Terrorismo e guerra ibrida, come il fenomeno sta cambiando
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Il fenomeno terroristico e la guerra ibrida

Luigi Martina

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Accenni biopolitici

Un elemento utile per un’efficace premessa è dato dal presupposto concettuale che il fenomeno terroristico stia cambiando a causa di un graduale e latente cambiamento del contesto globale dei conflitti nei quali ne diviene parte integrante.

A tal proposito, il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha scritto in occasione del 35esimo Meeting di Rimini:

Il terrorismo alimentato anche da fanatiche distorsioni della fede in Dio sta cercando di introdurre nel Mediterraneo, in Medio Oriente, in Africa i germi di una terza guerra mondiale. Sta alla nostra responsabilità fermarla.

E ancora:

L’umanità che mostreremo nell’accogliere i profughi disperati, l’intelligenza con cui affronteremo i fenomeni migratori, la fermezza con cui combatteremo i trafficanti di esseri umani saranno il modo con il quale mostreremo al mondo la qualità della vita democratica.

(…)

Dalla capacità di dialogo, di comprensione reciproca, di collaborazione tra le religioni monoteiste dipenderà la pace nel mondo. Di questo dobbiamo essere consapevoli… La democrazia si esporta con la cultura e con l’esempio – spiega Mattarella – La persona è il fondamento della comunità e dello Stato. La sua libertà, il valore incomprimibile del suo essere unica e irripetibile, l’integralità dei diritti umani preesistono, come indica l’articolo 2 della nostra Costituzione, agli stessi ordinamenti[1].

Con tali parole, è immediato il riferimento ad una terza guerra mondiale introdotta dal fenomeno terroristico e che pongono degli assunti di fondo innegabili:

  • l’Italia non è esentata dal fenomeno terroristico, fortemente capillarizzato e viralizzato. Pertanto, lo stesso Paese non è immune dai flussi di combattenti verso la Siria che andranno a costruire un flusso inverso, formato dai jihadisti “battezzati con il fuoco”.
  • il profondo disagio sociale ed economico dei soggetti coinvolti.
  • l’autoreclutamento anche attraverso forme di sensibilizzazione e promozione presenti nel web.
  • i flussi di reciprocità, a carattere bidirezionale, che caratterizzano il circuito di reclutamento.
  • la sussistenza di clerici radicali che innescano comportamenti sociali imitativi.

Pertanto, in un’ottica circolare e generale, Papa Francesco nel 2014 ha dichiarato: «Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli»; incentrando l’attenzione sull’indicibile violenza assunta dalle guerre non convenzionali, contrassegnata da «un livello di crudeltà spaventosa»[2].

In sintesi, è indubbio che le personalità succitate abbiano rintracciato il deus ex machina del nuovo teatro geopolitico contraddistinto dalla guerra ibrida: una pluralità di conflitti con attori differenti in uno scenario bellico mancate di norme regolative comuni ed omogenee.

Dunque, una guerra: frammentata, disomogenea, pervasiva, delocalizzata, a-normativizzata, a carattere globale.

Nel 2007 l’americano Frank Hoffman tentò di definire ed interpretate la nuova conflittualità caratterizzata da:

una strategia militare, attuate sia da attori statali che non-statali, che integra strumenti, tattiche, tecniche e procedure convenzionali e non-convenzionali e impiega forze regolari e irregolari, in contesti di conflitto sia simmetrico che asimmetrico, in maniera coordinata allo scopo di raggiungere il fine desiderato (Hoffman 2007)”.

Un conflittualità definita come ibrida solo a seguito dell’intervento russo in Ucraina.

Tale sforzo interpretativo e di definizione è necessario per opportunità politiche, organizzative, culturali e normative, al fine di costruire un’opportuna cornice normativa che possa confinare e controllare il fenomeno bellico.

Difatti, attraverso lo Stato Maggiore della Difesa, si è giunti a definirne il conflitto in:

  • regolare/irregolare.
  • Simmetrico/asimmetrico.
  • Convenzionale/non convenzionale.

