Coronavirus e blocco licenziamenti previsto per legge

Coronavirus e blocco licenziamenti previsto per legge

di Redazione

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Uno dei temi centrali e più dibattuti in tema di lavoro durante la pandemia da Coronavirus è senz’altro quello del blocco dei licenziamenti. Come noto, lo stop di procedere a licenziare i lavoratori purtroppo rimasti a casa a causa della chiusura delle attività lavorative, è stato previsto immediatamente nel mese di marzo con il “Decreto Cura Italia” (D.L. n. 18/2020). Infatti, al fine di evitare che i lavoratori possano trovarsi senza un’occupazione durante l’emergenza sanitaria che sta attraversando l’Italia, il governo ha precluso, inizialmente per 60 giorni, le procedure pendenti avviate successivamente alla data del 23 febbraio 2020.

Lo stop, in origine, riguardava:

  • licenziamenti collettivi, ai sensi della L. n. 223/1991;
  • licenziamenti per giustificato motivo oggettivo, ai sensi dell’art. 3, della L. n. 604/1966.

Inizialmente, la durata dell’impossibilità di licenziamento era di 60 giorni, decorrenti dal 17 marzo 2020. Ergo, il divieto valeva fino al 16 maggio 2020. Inoltre, sono soggetti alla predetta novità tutti i datori di lavoro indipendentemente dal numero dei dipendenti.

Successivamente, con il susseguirsi delle norme, il blocco è stato prorogato mese dopo mese in relazione all’andamento della curva epidemiologica da Coronavirus e terminerà a fine marzo 2021. 

Si legga anche:”Licenziamento e Coronavirus: la possibile sorte del posto di lavoro”

Una prima questione riguarda la disposizione di cui all’art. 46 relativa all’applicabilità o meno di tale disciplina al licenziamento individuale del dirigente. È noto che al licenziamento del dirigente non si applica il concetto di giustificato motivo oggettivo tipizzato dall’art. 3 della legge n. 604/66, bensì un criterio di “giustificatezza”, normato non dal legislatore ma dalla contrattazione collettiva. Il suo eventuale licenziamento potrebbe infatti riguardare aspetti strategici ed economici differenti da quelli rilevanti per licenziamento di un lavoratore dipendente.

Tanto premesso, l’art. 46 fa specifico riferimento all’art. 3 della legge n. 604/1966. Dunque, stando al tenore letterale della norma del Decreto “Cura Italia”, si dovrebbe ritenere inapplicabile tale disposizione ai dirigenti, che godono di tutele contrattuali e non di quelle previste della legge.

Tuttavia, la ratio del “blocco” dei licenziamenti si rinviene nel fatto che le ragioni economiche ed organizzative non sono dettate dalle ordinarie logiche di mercato, ma da un’emergenza sanitaria nazionale, con conseguente chiusura delle attività produttive non essenziali. Stante questa finalità normativa, dovuta ad una situazione straordinaria, che ha richiesto l’adozione di una misura altrettanto straordinaria, ci si potrebbe chiedere perché escludere i dirigenti.

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In questo periodo di sospensione, è bene chiarire che il rapporto di lavoro non può già essere considerato come di fatto cessato o comunque sospeso, pertanto il lavoratore conserva il diritto alla retribuzione.

L’impresa può solo compiere la scelta di iniziare ad erogare l’indennità di preavviso stabilita dal contratto collettivo applicato in attesa che si concluda la procedura (sul punto v. circolare del Ministero del Lavoro n. 3 del 16 gennaio 2013).

Ma se questa indennità non dovesse bastare a coprire il periodo, il lavoratore deve continuare a percepire la retribuzione per tutto il periodo di sospensione.

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