Divorzio: quando l'ex moglie non lavora, come si calcola l'assegno di mantenimento?
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Divorzio, ex moglie che sceglie di non lavorare e assegno di mantenimento

Alessandra Concas Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia

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In molte le famiglie le mogli scelgono di badare alla casa e fare le casalinghe per opportunismo e la loro scelta a volte non è condivisa dai mariti.
Il ruolo di madre e di casalinga è di sicuro sacro e nobile, al pari degli impegni di lavoro fuori delle mura domestiche, e anche la legge ne è consapevole, tutelando il lavoro domestico e che lo tutela mettendolo spesso in prima posizione rispetto ai diritti dell’eventuale datore di lavoro.
La maternità è tutelata nelle sue diverse forme e non ci dovrebbero esserci pregiudizi nello svolgere il doppio ruolo di madre e di dipendente o professionista.

Quello che dice la legge in caso di divorzio e che cosa rischia la moglie che non ha mai voluto lavorare, la soluzione si trova in un piccolo inciso spesso ripetuto dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione e, di recente, enfatizzato dalle Sezioni Unite in una pronuncia dello scorso luglio, precisamente, si tratta della sentenza n.18287/2018.
Al momento del divorzio il giudice deve prima decidere se assegnare o no alla ex moglie l’assegno di mantenimento, meglio noto come assegno divorzile.
Dopo avere fatto questa valutazione passa a definirne l’ammontare concreto secondo alcuni parametri stabiliti in parte dalla legge e in parte dai precedenti giurisprudenziali

Alcune pronunce in merito

Secondo la Cassazione, a una donna disoccupata spetta il mantenimento se non più giovane e capace di procurarsi da un’altra occupazione.
Siccome la durata del matrimonio è uno degli indici che influiscono sull’ammontare del mantenimento, in un matrimonio durato pochi anni, dove entrambi i coniugi non superano 35 anni, difficilmente la donna, anche se senza lavoro, potrà sperare di ottenere gli alimenti.
La donna casalinga “giovane” è ancora capace di rendersi autonoma e autosufficiente.
A meno che, nella causa di divorzio, non dimostri di avere cercato lavoro, ad esempio inviando il curriculum o iscrivendosi alle liste di collocamento.
Il discorso è diverso per la moglie casalinga che ha superato i 50 anni di età, e qui gli indizi sono contro il marito.
Si presume che lei abbia rinunciato a un impiego per favorire l’uomo.
Con il suo lavoro domestico ha consentito al coniuge del sesso forte di “spingere l’acceleratore” sulla sua carriera.
In presenza di simili circostanze, il giudice deve valutare il ruolo che ha avuto la moglie nell’incremento del patrimonio familiare.
Se ha fatto la casalinga, anche non portando soldi a casa ha contribuito lo stesso alla ricchezza del marito, evitando che costui spendesse soldi in baby sitter e domestiche e garantendogli di potersi dedicare al lavoro e alla carriera.
Se l’uomo ha uno stipendio più alto è perché ha potuto fare gli straordinari, perché non è stato costretto a un part time per accudire i figli nel pomeriggio, perché ha potuto spendere gran parte della giornata sulla sua attività.
C’è inciso molto importante del quale si deve tenere conto.
Il giudice, quando valuta il “contributo fornito dalla moglie al patrimonio familiare”, cioè per quanto tempo ha fatto la casalinga rinunciando al suo guadagno, deve anche verificare se questa circostanza è il frutto di una scelta condivisa tra i coniugi.
In questo inciso c’è la spiegazione alla questione legale.
Se il marito, anche se non è facile, dovesse riuscire a dimostrare nel corso del processo che la moglie non ha mai voluto trovare un impiego nonostante le sollecitazioni ricevute da lui, per lei il mantenimento sarebbe a rischio.
Si aprirebbe la porta a una valutazione di non meritevolezza dell’assegno.
In assenza di prove non è possibile, a meno che il marito fosse previdente, e avesse registrato ogni conversazione intrattenuta con la moglie su questo argomento.
Un comportamento non molto “ortodosso” che gli garantirebbe qualche margine di vittoria.

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