviante sarebbe istintivamente aggressivo contro gli altri consociati maschi, in tanto in quanto edipicamente geloso della propria Madre. Si tratta di Teorie fantasiose oggi destituite di qualsivoglia base scientifica. Anche TOURAINE (1968; 1969) parla di violenza urbana nel contesto della << società post-industriale >>, la quale << deve liberarsi dall’ edificio dello strutturalismo reale, simbolico ed immaginario >>. In effetti, una Criminologia veramente seria non può analizzare le devianze giovanili delle periferie urbane partendo da presupposti ridicoli come il complesso di Edipo o le lotte politiche tra destra, sinistra o altre formazioni di partito a-giuridiche ed a-tecniche. Egualmente, le manifestazioni studentesche del 1968, gli << yippies >> americani ed il movimento operaio potranno interessare alla Sociologia, ma non certamente al Diritto in senso scientifico. Tuttavia, rimane interessante la rilettura di Von CLAUSEWITZ (1831) da parte di MEIRIEU & GIRAUD (1997), che hanno tentato di paragonare il concetto tradizionale di << guerra >> con quello di << guerriglia urbana >> semi-organizzata nelle periferie criminogene delle grandi metropoli europee. Probabilmente, uno dei pochi Dottrinari tutt’ oggi credibili rimane ELIAS (1939), secondo cui un’ eventuale liberazione dai tabù non è impossibile, ma porta o porterà ad una << brutalizzazione crescente dei costumi >>. Controllare gli istinti non è di moda, ciononostante tutela il giovane dall’ aggressività. Un giovane dominato dal sesso e dal <<vietato vietare >> sarà inevitabilmente violento e fragile. I movimenti anarchici ed eversivi studenteschi del Novecento dimostrano che la castità è garanzia di legalità.

 

L’ approccio criminologico attuale. La caduta delle mitologie e le nuove verità.

 

Nel 1981 e nel 1990, nella Regione francofona tra Ginevra e la Francia, si sono verificate le prime rivolte giovanili nei quartieri di alcune periferie urbane. Per la prima volta, la Criminologia, la cronaca giornalistica e l’ opinione pubblica si sono trovate di fronte al problema delle << banlieues problematiques >>. DUBET (1987), sin dal biennio 1983-1984, è stato il primo criminologo ad occuparsi del disagio adolescenziale etero-lesivo negli agglomerati abitativi periferici situati tra la Francia e la Svizzera. Si trattava e si tratta di << sommovimenti sociali cagionati dall’ esclusione, dall’ anomia e dalla disorganizzazione >> (DUBET & LAPEYRONNIE 1985). Le rivolte delle periferie, negli Anni Ottanta e Novanta del Novecento, non avevano alcunché a vedere con la politica, la lotta alla borghesia ed il proletariato. Si trattava, piuttosto, di una contestazione giovanile del tutto imprevista ed ingestibile, poiché << c’ era un malessere generalizzato, un’ incertezza che costituisce l’ esperienza originale dei giovani delle periferie di oggi … passavano il loro tempo nel quartiere con l’ unico bar, con il gruppo … la periferia era sinonimo di noia. Il tempo non ha più né importanza né significato perché non c’ è niente da fare … quando scoppiava la rabbia, i giovani distruggevano tutto, lasciavano parlare il loro odio contro i simboli della dominazione: la polizia, gli uomini politici e le istituzioni >> (DUBET & LAPEYRONNIE, ibidem). Con grande lucidità, negli Anni Novanta del Novecento, DUBET (1991) affermava che la gioventù deviante di periferia, specialmente nella zona del Canton Ginevra, viveva << drammi e contraddizioni >>.