Ponendo attenzione al terzo impianto definitorio, purtroppo ravvisabile in un contesto geopolitico odierno, sono degne di nota le tattiche e le procedure non convenzionali definite come unconventional warfare: «attività militari condotte per mezzo di forze ausiliarie o di guerriglia allo scopo di creare un movimento di resistenza (o insorgenza) per forzare, indebolire o sovvertire un governo o un Paese occupante» (Hoffman 2007).

Ecco che il non convenzionale debba intendere, oramai, non solo le tipologie di armi ma anche alle azioni che non sono condotte dalle componenti convenzionali dello strumento militare; agendo in modo multidimensionale nell’alveo statale.

Dunque, la guerra ibrida potrebbe essere sintetizzate in tre presupposti essenziali:

  • il mutamento dell’idea di identità nazionale che può giungere ad un substrato di natura meramente etnica.
  • Nuove forme di combattimento che giungono ad un approccio strategico, tale da evitare gli scontri diretti e tendenti a creare il maggior numero di vittime tra i civili.
  • Nuove forme di sovvenzionamento tendenti ad eliminare ogni dipendenza economica di tipo statale.

Nonostante i succitati tentativi di una precisa interpretazione, a tutt’oggi non si registra una definizione di guerra ibrida che sia riconosciuta al livello internazionale; intravedendo in quella di Hoffman come la più plausibile e veritiera.

Una definizione che conduce ad evidenziare il ruolo nevralgico assunto dall’intelligence, anziché il semplicistico schieramento di un esercito o il possesso di armi. Tutto ciò all’interno di un conflitto ibrido che sostanzialmente non apporta modifiche alla natura della guerra, ma induce ad una modifica del modo in cui le forze interagiscono e si scontrano tra loro (interdipendenza ed interazione).

Un nuovo sistema bellico acuito dalla globalizzazione che permette di costruire un denso sistema di relazioni trasmettenti gli effetti di un’azione su un singolo nodo a tutti i nodi di una grande rete, tra loro interconnessi.

In tale quadro di insieme, la novità è determinata non dalla numerosità dei conflitti, bensì dall’intensità di interdipendenza ed interconnessone tra i diversi conflitti (es. la forte relazione tra il terrorismo del Daesh e i cartelli della droga americani).

Quindi, un conflitto – quello ibrido – contraddistinto da una pluralità di attori avente di fondo una complessa frammentarietà e delocalizzazione; realizzando quella terza guerra mondiale “combattuta a pezzi” (come esplicitato da Papa Francesco). Un’ibridazione a cui il mondo Occidentale – con le sue strutture culturali, politiche e più ampiamente istituzionali – non ha dato attenzione e profondo riconoscimento; con lo scopo di un’efficace contrasto.

Specificatamente, il progetto espansivo di Daesh si potrebbe collocare pienamente nel disegno bellico della guerra ibrida, a causa dell’esportazione del modello statuale dello Stato Islamico attraverso precisi strumenti:

  • costituzione di alleanze con formazioni jihadiste, presenti già localmente.
  • Sinergia con i gruppi della criminalità organizzata locale, per fini strategici ed organizzativi.
  • Reclutamento anche di nuclei familiari, al fine di una migliore capillarizzazione nelle aree attenzionate.
  • Strategie comunicative efficaci.

In conclusione, è lapalissiano ritenere che le sovra riportate conflittualità possano manifestarsi con sempre maggiore ricorrenza in Europa; ponendo l’Occidente al ruolo di vittima collaterale, segnato comunque da ingenti danni anche se indirettamente[3].

[1] Cfr. https://www.panorama.it/news/politica/mattarella-come-impedire-terza-guerra-mondiale/

[2] Cfr. http://www.repubblica.it/esteri/2014/08/18/news/papa_francesco_terza_guerra_mondiale_kurdistan-94038973/

[3] Per approfondire: Lombardi M., Il terrorismo nel nuovo millennio, Vita e Pensiero, Milano, p. 39 e ss.

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