Concorrenza e contesto: il Giappone e la teoria dell’adattamento selettivo

Concorrenza e contesto: il Giappone e la teoria dell’adattamento selettivo

Peruzzo Elisabetta

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Questo articolo si propone di illustrare la correlazione tra la politica della concorrenza e il contesto sociale. Com’è noto, le norme giuridiche sono espressione di valori condivisi. Tuttavia nella materia concorrenziale occorre considerare un aspetto ulteriore: si è assistito, per effetto della globalizzazione, all’adozione della normativa a tutela della concorrenza anche in paesi con valori culturali lontanissimi dalla logica del libero mercato. In questi casi, sebbene le normative siano modellate su esempi consolidati, il contrasto di valori ne penalizza l’efficacia.

La questione è da ricondurre a quella più ampia del rapporto tra norme interne e norme internazionali o straniere. Sulla modalità in cui le normative internazionali vengono recepite dagli stati nazionali influiscono diversi fattori. Accanto a quelli psicologici e culturali c’é ovviamente anche la difformità di strutture economiche e legali. Non è chiaro esattamente come l’insieme di questi elementi condizioni l’esito. Un suggerimento ci proviene da Potter che, con la sua teoria di Adattamento Selettivo, descrive e analizza il processo d’assimilazione.

Il Giappone è un caso emblematico per il tema da noi trattato. Da una parte perché dimostra come la variabile culturale abbia penalizzato l’implementazione di normative concorrenziali. Dall’altra perché ci fornisce un modello evolutivo. Infatti, il recente cambiamento di sensibilità dei giapponesi ha determinato un’apertura nei confronti della tutela della libera concorrenza. E’ al Giappone, dunque, che applicheremo il paradigma di Potter.


1. Introduzione

    Negli ultimi vent’anni si è assistito ad un notevole incremento nel numero di giurisdizioni che hanno instaurato un regime di libera concorrenza: la concorrenza è di moda e sembra che per essere qualcuno, tutti, inclusi i membri dell’ APEC (Asia-Pacific Economic Corporation), debbano dotarsi di una legge in materia.1

    Le ragioni di questa proliferazione sono molteplici. Nei paesi in via di sviluppo e quelli in transizione da economie pianificate la politica della concorrenza serve a favorire il libero mercato e a scongiurare che imprese recentemente privatizzate acquisiscano una posizione dominate. L’adozione di una legge a tutela della concorrenza può anche scaturire dalla pressione di partner commerciali o essere una condizione per l’accesso ad aree di libero scambio, come l’Unione Europea. Quale che sia il motivo, le giurisdizioni con poca esperienza hanno il loro bel da fare per mettere a punto le corrispondenti politiche, ed in genere sono assistite da giurisdizioni più mature nella difficile scelta degli strumenti per assicurarne l’efficienza.2

    L’importanza di una scelta oculata sarà evidente se si pensa che vi sono notevoli differenze nel modo in cui le normative sono concepite e realizzate nei diversi stati. Non solo nei paesi in via di sviluppo ma anche nelle economie avanzate spesso il sistema è debole (vedi il caso del Giappone, di cui si parlerà diffusamente più avanti). Il panorama è variegato anche in ambito europeo: il Regno Unito e l’Irlanda stanno costruendo una forte cultura della concorrenza assistita da una rigorosa tutela penale contro i cartelli, mentre altri paesi esitano a farlo.3 La ragione risiede in un semplice assunto: la diversità delle culture della concorrenza é il prodotto di culture nazionali difformi.4

    Per questo, nonostante la politica concorrenziale nel mondo sia largamente basata sul modello americano e recentemente europeo, l’adozione in blocco di tali normative non è auspicabile. Un sistema già maturo presenta innegabili vantaggi, ma i sistemi di concorrenza sono influenzati dalle strutture economiche, istituzionali, legali e culturali della giurisdizione adottante. Il problema è capire come.5

    Tuttavia neanche gli esperti hanno una chiara idea delle modalità in cui l’insieme dei fattori menzionati influenzi la realizzzazione di una politica efficace. La loro attività di consulenza, richiesta nelle fasi dell’elaborazione delle norme, della formazione della magistratura e dei funzionari, o come supporto alle agenzie di recente costituzione, sarebbe agevolata se essi riuscissero a predire perfettamente come politiche specifiche si adatteranno alle condizioni locali e quali condizioni saranno favorevoli ad una idonea implementazione.6 In questo il modello di Adattamento Selettivo di Potter può essere d’aiuto.