 A differenza di quanto era accaduto nel 1968, gli studenti tra i 15 ed i 18/19 anni d’ età, negli Anni Ottanta, contestavano certamente la tradizione, ma trascorrevano le giornate volentieri nei dintorni degli Istituti Scolastici Superiori, ovverosia nelle << banlieues >> dei più fortunati, nelle quali << vivevano fuori degli sguardi della scuola e della famiglia dal mattino fino alle ore serali. Gli allievi vivevano una vita personalizzata al di là del controllo degli adulti. C’ era un liberalismo culturale e soggettivo tale per cui la realizzazione di sé e la realizzazione dell’ autonomia erano le sole esperienze che meritavano di essere vissute >> (DUBET 1991).

Senz’ altro, negli Anni Ottanta e nei primi Anni Novanta del Novecento, il mondo giovanile delle periferie francofone si divideva tra nullafacenti e studenti mediocri, ma, in entrambi i casi, la contestazione e l’ aggressività erano prive di connotazioni politiche. Anche CASTEL (1995) parla di una nuova questione sociale dell’ era post-industriale, perché il posto di lavoro fisso non era più garantibile e, quindi, << si moltiplicava il numero di individui disoccupati o precari … l’ assenza di partecipazione al mondo del lavoro e l’ isolamento relazionale provocavano l’ esclusione. I giovani occupavano letteralmente, nella società, il posto dei “ sovrannumero “ inutili >>. ARENDT (1983) profetizzava, senza mezzi termini, che << ciò che noi abbiamo davanti è la prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, vale a dire privi della sola attività che rimane. Non ci si potrebbe augurare di peggio >>. Una ventina d’ anni fa, quando la crisi globale era ormai evidente, DEJOURS (1998) asseriva che la gioventù contemporanea è o sarebbe senza via d’ uscita, in tanto in quanto << oggi noi siamo in una congiuntura sociale ed economica che presenta numerosi punti in comune con una guerra, ma non si tratta di un conflitto armato tra Stati, bensì di una guerra economica. Dopo il 1980, non soltanto è aumentato il tasso di disoccupazione, ma tutta la società è qualitativamente diversa. Noi stiamo assistendo ad una evoluzione delle reazioni sociali contro la sofferenza, il malessere e l’ ingiustizia >>.

Nella prima metà degli Anni Novanta del Novecento, EHRENBERG (1991; 1993; 1995) sostiene che la gioventù deviante e disagiata tende, giustamente, a contestare il mito dell’ imprenditore ricco, spregiudicato e senza valori etici. Tale criminologo francofono mette in guardia dall’ incanalare nell’ adolescente l’ ideale di << essere l’ imprenditore della propria vita. Essere uomini non coincide con la vittoria dell’ egoismo sul senso civico >>. Alla gioventù degli Anni Ottanta del Novecento, si è per troppo tempo insegnato che le relazioni umane dipendono dalle gerarchie economiche. Donde l’ aggressività reattiva dei ragazzi poveri residenti nelle periferie degradate delle città europee. Il povero, il disagiato, il tossicodipendente, l’ alcoolista non debbono essere discriminati in un Ordinamento autenticamente democratico e nemico delle sommosse civili e delle ribellioni di massa. I veri valori debbono rimanere anzitutto quelli della Democrazia interventistica e dell’ eguaglianza giuridica tra i consociati. Il modello consumistico statunitense genera esso stesso quartieri criminogeni, prostituzione femminile e rabbia adolescenziale. Da circa una trentina d’ anni, << lo scenario socio-politico non offre più né punti fermi per la comprensione dei problemi [ dei giovani devianti ], né prospettive per l’ azione >> (FITOUSSI & ROSANVALLON 1996). Anche PAUGAM (1996) insiste quasi ossessivamente sullo squallore noioso della vita quotidiana dei ragazzi senza titoli di studio, disoccupati e costretti a vivere in località malfamate ed escluse dalla vera vita sociale. Tuttavia, è importante ribadire senza sosta che, per esempio nella Svizzera francofona, non sono scomparse la violenza, la lotta sociale e l’ aggressività giovanile. Esse sono soltanto cambiate e, soprattutto ed anzitutto, esse hanno perso ogni colorazione politica. L’ unico punto fermo ed indiscutibile, tanto oggi quanto ieri, riamane che << il lavoro offre al giovane una protezione sociale ed un supporto privilegiato per l’ inserimento nella società. Al contrario, l’ assenza di partecipazione alle attività produttive provoca un isolamento relazionale >> (CASTEL 1995). Un giovane non studente e/o disoccupato cronico << perde la propria utilità sociale, è fuori dalla società, stigmatizzato e ridotto ad un problema sociale >> (DUBET & LAPEYRONNIE 1992). Questi disagi, uniti alla bassa auto-stima da parte del ragazzo, sono enormemente acuiti nelle zone urbane periferiche, nelle quali abbonda la tossicodipendenza, il meretricio e la violenza fisica, compresi la rapina e l’ omicidio volontario (PAUGAM 1996).

