Decennale in silenzio

Decennale in silenzio

Bilotti Domenico

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Nonostante la grande attenzione sempre suscitata dagli aspetti più strettamente politologici, o addirittura bellici, del conflitto arabo-israeliano, rischia di passare sotto silenzio, nel 2009 che ha conosciuto un’altra volta vittime civili e non da entrambe le parti, un decennale significativo -per quanto minuto e sottile- nella ricostruzione storica, culturale e giuridica di quei popoli e degli intellettuali che alla loro causa si sono dedicati.
Nel giugno del 1999, infatti, veniva pubblicato, come allegato al numero 66 della rivista “liberal”[1], un quadernetto, agile nelle forme e pe(n)sante nei contenuti, che raccoglieva discussioni tra lo storico Bernard Lewis[2] e la giornalista Fiamma Nirenstein[3].
I due, ben oltre le posizioni politiche che si sono trovati o si trovano ad esprimere, si confrontavano sui temi sostanziali dell’esperienza musulmana: dall’illusione panarabista al processo di secolarizzazione occidentale, coi suoi riverberi in Oriente, dalla fragilità politica delle istituzioni democratiche al fallimento storico e strategico delle politiche di guerra[4]. Dopo dieci anni, tutte le riflessioni coinvolgenti i futuri e prossimi scenari risultano drammaticamente datate: l’11 Settembre, il crollo dei sistemi speculativi “New Economy”, l’avanzare di una nuova xenofobia, contemporaneamente antiebraica ed antimusulmana perché sostanzialmente razziale e classista, i due mandati di Bush e le promesse da mantenere del primo di Obama, hanno stravolto la linearità dei ragionamenti; cionondimeno tre attori nuovi hanno sconfinato lungo una direttrice di scelte politiche internazionali, dove l’Unione Europea ha ulteriormente arretrato.
Il gigante russo che ha resistito a un logoramento del dissenso politico e dell’affarismo petrolifero, quello indiano, la cui crescita non sembrava all’ordine del giorno, quello cinese, che con dignità, ma troppe cicatrici (specie nella tutela dei diritti umani e delle condizioni salariali e lavorative), mantiene ferma la barra sulla sua forza economica. Ulteriormente è da attendersi qualche scossone in America Latina, anche per quanto riguarda l’impatto sociale e giuridico del fattore religioso: si pensi ai governi Chàvez, Morales, Lula o alla conclusione della parabola politica di Menem in Argentina.
Al netto di questi cambiamenti geopolitici, il contributo alla discussione della Nirenstein e di Lewis risulta tuttavia ancora rilevante e ha molto a che fare con i rapporti istituzionali tra le “democrazie occidentali” (si considererà maggiormente quella italiana) e le componenti islamiche al loro interno, nonché le loro rappresentanze giuridicamente rilevanti, e giuridicamente deputate agli atti implicati nella rappresentanza di queste istanze di base.
Ciò è utile per intuire quella frammentazione che, ad esempio in materia di intese ex art. 8 della Costituzione o di legge sui simboli religiosi in Francia, ha rallentato i processi di integrazione, non venendo debitamente presa in considerazione dalle controparti parlamentari o governative investite del problema.
Le osservazioni introduttive di Lewis paiono particolarmente fondate.      Contrariamente a un’ermeneutica piuttosto sbrigativa (e piuttosto corrente) della cultura islamica, che qualifica il mondo orientale come eccessivamente arroccato sulle proprie posizioni e secolarmente sterile ad ogni opzione di dialogo, il territorio che, in modo anche geograficamente arbitrario[5], è definito “Medio Oriente” ha conosciuto millenni di flussi incessanti tra civiltà, conquiste ed evoluzioni culturali: ellenizzazione, romanizzazione, cristianizzazione, islamizzazione[6]. Nel mezzo, varrebbe la pena di ricordare come alcuni fenomeni giuridici e sociali -la stagione romano-orientale bizantina, la richiesta di protagonismo delle culture autoctone sin dal XIII secolo, l’esperienza letteraria della cultura araba come trait d’union tra gruppi linguistici e metri estetici- abbiano probabilmente giocato un loro ruolo nell’evoluzione di quelle terre.