     

    2. La teoria dell’ Adattamento Selettivo.

      Potter descrive l’Adattamento Selettivo come il processo tramite il quale le normative straniere – o internazionali – vengono assimilate dalle istituzioni locali. Infatti, il diritto internazionale può acquisire una varietà di significati che richiedono la comprensione della storia e della cultura locali oltre alla conoscenza di leggi e dell’economia. Secondo la sua tesi, le norme locali avrebbero un ruolo determinante nell’integrazione di principi e orientamenti di origine straniera, che non sarebbero recepiti puramente e semplicemente, ma in maniera conforme alle politiche dominanti.7

      La teoria analizza due aspetti dello stesso fenomeno, adattamento e selezione; mentre l’adattamento dipende in larga misura dal rapporto di forza tra elementi da prendere in prestito ed elementi da conservare, la selezione è condizionata dall’influenza dei fattori della percezione, della complementarietà, della legittimazione:8

       

      • La percezione è la comprensione delle norme e pratiche internazionali e locali;

      • La complementarietà è la misura in cui norme internazionali e locali sono in grado di coesistere e cooperare.

      • La legittimazione riflette il grado di supporto delle comunità locali agli scopi e alle conseguenze dell’Adattamento Selettivo.9

       

      Dalle tre variabili dipendono la misura e il tipo di adattamento; dalla divergenza, invece, scaturisce un conflitto.10

      L’adattamento selettivo suggerisce che, a causa della globalizzazione delle norme che regolano il mercato internazionale, i sistemi nazionali si differenziano più per le pratiche istituzionali locali che per le differenze nel diritto sostanziale.11

      Il modello descrive la possibilità di implementazione flessibile di standard internazionali identificando gradi di conformità tra norme locali e non locali. Pitman Potter and Lesley Jacobs affermano che l’adattamento selettivo consente di ridimensionare l’affermazione che il relativismo culturale ostacola la conformità alle norme internazionali e ammette la diversità normativa solo ove manca il consenso tra le norme internazionali e quelle locali.12

      La teoria è particolarmente utile quando si tratta di analizzare le dinamiche che intercorrono tra regimi capitalistici di stampo liberal-democratico, particolarmente forti sulla scena internazionale, e stati asiatici. Questi ultimi impiegano l’Adattamento Selettivo per equilibrare il conflitto tra gli imperativi regolamentari locali e le normative liberali provenienti dai primi.13 Pensiamo alla necessità di adeguarsi ai requisiti imposti dal Fondo Monetario Internazionale o dagli Stati Uniti in materia di sicurezza nucleare, o ai requisiti Onu sui diritti umani ;14 in Cina il modello è stato utilizzato con successo per l’adattamento di norme sulla proprietà, amministrative e di gestione societaria.15

      Secondo il paradigma di Pottman e Jacobs, questo processo di contemperamento è possibile nonostante la cultura legale locale costituisca un potente filtro alla percezione e interpretazione di concetti estranei al sistema. Infatti, le culture legali non sono più così isolate da ostacolare una corretta interpretazione. Un esempio ci è fornito sia dalla Cina che dal Giappone ove le significative riforme amministrative sono state varate in seguito ad un mutamento nella percezione delle norme a garanzia della trasparenza.16 Dunque, il modello funziona; la questione ora è applicarlo al diritto della concorrenza.17

       

        3. Teoria dell’Adattamento Selettivo e concorrenza

        E’ proprio del secondo dei due grandi colossi asiatici che vorremmo occuparci, nella convinzione che la sua preziosa esperienza possa esserci di lezione.18 Il Giappone ci consente di applicare la teoria dell’Adattamento Selettivo alla materia concorrenziale grazie alla presenza dei seguenti elementi:

        • recepimento di normativa straniera.

