Assistenza familiare: dall’obbligo coniugale al reato

Abstract: L’Autrice ci conduce per mano illustrando il contenuto e le modalità del rapportarsi l’uno con l’altro nei vincoli familiari all’insegna del valore dell’assistenza e della solidarietà.

 

Nei casi di separazione/divorzio sono frequenti le denunce o le querele per violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 cod. pen., richiamato anche dall’art. 3 della legge 8 febbraio 2006 n. 54 “Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli”) per il mancato versamento dell’assegno di mantenimento oppure, nei casi di inadempimento dei compiti familiari, è ricorrente la presenza degli assistenti sociali. L’assistenza familiare, però, non è e non può essere circoscritta solo ad un assegno di mantenimento o a posteriori in caso di mancanza di essa; è molto più ampia e significativa e per delinearla ci si può far aiutare da esperti in varie materie.

Nell’art. 143 cod. civ. “Doveri reciproci dei coniugi”, nella stesura del 1942, si leggeva: “Il matrimonio impone ai coniugi l’obbligo reciproco della coabitazione, della fedeltà e dell’assistenza”. Dopo la riforma del diritto di famiglia del 1975, l’art. 143 cod. civ. “Diritti e doveri reciproci dei coniugi” al comma 2 prevede: “Dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”. Non si tratta solo di un’innovazione terminologica ma sostanziale. Innanzitutto il matrimonio non impone uno stile di vita preconfezionata come una camicia di forza, ma dal matrimonio deriva (letteralmente “derivare” significa “far defluire le acque”, quindi simboleggia bene la vita matrimoniale) la costruzione della vita comune in cui diritti e doveri reciproci rappresentano anche degli step in divenire; questa altresì la ratio del fortemente innovativo art. 144 cod. civ. “Indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia”, in luogo del vecchio art. 144 “potestà maritale”. L’assistenza coniugale è stata qualificata come “morale” prima e “materiale” dopo. Mentre nella disciplina previgente occupava l’ultimo posto, in quella attuale è stata posta tra la fedeltà e la collaborazione perché è il collante della coppia (assistenza da intendersi comprensiva della sfera sessuale, ovvero come volontà bilaterale o mutuo consenso alla prestazione sessuale o soddisfazione sessuale; aspetto controverso in parte della dottrina e della giurisprudenza).

La locuzione “assistenza morale e materiale” richiama un’altra, “comunione spirituale e materiale” (art. 1 n. 898/1970 cosiddetta legge sul divorzio): il matrimonio è basato sulla comunione interpersonale e intrapersonale, di cui il rapporto sessuale rappresenta solo un aspetto da intendersi più come intesa sessuale (comunicare e comprendersi su tempi, modalità, desideri e necessità di ognuno e della coppia) e non meramente come consumazione dell’atto sessuale. Solo se si riesce a cogliere la dimensione personale, interpersonale e intrapersonale del matrimonio, ci si impegna a portarlo avanti e comunque, tranne i casi estremi in cui è intollerabile la prosecuzione della convivenza o si reca grave pregiudizio all’educazione della prole (art. 151 cod. civ.).

“Un buon matrimonio è quello in cui ciascuno dei due nomina l’altro custode della sua solitudine” (il poeta Rainer Maria Rilke). Il matrimonio non è l’unione di due solitudini ma l’unione nella consolazione. Anche raggiungere ciò è farsi reciproca assistenza morale e materiale.

“[…] stare insieme per tanti anni dovrebbe eliminare dal rapporto il superfluo, quindi anche le parole inutili. Alla ricerca del silenzio: tacere, una conquista” (lo scrittore Antonio Petrocelli). Una delle più belle forme di complicità e intimità è ascoltarsi e immedesimarsi nel reciproco silenzio: finanche questo può essere uno degli aspetti dell’obbligo reciproco all’assistenza morale dei coniugi.

“Due amanti silenziosi somigliano a due arpe con lo stesso diapason e pronte a confondere le voci in una divina armonia” (lo scrittore francese Jean Baptiste Alphonse Karr). La coppia è un progetto di vita, un progetto in salita: si dovrebbe dare pure questo significato all’obbligo reciproco all’assistenza morale e materiale. Si noti che il riformatore del 1975, a differenza del codificatore del 1942, ha scritto “obbligo a” e non “obbligo di”, perché è una continua tensione e propensione.

