Antitrust: sulle liberalizzazioni c’è ancora molto da fare

Antitrust: sulle liberalizzazioni c’è ancora molto da fare

di Redazione

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Anna Costagliola

Inviata dall’Antitrust la segnalazione, richiesta dall’Esecutivo, per la predisposizione anticipata del disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza.

Nella segnalazione si legge come il processo di liberalizzazione dei mercati abbia mostrato, durante il Governo Monti, rapide accelerazioni, ma molto resta ancora da fare. l’Antitrust ribadisce che l’apertura dei mercati e l’introduzione dei meccanismi concorrenziali sono ingredienti imprescindibili per stimolare, in prospettiva, la crescita e migliorare il benessere dei consumatori. Devono tuttavia essere accompagnati da istituzioni efficienti e veloci, che diano certezza dei tempi a chi vuole investire nel nostro Paese. In particolare, ripensamento dell’attuale assetto del federalismo per uscire dal gioco dei veti incrociati, pubblica amministrazione orientata al servizio delle imprese e dei cittadini, riforma della giustizia sulla scia di quanto efficacemente avviato negli ultimi mesi dal dicastero competente devono accompagnare il processo in corso. Per l’Autorità, dai trasporti alle infrastrutture energetiche, dai servizi postali alle assicurazioni, dai servizi pubblici locali a quelli professionali fino alla sanità, ci sono ancora spazi per ulteriori aperture dei mercati e per misure proconcorrenziali.

Con specifico riguardo ai servizi professionali, l’Autorità ritiene necessario monitorare l’effettiva attuazione della riforma della disciplina degli ordinamenti professionali ed evitare di fare passi indietro in tale settore. La piena efficacia delle norme che hanno recentemente liberalizzato il settore delle libere professioni risulta ancora ostacolata dalla permanenza di riferimenti normativi alla «adeguatezza» del compenso del professionista rispetto al «decoro professionale» e alla «importanza dell’opera» (artt. 9, co. 4, D.L. 1/2012, conv. in L. 27/2012, e 2223, co. 2, c.c.). Il rischio, infatti, è che condotte dei professionisti o degli Ordini professionali, che si richiamino alle suddette norme, possono condurre di fatto ad una reintroduzione surrettizia delle tariffe di riferimento per le prestazioni professionali, vanificando la portata liberalizzatrice delle succitate misure normative. Inoltre, il riferimento all’«adeguatezza» della tariffa, oltre che estremamente generico, non è affatto necessario per garantire la qualità delle prestazioni, a fronte, peraltro, del potere in capo agli Ordini professionali di indagare sulla corretta esecuzione della prestazione professionale nel suo complesso, secondo parametri qualitativi.

Ostacoli all’accesso alle professioni si rinvengono già nella fase di ammissione ai corsi universitari formativi per il futuro svolgimento della professione, risultando necessario eliminare i criteri per l’individuazione del numero chiuso, che tengono conto del «fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo», criterio non strettamente legato all’offerta formativa delle università e idoneo a restringere ingiustificatamente l’accesso ai corsi di laurea prodromici all’esame di abilitazione professionale. Parimenti da riformare appaiono i criteri per determinare la pianta organica dei notai, improntati non già al corretto soddisfacimento della domanda, ma al fine di garantire determinati livelli di attività e di reddito ai professionisti interessati. Infatti, i criteri per la determinazione del numero e della residenza dei notai per ciascun distretto, oltre a non tener conto di parametri idonei a conseguire l’obiettivo di una razionale e soddisfacente distribuzione territoriale dei professionisti stessi, prevedono una garanzia di reddito minimo, determinando ingiustificate posizioni di rendita in favore dei professionisti.

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