        L’incontro col diritto della concorrenza è avvenuto tramite l’introduzione forzosa di una normativa di origine straniera ad opera delle forze di occupazione.

        • difformità di strutture e valori.

        I valori sottesi alla normativa introdotta erano antitetici ai valori culturali del paese adottante.

        • costituisce un modello evolutivo.

        negli anni si è determinato un mutamento nella percezione dei valori della concorrenza e della competizione che ci consente di illustrare le dinamiche alla base dell’Adattamento Selettivo.

         

        4. Il diritto antitrust in Giappone: uno scontro di civiltà

          Come accennato, le diverse culture della concorrenza sono il riflesso di valori culturali diversi. Dunque, la comprensione di una cultura della concorrenza non può prescindere da un’analisi dei valori sui quali la corrispondente società è fondata. La nostra indagine si avvarrà dell’analisi transculturale, che rappresenta un valido strumento di lavoro in quanto consente di comparare le culture nazionali e verificarne l’impatto sulle culture della concorrenza e sulle relative politiche.19

          A tale scopo gli psicologi hanno costruito una cornice di riferimento dei valori dei cittadini su base statistica e su scala globale: la Dimensione del Valore Culturale. Lo studio ci fornisce una piantina su cui collocare le politiche della concorrenza che ci consente di comparare le culture nazionali e le politiche della concorrenza su scala globale. Geert Hofstede ha individuato cinque dimensioni indipendenti di culture nazionali20, tra le quali troviamo l’opposizione individualismo/collettivismo21 che rispecchia la contrapposizione tra cultura giapponese e cultura statunitense. Il riferimento non è casuale. Infatti, antecedentemente alla Seconda Guerra Mondiale il Giappone non disponeva di alcuna regolamentazione della concorrenza22. Le origini del sistema antitrust risalgono al 1940, quando gli Stati Uniti tentarono di esportare la loro tradizione. Attualmente si possono identificare alcuni tratti comuni tra la Legge contro i monopoli giapponese e lo Sherman Act, anche se differenze sussistono in tema di accordi verticali.23 Dunque non è possibile parlare del diritto antitrust giapponese senza un cenno al sistema americano.24

           

          4.1 La società americana.

          Che l’individualismo fosse uno dei tratti caratterizzanti Il Nuovo Mondo fu rilevato già da Alexis de Tocqueville, che della società americana è stato un acuto osservatore. Gli Stati Uniti erano veramente un mondo nuovo, ove lo Stato non era più concepibile senza libertà né la libertà senza l’eguaglianza. Tuttavia la tendenza all’uguaglianza ha comportato un incremento dell’individualismo, un sentimento che contribuisce ad indebolire la coesione sociale,25 tipico di una società con tenui legami interpersonali, ove ciascuno è tenuto a pensare solo a sé e alla propria famiglia.26 In questa società l’assenza di privilegi di nascita e la garanzia di partire dallo stesso livello nella competizione sociale, hanno creato un nuovo ideale, ove ogni individuo è in concorrenza con gli altri.27

          Il settore economico è dunque permeato dall’ideologia del successo e della competizione: nei libri di testo degli studenti americani frequentemente si fa riferimento all’individualismo liberale, alla libertà di scelta e si guarda con sfiducia alla concentrazione di potere nelle mani pubbliche e private. In un memorabile saggio lo storico americano Richard Hofstader, nel considerare gli obiettivi della legge sulla concorrenza negli Stati Uniti, ne identifica tre tipi: economici, la concorrenza realizzerebbe il massimo grado di efficienza economica; politici, il principio antitrust serve ad evitare l’accumulazione di potere e tutelare il governo democratico; sociali e morali, la concorrenza sarebbe funzionale allo sviluppo del carattere, e per questo motivo la competitività tra le persone – stimolo della morale sociale – dovrebbe essere garantita28. Secondo Eleonor Hadley, questo atteggiamento culturale è totalmente antitetico ai valori chiave della società giapponese.29