La prospettiva veicolata dai due Autori sembra essere quella “anti-coloniale”, almeno nel senso di attribuire alla capacità propulsiva del mondo arabo, nei confronti dell’intera regione mediorientale, un valore aggregante in grado di controbilanciare apprezzabilmente l’espansionismo coloniale.
Questa intuizione sulla natura unificante del culto religioso non è ignota all’Islamismo italiano, ma tanto la dottrina giuridica quanto le stesse esperienze “confessionali”[7], quale che sia la provenienza politico-geografica delle stesse, hanno inteso soprattutto sottolineare l’eterogeneità interna del mondo musulmano[8].
La frammentazione cui prima s’accennava, all’interno di una tendenza religiosa comune, contraddistinta per esempio dal ruolo apicale, nel sistema delle fonti, assicurato unanimemente al Corano (ma più controversa è la sua interpretazione), produce fenomeni che stanno risaltando all’evidenza dell’opinione pubblica occidentale: atti governativi determinano reazioni diverse, in base alle associazioni e ai gruppi organizzati che con essi entrano in contatto e dei quali sono destinatari.
I lavori della Consulta presso il Ministero dell’Interno in Italia[9], la presenza di un gruppo filo-occidentale in Francia che non si batté aprioristicamente contro la politica di Sarkozy in materia religiosa[10]… possono risultare esemplificazioni tangibili delle numerose sfaccettature caratteristiche dell’Islamismo contemporaneo.
Persino nel caso delle vignette dispregiative circolate sulla stampa danese (si trattava di caricature del Profeta Maometto -perciò attacco a un patrimonio comune delle credenze islamiche in ogni territorio) si ascoltarono voci, accenti e contenuti diversi nel condannare l’episodio. Anche alla luce di questi esempi suggeriti dall’attualità dovrebbe allora valutarsi l’Islam -e la cultura di cui è espressione, in una prospettiva non solo anticoloniale, ma soprattutto “post-coloniale”.
Ovvero tenendo conto di mutazioni della cultura araba nell’epoca post-moderna e de-etnicizzazione della nozione di Islam anche per effetto di migrazioni e conversioni.
Contemporaneamente dovrebbe essere rilanciato il ricorso comparatistico a componenti confessionali e a componenti a-confessionali nella lettura geopolitica del conflitto arabo-israeliano.
Proprio sulla questione palestinese la conversazione tra Bernard Lewis e Fiamma Nirenstein sembra più deludente[11]. Un decennio addietro il carisma personale di un politico e militante come Arafat portava, inevitabilmente, a una personalizzazione leaderistica delle tematiche del conflitto.
Tuttavia l’argomento non sembra in sé soddisfacente per eliminare alcune questioni pregiudiziali in base alle quali i due Autori rinunciavano a porre il tema di uno stato palestinese come viatico necessario per l’armonizzazione della zona.
Il popolo palestinese, che esiste in quanto aggregato sostanziale di proprie tendenze religiose[12], organizzazioni politiche e comuni appartenenze, ripropone, nella legislazione degli Stati occidentali sottoposti a fenomeni migratori massicci, un difficile test di compatibilità tra il riconoscimento e la tutela dei diritti umani e l’altrettanto necessario riconoscimento della nazionalità di provenienza del migrante[13]: il popolo palestinese sembra condannato a una condizione coatta di a-polidi-cità, i cui risvolti vanno ben oltre i meriti, o i limiti, del capo politico che fu premio Nobel per la Pace nel 1994. I recenti e reiterati massacri sulla striscia di Gaza ne sono l’ulteriore controprova.
 
