Esegesi dell’interpretazione giuridica

Esegesi dell’interpretazione giuridica

Sabetta Sergio

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            Nel rapporto “spiegazione” e “comprensione”, vi è una complementarietà e un rinviarsi vicendevole,  Ricoeur vede nella “spiegazione” la scomposizione del testo e la ricerca della funzione di ciascuna parte nel rapportarsi alle altre, mentre nella “comprensione” vi è la riconfigurazione dell’insieme quale realtà esterna a cui il testo rinvia nella sua totalità, l’interprete in questo “circolo ermeneutico” si appropria del testo e in tal modo crea il mondo già delineato nel testo, il diritto nel porre i segni si congela e diventa, nella reazione che ne consegue, passato a cui l’agire interpretativo reagisce, Ricoeur estende pertanto il concetto originario di “circolo ermeneutico” limitato nell’ellenismo al solo rapporto tra parte ed insieme del testo, esteso in età romantica ad un continuo ed esclusivo rinvio tra il lettore interprete ed il testo stesso.

 

            Vi è quella che Ricoeur  definisce come “una spirale senza fine” nella quale vi è un ripetuto passaggio “ per lo stesso punto, ma a un’altezza diversa” (119, Tempo e racconto, Jaca Book, 1986), resta peraltro nell’interprete un possibile sdoppiamento interpretativo, uno interiore e l’altro esteriore, opportuno da comunicare in termini comprensivi con una argomentazione dialogante, l’accettazione della nuova spiegazione modifica il contesto tornando in forma di retrazione ad una nuova spiegazione, si ha quindi il superamento della distinzione avanzata da Dilthey  tra spiegazione e comprensione, in cui la spiegazione era propria delle scienze naturali mentre la comprensione si rivolgeva agli studi sociali e culturali, ossia in senso lato umanistici dove viene meno lo schema rigidamente causale, subentra pertanto una complementarietà tra i due aspetti arricchendoli a vicenda nel rapporto struttura interna e prospettiva intenzionale esterna.

 

            In questo agire l’interprete si fonda sulla propria esperienza personale oltre che sul suo sapere, in un rapporto tra sé e l’altro, ponendosi a distanza dalle intenzioni del legislatore per meglio comprendere le possibilità del testo nel mondo, dovendo in questo diffidare anche delle proprie certezze senza peraltro rinunciare alla tradizione entro cui è nato l’evento e il testo che ne è scaturito, una umiltà di metodo che evita la pretesa di una soluzione definitiva cosciente dei sempre presenti rischi della interpretazione; dove la dialettica tra interpretazioni ne evidenzia i limiti reciproci aprendo a nuove prospettive, superando l’aspetto di un sempre possibile nichilismo, la dialettica così instaurata si allarga ad una comprensione dell’intera condizione umana superando il particolare da cui è nata, senza per questo assumere una assolutizzazione hegeliana dell’interpretazione quale sapere ultimo, coscienti di una “realtà esterna” a cui l’interprete tende ma di cui l’interpretazione è solo vicaria.

 

            La simbologia racchiusa nel testo ne è comunque senso e limite al fine di impedire che l’interpretazione diventi un puro e arbitrario gioco linguistico, la capacità critica deve riconoscere i limiti delle condizioni storiche entro cui agisce la condizione umana, senza per questo respingerne la razionalità del metodo, è infatti attraverso il testo che la soggettività dismette la propria pretesa di assolutizzazione (Jervolino), ponendo le premesse dell’incontro tra teoria e soggetto, tra ermeneutica esegetica, critica e filosofica, tra necessità pratiche e diritti individuali.

 

            Il soggetto si rilegge attraverso il proprio passato riconnettendo i molteplici aspetti del proprio vissuto, in questa autobiografia vi è anche la lettura dei diritti che diventano parte dell’identità, si crea quindi una “ memoria” posta al confine tra collettivo e privato secondo una selettività che riflette le scale dei valori, ma proprio perché frutto di valori vi possono essere inaspettate rinascite, riaffiorare di ricordi e attese per il futuro, dove il testo mantiene sempre un margine di enigmaticità e così i ricordi che su di esso si fondano, interpretare non è mai un discorso puro ma vi è sempre una intermediazione simbolica che si innesta sulla valutazione economica dell’agire, questo comporta la necessità dell’altro nella creazione di una propria identità giuridica secondo una struttura relazionale del soggetto intenzionale, in una difficile trasparenza tra sé e l’oggetto esterno e delle conseguenti letture degli atti e delle azioni, dove agire e testo diventano paragonabili nelle sempre possibili poliletture a cui l’interprete deve fornire una unitarietà.

 

 

Bibliografia

  • P. Montesperelli, Comunicare e interpretare. Introduzione all’ermeneutica per la ricerca sociale, Egea 2014;
  • D. Jervolino, Introduzione a Ricoeur, Morcelliana 2003;
  • P. Ricoeur, Percorsi del riconoscimento, Raffaello Cortina 2005.

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