Un / Una adolescente senza regole né a livello familiare né a livello comunitario né a livello scolastico tende oggi a crearsi una serie di nuovi rapporti con le autorità tradizionali. Alcuni prediligono le esperienze estreme delle droghe e delle bevende alcooliche, altri esprimono un’ aggressività inaudita e pericolosa, altri ancora patiscono un delirio di onnipotenza intenso, ma, tutto sommato, fragile (DUBAR 1996) Anche il padre dell’ antropologia occidentale GIRARD (1972; 1978) ha censito frequentemente un’ auto-gestione delle pulsioni violente del giovane << attraverso un rifugio nella propria comunità etnica, o in organizzazioni mafiose od in sette integraliste politiche o religiose >> all’ interno delle quali nascono << fiammate di odio razzista >> oppure << deliri omicidari >>, come dimostrato molte volte dalla cronaca nera statunitense. In ogni caso, la civiltà industriale e quella post-industriale hanno entrambe fallito tanto nella costruzione dei propri valori quanto nella gestione delle devianze degli adolescenti.

 

La banalizzazione della violenza in televisione, al cinema e nei video-giochi.

 

  Nei films televisivi per il pubblico infantile e giovanile << l’ azione violenta è l’ unico soggetto dello scenario, in cui la violenza è inseparabile dal personaggio-protagonista, definito “ sterminatore “ o “omicida nato “>> (MONGIN 1997). Rimane, inoltre, incontestabile che l’ immagine, quasi sempre televisiva, sortirà un << effetto >> sullo spettatore, il quale, se ancora in età evolutiva, tenderà a mettere in pratica l’ insegnamento recepito, banalizzando e concretizzando atti illeciti come l’ omicidio volontario, l’ incendio doloso, le lesioni personali e le percosse. In origine, il cinema fantasticava e mitizzava la vittoria dei <<buoni>> sui << cattivi >> da castigare, mentre oggi le scene di violenza sono fini a se stesse e prive di intenti pedagogici. La violenza fa parte della vita sociale sotto il profilo meta-geografico e meta-temporale, tuttavia, nelle televisioni e nei giochi per bambini e ragazzi, manca un senso morale positivo e propositivo, dunque non è più coltivato il discernimento tra l’ aggressività legittima e, dal lato opposto, l’ uso illecito della forza fisica e persino delle armi da fuoco. Nel cinema, << un’ etica, dei valori devono essere garantiti poiché certi divieti sono fondamentali, in tanto in quanto strutturali per l’ individuo nel proprio rapporto con se stesso e con gli altri. Non bisogna dimenticare che coloro che sono più fragili potrebbero confondere le fictions violente con la realtà >> (MONGIN, ibidem). In un certo senso, anche di fronte ad un laico o addirittura ad un laicista, la TV dovrebbe universalmente e trasversalmente mettere in pratica la Norma giudaico-cristiana << non uccidere >> o, almeno, dovrebbe esistere, anche nel mondo dello spettacolo, un codice di auto-regolamentazione che gestisca per finalità positive le immagini violente accessibili da parte del pubblico giovanile.