           

          4.2 La società giapponese.

          La società giapponese è considerata una società “collettivista” ove30 gli individui sono integrati dalla nascita in gruppi forti e coesi, che li proteggono per tutta la vita in cambio di lealtà incondizionata.31 In tali società

          è di fondamentale importanza che ognuno occupi il posto appropriato, sia nel gruppo sociale che nell’istituzione cui è assegnato. Ciò serve ad identificare sé stessi, una frazione individuale, in rapporto all’altro e al gruppo inteso come “un tutto organico”. Questa peculiarità è dovuta principalmente alla diffusione dell’etica confuciana che, a partire dal VII sec., andò fondendosi e adattandosi alla cultura autoctona di tradizione scintoista. L’ideologia confuciana assunse un tale peso da permeare l’intera vita sociale e le istituzioni del Paese.32

          L’orientamento di gruppo a sua volta conduce ad enfatizzare l’importanza dell’armonia sociale e del consenso e produce una sostanziale avversione nei confronti della concorrenza e dei meccanismi di mercato, perché suscettibili di creare instabilità. Da tutto ciò, combinato con la propensione allo statalismo, scaturiscono una serie di norme coerenti con l’intervento statale nell’economia e col disinteresse per la politica concorrenziale, ossia: il Giappone.33

          Difatti la storia industriale del Giappone è contrassegnata dalla concentrazione, dal coordinamento dell’attività economica e dalla collusione.34 Il sistema è basato sul principio della politica industriale con significativo intervento governativo, similarmente a molti paesi del Sud Est Asiatico.35

           

          4.3 Introduzione e adattamento della politica antitrust in Giappone.

          La politica della concorrenza in Giappone ha subito alterne vicende che vanno dall’introduzione della legge antitrust ai giorni nostri; esaminarle ci consente di analizzare anche le dinamiche di adattamento.

          La storia della politica antitrust giapponese può essere suddivisa in due grandi periodi:

          1. Adozione: dal 1947 al 1952

          Quando nel 1947 fu emanata la legge contro i monopoli il rapporto tra le società operanti nel mercato era improntato all’armoniosa cooperazione. La legge, infatti, fu imposta dall’occupazione americana.36 E’ evidente come tra norme regolamentari straniere e locali vi fosse una relazione di forza: gli Stati Uniti stabilirono la politica da seguire, e al Giappone non rimase che adeguarsi. Non v’era spazio per l’Adattamento Selettivo e gli standard statunitensi furono adottati a prescindere dalla compatibilità con le norme sottostanti in termini di percezione, legittimazione e complementarietà. Tuttavia, occorre sottolineare come la percezione che si aveva in Giappone degli obiettivi della legge contro i monopoli è dibattuta. Alcuni affermano che i negoziatori del governo giapponese comprendevano perfettamente di cosa si parlasse ma che alcuni dei termini contenuti nella legge, come ‘interesse pubblico’, ‘sostanziale’ e ‘concorrenza’, non fossero chiari al pubblico degli operatori che vi si dovevano adeguare. Hideaki Kobazashi, alto funzionario della JFTC37, afferma che ‘quando la legge a tutela della concorrenza fu introdotta, 50 anni or sono, era totalmente sconosciuta a politici, funzionari governativi e al grande pubblico’. Altri ritengono che la politica celasse l’intento di indebolire il Giappone e subordinarlo agli Stati Uniti. Non c’è da stupirsi, dunque, della mancata adozione di politiche che favorissero la libertà di mercato.38

          b. Adattamento: dal 1952 al presente39

            Questo periodo può essere ulteriormente suddiviso:

            i. dal 1952 al 1972: gli ‘Anni Neri’ del sistema antitrust;