Ben più rilevanti sono i doveri e i diritti verso i figli tanto che sono previsti nella Costituzione. I genitori (e non uno solo) hanno il diritto e dovere (nonché obbligo) di mantenere, istruire e educare i figli (art. 29 della Costituzione). Sono necessari tutti e tre gli aspetti e non solo “mantenere”, che non è semplicemente “tenere” con beni materiali né “tenere per sé” i figli in maniera morbosa o altro, come spesso accade. “Mantenere” significa “tenere per mano”, come si fa fin quando i bambini non imparano a camminare da soli e così deve essere nell’accompagnarli verso la loro vita che è l’unica cui loro appartengono. Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, si chiede e interroga: “Come sarà possibile per l’individuo porsi problemi etici o sviluppare progetti creativi, se sarà immerso in ambienti economicamente e culturalmente degradati, o se non avrà beneficiato delle cure, dell’affetto e dell’assistenza cui ogni bambino ha diritto?”. È la stessa sottolineatura fatta dal pedagogista e sociologo Pino Pellegrino: “Oggi, è un dramma! Perché? Perché oggi va di moda la pedagogia dolce e morbida. Si cerca di evitare al figlio ogni sofferenza, ogni dolore, ogni difficoltà. Ebbene – non ci stanchiamo di sottolinearlo – non c’è decisione più folle! Non c’è tradimento più folle”. Ecco perché la legge 10 dicembre 2012, n. 219 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”, inserendo l’art. 315 bis nel codice civile, ha precisato per i genitori il “dovere di assistenza morale” nei confronti dei figli: assistenza è dare presenza, principi e non dare tutto ai figli o sostituirsi a loro.

Già il poeta latino Decimo Giunio Giovenale scriveva: “Il bambino ha diritto al più grande rispetto”. “Rispetto” significa etimologicamente “guardare indietro, guardare di nuovo” e comporta, pertanto, attenzione (da “ad tendere”, porre mente, porre cura) e assistenza (da “ad sistere”, stare presso qualcuno per aiutarlo, soccorrerlo o altrimenti giovargli). Dando rispetto si educa al rispetto, quel rispetto di cui si parla nell’art. 29 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia e che conclude l’enucleazione degli obiettivi educativi disponendo di “inculcare nel fanciullo il rispetto per l’ambiente naturale”. Solo se il bambino avrà ricevuto rispetto potrà, poi, portarlo verso gli altri e tutto quello che lo circonda, altrimenti coverà e riverserà aggressività, fenomeno purtroppo crescente. L’aggressività è un lato della natura animale che serve anche ad “aggredire” gli ostacoli, ma se non ben convogliata diventa violenza, prepotenza o autolesionismo. L’amore è sempre la migliore cura di ogni cosa.

Lo psicologo e psicoterapeuta Fulvio Scaparro afferma: “Benché iperprotetti, molti bambini e ragazzi vivono in un ambiente allarmato, sospettoso, impaurito, tutti sentimenti che, talvolta, sono in buona parte trasmessi proprio dalle persone più care. Dovrebbe essere ben noto, ma forse non lo è, che paura e odio sono incompatibili con l’educazione e che non meno dannose sono la volgarità, la superficialità e l’indifferenza diffuse nei nostri ambienti di vita in forma endemica quando nelle relazioni non virtuali con gli uomini e le cose mancano fiducia e amore. Se fossimo davvero convinti di questo, dovremmo trarre la conclusione che i migliori risultati educativi si ottengono con la fiducia e con l’amore, se queste due parole non fossero così generiche e abusate. Se proviamo a dare a «fiducia» e «amore» qualche contenuto, potremmo forse ricavare qualche utile suggerimento per la pratica educativa”. Amore e fiducia devono far parte del contenuto positivo dell’obbligo di assistenza morale dei genitori nei confronti dei figli, obbligo introdotto nell’articolo 147 del codice civile dal decreto legislativo 28 dicembre 2013, n. 154 “Revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’articolo 2 della legge 10 dicembre 2012, n. 219” (estendendo quanto previsto nell’art. 315 bis).

Ada Fonzi precisa: “Se, per esempio, si tratta di comunicare che il papà e la mamma si separano, è molto importante sottolineare non soltanto che l’amore dei genitori nei loro confronti è e resterà immutato, ma che resterà tale anche il bene che c’è stato tra gli stessi genitori. Si può desiderare di staccarsi, magari provvisoriamente, l’uno dall’altro e avere maturato idee e progetti diversi, ma si può e si deve non cancellare il patrimonio accumulato e continuare ad avere affetto, stima e considerazione reciproci. L’amore, certo, è un’altra cosa, ma il volersi bene è altrettanto importante ed educativo. I bambini queste cose le capiscono più di quello che noi pensiamo. Ciò vuol dire bandire i rancori e accordarsi con semplicità e larghezza di vedute circa gli obblighi che competono all’uno e all’altro genitore, offrendo senza riserve a chi si è allontanato da casa l’opportunità di trascorrere il maggior tempo possibile con i figli. Genitori non si nasce, ma quando lo si diventa lo si è per sempre”. L’obbligo di assistenza morale dei genitori nei confronti dei figli deve essere anche e soprattutto rispettato durante le fasi di separazione/divorzio dei coniugi accompagnando i figli a comprendere e vivere la metamorfosi della rete familiare. Se i genitori non sono in grado di farlo da soli devono farsi accompagnare da esperti in relazioni di aiuto, come la mediazione familiare.