  Nei cinema muti e durante la prima metà del Novecento, le scene di aggressività e di omicidi erano limitate alla guerra ed alla lotta << western >> tra personaggi << del bene >> e personaggi << del male >> (si pensi a << Nascita di una Nazione >> del 1915 oppure a << L’ intolleranza >> del 1916, entrambi girati dal regista David Wark Griffith). Anche la ripresa di un incontro di Boxes rinvia a regole del gioco precise e non a scontri fisici incontrollati. Viceversa, << la violenza nella maggior parte dei films contemporanei è una violenza contro la quale non si può fare niente, una violenza che non è uno scontro tra avversari. E’ una violenza crescente, esplosiva, permanente e terrorizzante >> (BUFORD 1994). Probabilmente, il fenomeno delle aggressioni reciproche tra tifosi prima, durante e dopo le partite di calcio rinviene la propria radice nell’ etero-lesività gratuita o eccessiva imparata dai ragazzi dalle televisioni.

  Lo psicoterapeuta francofono Tisseron, in BOUCHEZ (1998) afferma che << la violenza [ televisiva ] è imposta ai bambini ed ai più giovani senza valori e senza un orientamento ed essa può trasformarsi in un insegnamento pessimo. La fiction banalizza il reale. I bambini hanno il bisogno di esprimere con il loro corpo quello che hanno visto e quando guardano la televisione sono spesso soli. L’ industria audio-visiva continua a fabbricare violenza nella più completa impunità e senza preoccuparsi delle conseguenze della propria logica commerciale >>. Altrettanto importante, dal Maggio al Settembre del 1998, è stata la mostra dei giochi di guerra simulata tenutasi al Museo svizzero del gioco nella cittadina di La Tour-de-Peilz. Senza dubbio, i soldatini in miniatura e le carte per gioco dell’ Ottocento erano totalmente differenti ed innocui rispetto ai video-games attuali. In epoca odierna, nella Criminologia occidentale, manca una Dottrina scientificamente certa, ma quasi sicuramente si può affermare che i video-giochi violenti abituano lo spettatore alla normalità dell’ omicidio volontario e delle lesioni personali, poiché << a forza di essere banalizzata, la violenza, che è una trasgressione, diventa la legge >> (RASPIENGEAS 1996)

 

Precarietà abitativa, emarginazione e periferie nelle Regioni franco-ginevrine

 

  Negli Anni Novanta del Novecento, le violente rivolte giovanili franco-svizzere erano esplose quasi sempre in quartieri periferici e degradati, nei quali esisteva un notevole tasso di precarietà abitativa. Sotto il profilo criminologico, BAUER & RAUFER (1998) affermano che << alcune analisi mostrano chiaramente l’ esistenza di correlazioni tra certe forme di devianza, certe difficoltà economiche e certe caratteristiche demografiche dei quartieri in cui si manifestano violenze collettive >>. Senza eccessivi rigori categorici e con le dovute eccezioni, è in effetti vero che, nella zona di confine tra il Canton Ginevra e la Francia, esistono non pochi alloggi degradati e malfamati, che creano parecchie frustrazioini criminogene nella popolazione in età adolescenziale. Giustamente, GRAFMEYER (1994) sottolinea che il mercato degli affitti immobiliari dipende dall’ affidabilità e dalle condizioni sociali degli inquilini e, prima della firma del contratto di locazione, il titolare si informa su variabili imprescindibili e financo ovvie, come << l’ età dei richiedenti, la loro professione, la loro situazione familiare, il loro indirizzo precedente, la reputazione o le eventuali raccomandazioni del locatario che sta uscendo >>. Persino nell’ housing sociale, il Municipio, gli Assistenti Sociali e le altre Pubbliche Autorità sono sempre e comunque condizionati da qual fattore denominato, molti anni fa, con l’ espressione << ceto sociale >>. Qualora l’ inquilino sia sprovvisto di garanzie socio-economiche, si sviluppa una << segregazione socio-spaziale >> tale per cui gli affittuari più poveri, quelli tossicodipendenti e quelli stranieri e/o pregiudicati travano una casa da affittare esclusivamente nelle periferie caratterizzate da un notevole degrado, ovverosia nei << ghetti >> più malsani e meno raccomandabili (GRAFMEYER, ibidem). Con altri lemmi, ROCHE (1998) dichiara similmente che << la crisi concentra le disuguaglianze ed i disordini in alcuni spazi predeterminati. Tale segregazione spaziale dà una forma specifica alla geografia dei reati e dei disordini. Il contesto economico concentra nei medesimi luoghi difficoltà di tutti i tipi (sociali, familiari, professionali, sanitarie) e aumenta il moltiplicarsi delle forme di inciviltà >>.