              La conclusione ufficiale dell’occupazione produsse un cambiamento fondamentale nel rapporto di forza tra il Giappone e gli Stati Uniti, che consentì alle élite locali di emanare norme regolamentari: la legge contro i monopoli era appena entrata in vigore che già si pensava ad emendarla. Particolarmente importante era considerato riformare la norma relativa ai cartelli, che si riteneva ostacolasse la ricostruzione e il raggiungimento di alti tassi di crescita. Così, allo scopo di eliminare ‘l’eccesso di concorrenza’, fu abrogata l’illegalità oggettiva dei cartelli e furono introdotte una serie di esenzioni implicite ed esplicite, concentrate in settori economici a bassa produttività, caratterizzati da piccole e medie imprese. E’interessante notare come la concessione delle esenzioni fosse il riflesso del processo di adattamento: si temeva che il venir meno delle intese orizzontali avrebbe determinato seri aggiustamenti strutturali suscettibili di minare l’armonia e la stabilità sociale. Inoltre, in questo arco di tempo il modus operandi della JFTC è stato caratterizzato da una limitazione della tutela.

              ii. dal 1972 agli ultimi anni ’80: la rinascita;

                Nei primi anni ’70 lo stato dell’Adattamento Selettivo delle norme anti-cartello in Giappone cominciò a subire un’alterazione. Molteplici furono le forze in gioco. L’inflazione derivante dalla crisi petrolifera aveva determinato un rallentamento della crescita economica. La diffusa cartellizzazione fu considerata una concausa della recessione e ciò ebbe l’effetto di delegittimare le norme regolamentari locali che promuovevano gli accordi orizzontali. Di conseguenza l’attività della JFTC si intensificò e raggiunse il suo apice nel 1973, ma l’effetto deterrente fu poco apprezzabile. Si pensi che l’anno successivo la JFTC lanciò un’azione penale contro un cartello nel ramo dell’industria petrolifera, ma la Corte Suprema stabilì che un accordo restrittivo della concorrenza, se autorizzato da direttive o su incarico del governo, può essere giustificato anche in assenza di esenzioni legislative. Essa non definì neanche l’importante questione della legalità della guida amministrativa sui cartelli. Tuttavia, la legislazione si allineò presto alla pubblica ostilità nei confronti dei cartelli: nel 1977 la legge contro i monopoli fu emendata per consentire l’imposizione di una soprattassa amministrativa nei confronti delle aziende coinvolte. Allo stesso tempo la JFTC si impegnò per ridurre il numero di esenzioni esplicite. In seguito il fenomeno registrò un’inversione di tendenza. La spinta inflazionaria si attenuò, l’economia tornò a crescere e con la prosperità le disposizioni anticartello diminuirono.

                iii. dai primi anni ’90 al giorno d’oggi.

                  Dall’inizio degli anni ’80 si è assistito ad una erosione delle aspettative nei confronti del modello regolamentare burocratico e all’incoraggiamento del modello competitivo. Due sono stati i fattori determinanti: il primo è costituito dallo scoppio della ‘bolla economica’, attribuita proprio alla guida amministrativa. Il secondo è il deficit della bilancia commerciale statunitense nei confronti del Giappone, le cui pratiche anticoncorrenziali avrebbero ostacolato le esportazioni (anche se al contrario evidenze emergenti testimonierebbero che la crescita delle esportazioni giapponesi durante il periodo post-bellico fosse dovuta dall’alto livello di competitività interna di alcune industrie)40. Tra l’ ‘89 e il ’90 i rapporti tra Giappone e Stati Uniti si fecero piuttosto tesi fino alla sottoscrizione di un accordo commerciale, l’Iniziativa per gli Impedimenti Strutturali (IIS). L’accordo, che testimonia il mutato rapporto di forza tra i due paesi, rappresenta un punto di svolta nell’implementazione della politica antitrust. Il Giappone, allo scopo di evitare rappresaglie protezionistiche, fece concessioni alla gaiatsu (pressione estera) in alcune aree d’interesse, sebbene subisse ancora pressioni su alcune questioni di politica della concorrenza. l’IIS prevedeva l’incremento delle multe relative alla cartellizzazione, la riduzione del numero delle esenzioni esplicite e l’intensificarsi dell’azione di tutela, attività che la JFTC ha intrapreso all’inizio del 1990. L’accordo ha avuto l’effetto di consolidare la politica concorrenziale giapponese. Nell’aprile del 2005 la legge contro i monopoli è stata emendata ancora, con l’elevamento delle multe e l’introduzione di un programma di clemenza. Il programma si propone di incoraggiare la denuncia da parte dei componenti il cartello allo scopo di destabilizzarlo41ma solleva degli interrogativi dal punto di vista dei valori. Infatti, ci si domanda se il concetto di trattamento favorevole, di cui beneficia il denunciante, sia accettabile per il Giappone. In una società che incoraggia l’armoniosa cooperazione, un programma di clemenza non è contro l’armonizzazione, ossia contro l’etica economica più salda? E’ più importante l’armonia nelle attività economiche o l’eliminazione dei cartelli? Nonostante le incertezze, si ritiene che un programma di clemenza potrà avere conseguenze significative per la concorrenza nel mercato giapponese.42