 
Domenico Bilotti


[1] Il riferimento è a Colloquio di Fiamma Nirenstein con Bernard Lewis. I Musulmani, ciclo “Interviste dal XX Secolo”.
[2] Interessanti, recentemente, B. LEWIS, La crisi dell’Islam. Le radici dell’odio verso l’Occidente, Milano, 2005; ancor prima, ID, Il Medio Oriente, Milano, 1999.
[3] Potrebbe essere interessante ricordare gli scritti che si riferiscono all’antisemitismo postbellico, meno virulento ma ancor più tedioso di quello ariano e razziale. Cfr. al riguardo F. NIRENSTEIN, Israele siamo noi, Milano, 2007. Ancor prima, ID, Gli antisemiti progressisti. La forma nuova di un odio antico, Milano, 2004.
[4] Una ripresa di quel lavoro e di quella discussione, del resto, in ID, Islam. La guerra e la speranza. Intervista a Bernard Lewis, Milano, 2003.
[5] Cfr. sul punto B. LEWIS, Il Medio Oriente, cit.
[6] Del resto potrebbe obiettarsi che anche nel fenomeno associativo d’ispirazione cattolico-romana sopravvivono refusi centralistici, in ambito canonistico, e liberal-eversivi, in ambito ecclesiasticistico. Un esempio concernente il primo profilo potrebbe consistere nel (pre)requisito dell’approvazione gerarchica ai fini del riconoscimento della personalità giuridica dell’ente (cfr. criticamente già G. PLACANICA, Libertà dei fedeli e libertà della Chiesa, un caso emblematico: l’amministrazione della Confraternita San Filippo Neri di Torca, in (a cura di) V. TOZZI, Nuovi studi di diritto canonico ed ecclesiastico, Salerno, 1990, 399-411. Non appar(iva) meno vetusto lo strumento dell’autorizzazione governativa in materia di acquisti. Piace ricordare sul punto A. MANTINEO, Enti ecclesiastici ed enti non profit. Specificità e convergenze, Torino, 2002, in specie, ed ironicamente sul “refuso” ex art. 5 l. n°266/1991, 8 e ss. Per un primo distinguo sul concetto di “eversione” nell’ordinamento giuridico, e sul senso peculiare acquisito per la scienza ecclesiasticistica, si veda anche: D. BILOTTI, Tendenza, struttura e margine. Lessico ed ecclesia, in corso di pubblicazione.
[7] Risultano rappresentate in sede di Consulta Islamica: Comunità Ismailita in Italia, CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica), Sezione Italiana della Lega Musulmana Mondiale, U.C.O.I.I.  (Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia), U.I.O. (Unione Islamica in Occidente).
[8] Al riguardo, incisivo, M. TEDESCHI, L’Islam come confessione religiosa & ID, Islam e Occidente dopo l’Undici Settembre in ID, Studi di Diritto Ecclesiastico, Napoli, 2004, 19-56. Su taluni aspetti della prassi anche N. FIORITA, L’Islam spiegato ai miei studenti. Otto lezioni sul diritto islamico, Firenze, 2006.
[9] Cfr. D.M. 10 Settembre 2005 et D.M. 30 Novembre 2005, Ministero dell’Interno.
[10] Sul punto potrebbe ricordarsi M. d’ARIENZO, La laicità francese secondo Nicolas Sarkozy, in Stato Chiese e Pluralismo Confessionale, Rivista Telematica (http://www.statoechiese.it), Luglio 2008.
[11][…] e la politica di Clinton verso Arafat lo mostra chiaramente, non è mai venuta a conflitto diretto con nessun Paese arabo (con l’eccezione naturalmente della guerra del Golfo, […]” in Colloquio, cit., 45.
[12] Ma, contra, F. NIRENSTEIN in Colloquio, cit., 46. Così infatti “[…] non mi sembra che, per esempio, l’ostacolo tra Arafat e la democrazia sia la religione”.
[13] L’impressione è che tale necessario connettivo non si apprezzi adeguatamente nella l. n°94/2009 (“Disposizioni in materia di sicurezza pubblica”, rinvenibile in G. U. n°170/2009, Suppl. Ord.).

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