  Nella zona di confine tra la Francia ed il Canton Ginevra, le rivolte nelle << banlieues >> sono state meno gestibili in territorio francese e, viceversa, più contenute in territorio elvetico (il pensiero corre a città come Avanchets, Lignon, Meyrin, Plan-les-Ouates e Versoix). E’ vero che le periferie ginevrine sono disagiate, ma,a differenza di quanto accade nella vicina Francia, non esiste una ghettizzazione estrema, tale da recare a fenomeni di vera e propria guerriglia. La L.C. 18/06/1992 sugli affitti e sulla protezione degli inquilini ha impedito la creazione di bassifondi periferici dominati dalla devianza, dallo spaccio di droghe e dalla prostituzione. Altre importanti riforme sono state attuate nel Biennio 1995-1996 per impedire le segregazioni abitative, ma anche sociali, etniche e sanitarie. Nel Gran Consiglio del Canton Ginevra, negli Anni Novanta del Novecento, tanto le destre quanto le sinistre hanno deciso di sovvenzionare le periferie con circa 10.000 nuovi alloggi popolari, per un totale di 40.000.000 di Franchi, destinati soprattutto alle famiglie con un reddito medio-basso. Nel 1993, un primo bilancio criminologico sulla L.C. 18/06/1992 evidenziava molti problemi applicativi. Ciononostante e perlomeno, la zona ginevrina al confine con la Francia aveva decisamente evitato rivolte giovanili irreversibili e gravi atti di vandalismo anarchico. Nel 1997,venne costituita un’ apposita Commissione esterna di valutazione sulle politiche di housing sociale in Canton Ginevra. I tre Principi-cardine da perseguire e, successivamente, da valutare erano (rectius: sono): creare nuovi quartieri con case popolari non isolate, agevolare gli inquilini delle periferie con un reddito medio-basso ed eliminare, per quanto possibile, ogni forma di segregazione socio-abitativa.

  La L.C. 18/06/1992 è entrata in vigore, in Canton Ginevra, in un periodo in cui è iniziata una grave crisi economica nel mondo del lavoro, con migliaia di disoccupati esclusi tanto sotto il profilo lavorativo quanto sotto il profilo sociale. Ciò premesso, è comprensibile e, anzi, automatica l’ assegnazione delle case popolari alle famiglie quasi al limite della povertà cronica. In città periferiche come Carouge, Vernier o Versoix, gli alloggi sono stati assegnati prevalentemente a stranieri disoccupati e con basso reddito, ma, a differenza di quanto è accaduto nella vicina Francia, non si è prodotta una grave ghettizzazione criminogena nelle periferie ginevrine (BUI-TRONG 1995). Il più grave problema, anche nelle banlieues della Svizzera francofona, sono gli << squatters >>, ovverosia persone emarginate che occupano illegalmente alloggi in disuso o destinati alla demolizione. In Svizzera, il tipico squatter è giovane, lavoratore saltuario e privo di un reddito dignitoso (GROS 1986). Molte volte, gli squatters franco-svizzeri si rendono protagonisti di atti di vandalismo e sommosse, specialmente negli Anni Ottanta e Novanta del Novecento. Basti pensare che, nel solo Canton Ginevra, esistono tutt’ oggi circa 2.500 squatters per un totale di 125 nuclei familiari socialmente isolati <<che non conoscono limiti e che reputano di non commettere un reato. Essi vivono in condizioni deplorabili, in una situazione totalmente insalubre e senza alcuna igiene personale. I principali problemi che deve affrontare la Polizia sono la presenza di stranieri clandestini, di minorenni e di tossicodipendenti >> (GRIMM 1998). A volte, gli squatters vivono per scelta in una situazione di anarchia auto-gestita, che ricorda da vicino le esperienze studentesche del Sessantotto.