Fulvio Scaparro aggiunge: “L’amore non è debolezza né permissivismo. L’amore è anche dire «no» quando un «sì» potrebbe esporre a pericolo l’oggetto stesso del nostro amore. E il «no» va, nei limiti del possibile, spiegato: non è un segno di potere, bensì di responsabilità. Ammettiamo che, in determinate circostanze, non ci sia tempo per spiegare i nostri «no» e che si debba andare per le spicce e purtroppo, eccezionalmente, anche con un minimo di costrizione fisica. Appena superata l’emergenza, il «no» però andrà sempre spiegato. E le ragioni dei figli dovranno essere ascoltate con la massima attenzione”. Saper dire no e saper spiegare il no ai propri figli dovrebbe essere uno dei contenuti del dovere di assistenza morale dei genitori nei confronti dei figli.

Ancora dalle parole di Ada Fonzi si ricava che: “Interessanti ricerche condotte dall’università di Yale [2014] ci dicono che a meno di un anno i bambini sono in grado di distinguere un comportamento giusto da uno ingiusto, dimostrando addirittura empatia per chi soffre e disapprovazione per chi si comporta male. Pare che i bambini siano «morali» per natura e che sia la cultura che in qualche modo s’incarichi di mettere a tacere questa loro capacità. Cosa succede nel corso della vita se molto spesso l’empatia, la socialità, che sembravano qualità innate, scompaiono sconfitte dall’indifferenza, dal pregiudizio, dall’ostilità nei confronti di chi è diverso da noi o appartiene a un gruppo che non è il nostro? Possibile che la civiltà, la cultura, anziché promuovere le «buone» capacità innate, siano riuscite a soffocarle?”. Naturalezza, uno degli elementi che i genitori devono salvaguardare e coltivare nei figli, anche alla luce dell’art. 147 cod. civ.: “Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis” (come novellato dal decreto legislativo 154/2013). Diversamente dalla formulazione previgente dell’art. 147, nel testo attuale si parla solo di “figli” e non più di “prole” e di “inclinazioni naturali” al plurale: i genitori devono riflettere su questo.

“Il semplice, innocente e insospettabile «mi dispiace» che, se detto a sproposito, fa imbestialire come poche altre cose. L’espressione indica che provi dispiacere per la condizione triste o disagiata in cui mi trovo. Mi sei al fianco, forse mi aiuterai. Ma io mi aspettavo altro. Mi aspettavo che tu dicessi «Scusami». Il che è tutt’altra minestra. «Scusami» significa che tu sai di essere la causa vera del mio malessere. Eri di fronte a un bivio: potevi fare l’azione buona e hai preferito quella cattiva. Ne ho patito io. «Scusami», dunque, presuppone un’assunzione di responsabilità; «mi dispiace», un nascondersi dietro quella che qualcuno definisce un’«etica delle intenzioni» (che tradotto banalmente significa: «Ciò che ho fatto l’ho fatto in modo in modo inconsapevole, quindi, se tu ne hai sofferto è “colpa” tua non mia…»)” (dal pensiero del bioeticista Paolo Marino Cattorini)[1]. Curare la comunicazione familiare è, inoltre, uno dei contenuti concreti dell’astratto dovere di assistenza morale. Perché, come ha affermato il sociologo Zygmunt Bauman, “il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”. Occorre un impegno quotidiano nel trovare un equilibrio nella comunicazione familiare, nel non dire una parola di troppo o nel non fare un passo in meno.

La storica e saggista Lucetta Scaraffia scrive: “Le famiglie sono piene di imperfezioni. La vita in comune è difficile, e sempre ogni vita umana ha bisogno di uno sguardo misericordioso”. Etimologicamente “misericordia” significa “avere pietà del cuore” e giuridicamente si traduce nel dovere di assistenza. Se si tornasse all’origine di ogni cosa, all’origine della vita si riscoprirebbe la comune origine di ognuno vivendo in una maniera più civile e senza dover ricorrere frequentemente alla tutela penalistica. E per questo occorre fermarsi di più, sedersi l’uno accanto all’altro (proprio come si ricava di assistere, dal latino “adsistere”, composto da “ad” e “sistere”, stare, fermarsi presso, essere presente) e ascoltarsi: tornare a fare famiglia, essere l’uno al seguito dell’altro, l’uno al servizio dell’altro.

Un anziano uomo cammina un passo avanti alla moglie portando la busta del pane: un’immagine concreta del farsi assistenza. Guida e fonte d’amore e di vita: ciò che dovrebbe essere un uomo per la propria compagna lungo la stessa strada. Il matrimonio non è sancire una formalità, ma stabilire un impegno nella quotidianità per il tempo che verrà e in quel che sarà.

 

 


[1] Cattorini, “Frasi di famiglia. Il linguaggio della vita domestica”, EDB 2015


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