                   

                  4.4 Valori in gioco nel processo evolutivo: armonia contro competizione, efficienza contro stabilità.

                  Al termine di questo rapido excursus possiamo trarre alcune conclusione relative alle dinamiche culturali osservate. Come abbiamo visto la cultura dell’armonizzazione ha dominato la comunità economica sicuramente per tutti gli anni ’60 e forse sino alla fine dei ’70, denominati dalla JFTC ‘gli anni bui della legge contro i monopoli’. Durante il periodo di forte crescita economica fu naturale dare prevalenza a considerazioni di politica industriale su quelle concorrenziali. Fin tanto che la comunità economica giapponese ha attribuito il successo economico alla politica MITI43 e alle strette relazioni con il governo, non v’è stato spazio per politiche concorrenziali.

                  Ora la realtà economica è notevolmente cambiata e il sistema mostra cenni di cedimento. Il commercio mondiale si svolge su larga scala e le maggiori economie sono orientate all’efficienza, che é fondamentale per la crescita. E’ noto che efficienza e stabilità sociale sono in rapporto inverso: quando la prima cresce, la seconda diminuisce. Questo sentimento di incertezza nascente costituisce uno dei più maggiori ostacoli all’accoglimento della politica antitrust di stampo occidentale in Giappone. Se da una parte si vorrebbe perseguire l’efficienza del mercato, dall’altra la preferenza giapponese per la stabilità è ancora una costante ed è evidente in molte caratteristiche della vita commerciale come la diffusione dell’impiego a vita, l’instaurazione di lunghe relazioni con acquirenti e fornitori, la frequenza delle partecipazioni incrociate tra le grandi aziende, le caratteristiche del sistema bancario, ecc. Dunque la questione ora è trovare un bilanciamento tra queste due virtù. E’ importante che i giapponesi capiscano che l’equilibrio precedente è superato e occorre trovarne uno nuovo, seppur diverso da quello instaurato negli Stati Uniti.

                  Per raggiungerlo la JFTC sta tentando di realizzare un nuovo balzo in avanti nella politica anticartelli, che tuttavia ha suscitato delle frizioni da parte del mondo degli affari.44 Il modello ci dice che la relazione di forza tra le norme straniere e il destinatario delle stesse, così come la struttura dell’autorità a tutela della concorrenza, non è predominante. I fattori critici sono percezione, legittimazione, complementarità. L’accettazione delle norme sottostanti un’effettiva politica della concorrenza può richiedere un cambiamento enorme nella cultura economica regolamentare, e questo non accade velocemente.45 [La] “cultura dell’armonizzazione che ha dominato l’economia giapponese ha avuto bisogno di sperimentare uno shock culturale per concedersi ad una nuova, la cultura della concorrenza. Inutile dire che ogni cultura necessita un lungo periodo per cambiare e [la] comunità economica giapponese è nel vivo di questo cambiamento.46

                   

                  5. Conclusione

                    Con il procedere delle integrazione economica mondiale, le economie in via di sviluppo e in transizione stanno progressivamente implementando politiche economiche di stampo occidentale. In molti casi, a prescindere dalla volontarietà o meno dell’adozione, i valori economici liberali sottesi alle politiche sono estranei alla cultura nazionale, e questa discrepanza può ingenerare un conflitto. L’identificazione delle cause è un passo verso la risoluzione.