 

Perché e in che senso la gioventù svizzera francofona è violenta ?

 

  La violenza su oggetti e persone non va ipostatizzata, nel senso che esistono devianze immateriali e silenziose ben più gravi, come dimostra lo white collar crime in Europa e negli USA. Secondo ALLEMAND (1998), le civiltà europee di lingua francese, compresa la Svizzera, confondono la violenza vera e propria con atti bagatellari di maleducazione, come alzare la voce durante le ore notturne o gettare a terra rifiuti, bottiglie o sigarette. Tuttavia, a livello oggettivo, << questi atti di maleducazione non sono gravi, anche se disturbano, poiché una vita collettiva è fondata sullo scambio, sulla comunicazione, sul mutuo rispetto. Ora, in un’ epoca marcata dalla crisi delle Istituzioni (Stato e Chiesa) la semplice maleducazione ha un effetto devastante >>. Anche MICHAUD (1998) sottolinea che l’ opinione pubblica tende ad amplificare eccessivamente e populisticamente gesti non irreparabili, come il vandalismo o l’ imbrattamento dei writers sui muri pubblici, sui treni e sugli autobus. Non esiste un maggiore tasso di criminalità, bensì una maggiore insicurezza sociale. Persino nel mondo scolastico << i gesti incivili non sono, per il vero, meritevoli di punizioni, sono atti poco importanti che però sembrano una minaccia contro l’ ordine costituito, contro i codici elementari della vita sociale e contro i codici delle buone maniere >> (DEBARBIEUX & DUPUCH & MONTOYA 1997). Nelle Scuole svizzere, il 58 % delle violenze sono soltanto verbali, ma il problema fondamentale è costituito dalla discrasia intellettuale tra i Docenti medio-borghesi e gli alunni, spesso oriundi delle periferie urbane composte da stranieri non integrati e con uno scarso reddito. La verità nuda e cruda è che la violenza verbale ontologicamente non è anti-giuridica, tuttavia, formalmente, << le ingiurie sono intollerabili perché provocano un sentimento di non-rispetto indotto presso colui che riceve le ingiurie>> (DEBARBIEU & DUPUCH & MONTOYA, ibidem). Sarebbe molto più positivo che i Docenti della Svizzera francofona si concentrassero nella punizione del bullismo e delle umiliazioni rivolte agli allievi più indifesi e timidi. Un ulteriore punto dolente è la discriminazione di stampo razzista verso i ragazzi stranieri provenienti dalle banlieues meno fortunate, giacché << la maleducazione non è una mancata civilizzazione, ma una difficoltà nelle interazioni sociali, un conflitto nella costruzione delle civiltà. La maleducazione non è un fattore culturale o naturale. Essa si forma nell’ interazione o meglio essa impedisce l’ interazione >> (DEBARBIEUX & DUPUCH & MONTOYA, ibidem ).

  Una violenza giovanile pericolosa e da perseguire con assoluta severità è costituita dal bullismo scolastico, contro il quale combattono da molti decenni gli Insegnanti svedesi, norvegesi e inglesi. Come rimarca PEIGNARD (1998), i bulli distruggono l’ equilibrio di un / una adolescente con insulti, minacce, SMS minatori o ingiuriosi e atti di derisione sistematica. Trattasi di un crimine giovanile assai anti-sociale, che colpisce soprattutto i ragazzi residenti nei quartieri degradati, isolati e malfamati. Nella Criminologia anglofona, il << bullying >> ha almeno tre forme: quella fisica, quella verbale e quella affettiva. Purtroppo, nella Dottrina elvetica francofona, non esistono sufficienti Studi con afferenza a questo fenomeno intollerabile.

  Senza alcun dubbio, nelle periferie e nelle Istituzioni Scolastiche, la violenza più palese e, anzi, misurabile è quella fisica. Nella Svizzera francofona, gli scontri fisici sono maggiormente diffusi in età adolescenziale, mentre in età infantile, il problema non sussiste. Provvidenzialmente, le banlieues scolastiche svizzero-francofone hanno fatto registrare episodi di violenza preoccupanti ancorché non acuti e sistematici come negli USA, ove i giovani studenti devianti dei Colleges compiono spesso vere e proprie stragi con l’ ausilio di armi da fuoco.

  Secondo GALLAND (1996), i giovani violenti si dividono in tre categorie: quelli che si integrano lavorando, quelli diversamente << socializzati >> e quelli che intraprendono un’ autentica << carriera criminale >>. E’ altrettanto incontestabile che << nei quartieri isolati c’ è il mal di vivere della gioventù, ci sono esclusione, disoccupazione, delinquenza e radicalizzazione dei problemi. Per i giovani che abitano nei quartieri difficili, la famiglia non è più un luogo di socializzazione. I giovani figli dell’ immigrazione maghrebina percepiscono la lingua dei genitori come straniera ed i padri hanno perso ogni autorità perché essi sono privi di una qualifica sociale >> (LE BRETON 1998). Tutto ciò premesso, al giovane deviante di periferia non resta che socializzare all’ interno del proprio quartiere criminogeno, malsano e pieno di odio ed aggressività verso le Istituzioni pubbliche, la Polizia e la classe politica. Persino le esperienze scolastiche divengono inutili, scomode, forzate e rigettate dagli adolescenti << di strada >>, che si rifugiano nel branco delinquenziale dei coetanei. Si consideri, inoltre, che nelle periferie franco-svizzere esistono classi composte da soli allievi stranieri provenienti da famiglie islamiche diffidenti e non integrate. Oggi la Scolarità obbligatoria sta fallendo, poiché << la violenza è una reazione alla pressione istituzionale ed alle contraddizioni veicolate dal sistema educativo. Si assiste ad una perdita del senso della cultura scolastica … un grande numero di allievi giunge alla Scuola senza aver recepito le regole minime dell’ integrazione >> (MEIRIEU & GUIRAUD 1997). Questo disagio ha tolto autorevolezza e stima anche nei confronti della figura del Docente.

 

 

B  I  B  L  I  O  G  R  A  F  I  A

 

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Baiguera Altieri Andrea

Giurista italo-svizzero che lavora in Brescia Si occupa prevalentemente di diritto penitenziario svizzero. Si occupa di tutti gli ambiti della Giuspenalistica elvetica (Diritto Penitenziario svizzero, Criminologia, Statistiche criminologiche di lungo periodo, stupefacenti, white-collar-crime, Diritto Penale comparato, Diritto Processuale Penale comparato ). Intrattiene fertili contatti con ogni Rivista o Docente che intenda elaborare Studi scientifici di matrice accademica sulle tematiche dell' esecuzione penitenziaria, della gestione delle devianze e del controllo internazionale dei fenomeni criminali organizzati. Si occupa anche della divulgazione nazional-popolare di concetti meta-normativi afferenti al rapporto tra Morale e Diritti non negoziabili (tutela della donna, dell' anziano e dei minorenni infrattori).


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