                    Secondo la teoria dell’Adattamento Selettivo le norme locali giocano un ruolo fondamentale nello stabilire come idee d’oltreconfine sono integrate nel contesto locale. Norme e pratiche straniere saranno adottate non puramente e semplicemente ma le nazioni li adatteranno in maniera conforme agli obiettivi politici locali.

                    In questo articolo il paradigma viene utilizzato per analizzare lo sviluppo della legge giapponese contro i monopoli. L’applicazione della teoria fornisce un caso di studio sull’evoluzione di una legge straniera sottoposta ad adattamento nei confronti delle norme e priorità locali.

                    La legge giapponese contro i monopoli fu originariamente imposta dalle forze occupanti, e rappresenta un riflesso di quel potere economico e di quei valori sociali. Quando entrò in vigore, l’unica preoccupazione del Giappone era la ripresa economica. L’esperienza maturata prima della guerra era caratterizzata da un rapido sviluppo e dalla guida amministrativa che si affidava alla cooperazione, e talvolta alla palese cartellizzazione tra aziende concorrenti. Non c’è da stupirsi che i politici giapponesi ritenessero questi metodi necessari alla ricostruzione. Per questo la legge contro i monopoli venne percepita come illegittima e illogica da molti giapponesi e appena ve ne fu l’opportunità fu emendata per meglio riflettere valori e priorità locali. Questo processo di adattamento ebbe un’inversione di tendenza solo in tempi di inflazione, ossia alla fine degli anni ’70, quando il bisogno di una politica della concorrenza efficace divenne più evidente. Ma non fu prima degli anni ’90 che si raggiunse l’obiettivo.

                    Il modello ci dice che la relazione di forza tra le norme straniere e il destinatario delle stesse, così come la struttura dell’autorità a tutela della concorrenza, non è predominante. I fattori critici sono percezione, legittimazione, complementarità. L’accettazione delle norme sottostanti un’effettiva politica della concorrenza può richiedere un cambiamento enorme nella cultura economica regolamentare, e questo non accade velocemente. [La] “cultura dell’armonizzazione che ha dominato l’economia giapponese ha avuto bisogno di sperimentare uno shock culturale per concedersi ad una nuova, la cultura della concorrenza. Inutile dire che ogni cultura necessita un lungo periodo per cambiare e [la] comunità economica giapponese è nel vivo di questo cambiamento.

                    La lezione da trarre è che la diffusione di una cultura della concorrenza dovrebbe focalizzarsi su percezione, legittimazione e complementarietà. Delle tre, l’ultima è fondamentale. Solo quando i giapponesi si sono convinti che mercati competitivi avrebbero condotto alla prosperità economica, la politica della concorrenza è diventata efficace.

                    1 Schwindt Richard, McDaniels Devin, Competition Policy, Capacity Building, and Selective Adaptation: Lessons from Japan’s Experience, in 7 Washington Global Study Law Review 35 2008, pag. 52 ss.

                    2 Idem.

                    3 Lee Ki Jong, Culture and Competition: National and Regional Levels, 21 Loy Consumer Law Review 33 2008 – 2009.

                    4 Idem.

                    5 Schwindt Richard, McDaniels Devin, op. cit.

                    6 Idem.

                    7 Schwindt Richard, McDaniels, Devin, op. cit.

                    8 Potter Pitman B., Globalization and Economic Regulation in China: Selective Adaptation of Globalized Norms and Practices, 2 Washington University Global Study Law Review 119 2003, pag. 121 ss.

                    9 Biukovic Ljiljana, Selective Adaptation of WTO Transparency Norms and Local Practices in China and Japan – WTO Transparency Norms and Local Practices, Journal of International Economic Law 2008 11, pag. 804.

                    10 Schwindt Richard, McDaniels, Devin op. cit.

                    11 Biukovic Ljiljana, op. cit.

                    12 Idem.

                    13 Potter Pitman B., The Chinese Legal System: Globalization and Local Legal Culture, 2001, pag. 120.

                    14 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    15 Schwindt Richard, McDaniels, Devin, op. cit.

                    16 Biukovic Ljiljana, op. cit.

                    17 Schwindt Richard, McDaniels, Devin, op. cit.

                    18 Uesugi Akinori, Enforcement of Competition Laws in Japan, discorso di fronte alla Conferenza

                    Internazionale sull’implementazione della Concorrenza (aprile 20 – 21) 2005, disponibile a www.jftc.go.jp/e-page/policyupdates/speeches/050420uesugi.pdf.

                    19 Lee Ki Jong, Culture and Competition: National and Regional Levels, 21 Loy Consumer Law Review 33 2008 – 2009.

                    20 Distanza dal potere, Preacauzione o Evitamento dell’ambiguità, Individualismo/Collettivismo, Maschilismo/Femminismo, Orientamento a lungo/breve termine.

                    21 Idem.

                    22 Porter E. Michael, Sakakibara Mariko, Competition in Japan, The Journal of Economic Perspectives, vol. 18 n. 1, 2004, pag. 28.

                    23 Dabbah Maher M., The internationalization of Antitrust Policy, Cambridge University Press 2003, pag. 276.

                    24 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    25 De Tocqueville Alexis, La Democrazia in America, Utet, Torino 1968.

                    26 Lee Ki Jong, op. cit.

                    27 De Tocqueville Alexis, op. cit.

                    28 Odudu Okeoghene, Editorial – Competition: Efficiency and Other Things, in The Competition Law Review, Vol. 6 Issue 1 pp 1-4, December 2009, disponibile a http://www.clasf.org/CompLRev/Issues/Vol6Issue1EditorialOdudu.pdf

                    29 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    30 Di Silvio Rossana, Transazioni della politica e declinazioni di “nazione” Mafia siciliana e yakusa giapponese tra società tradizionale e stato moderno, disponibile a http://www.achabrivista.it/pdf/7.pdf

                    31 Lee Ki Jong, op. cit.

                    32 Di Silvio Rossana, op. cit.

                    33 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    34 Porter E. Michael, Sakakibara Mariko, op. cit.

                    35 Uno di questi é la Corea. Per un’analisi dettagliata vedi Sakong D., Korea in the World Economy (Institute for International Economics, Washington D.C., 1993) in Dabbah Maher M., op. cit, pag. 275.

                    36 Uesugi Akinori, Enforcement cit.

                    37 La Japanese Fair Trade Commission è l’autorità giapponese garante per la concorrenza.

                    38 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    39 Idem.

                    40 Sadaaki Suwazono, The Features of the Newly Revised Anti-Monopoly Act – Japan’s Experience of Making Competition Policy Stronger 2-3, 13 (24 maggio, 2005, Jeju, Korea) disponibile a http://www.jftc.go.jp/e-page/policyupdates/speeches/050524suwazono.pdf

                    41 Potter Pitman B., Globalization cit.

                    42 Uesugi Akinori, How Japan is tackling enforcement activities against cartels, 13 Geo Mason Law Review

                    349 2004 – 2006, pag. 362.

                    43 Il MITI è il Ministero dell’Industria e del Commercio Internazionale giapponese (Ministry of International Trade and Industry).

                    44 Uesugi Akinori, Enforcement cit.

                    45 Potter Pitman B., Globalization cit

                    46 Uesugi Akinori, Recent Development in Japanese Competition Policy – Prospect and Reality 5, discorso di fronte al Forum Internazionale sull’implementazione della Concorrenza – Associazione Avvocati Americani (24 gennaio, 2005), disponibile a http://www.jftc.go.jp/e-page/policyupdates/speeches/050124uesugi.pdf

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