Ancora sulla nozione di società civile nella giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti

Ancora sulla nozione di società civile nella giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti

di Sgueo Gianluca

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Ancora sulla nozione di società civile nella giurisprudenza della Corte Suprema degli Stati Uniti[1]
 
1.1 Stein v. Bowman, 1839 – 1.2 La giurisprudenza successiva – 1.3 I principi che disciplinano la società civile – 2.1 Mitchell v. State of Arizona, 1970 – 2.2 I diritti alienabili – 3.1 Coleman v. Thompson, 1991 – 3.2 Le altre pronunce giurisprudenziali
 
 
1.1 Stein v. Bowman, 1839
La sentenza della Corte Suprema si segnala nella parte in cui individua la presenza di un nucleo di principi propri della società civile, che è compito dele Legislatore e dei giudici far rispettare.
Il caso nasce nel 1836. Johann Frederick Stein, un cittadino tedesco, presenta una petition presso la District Courtdella Louisiana in cui dichiara di essere l’unico erede di Nicholas Stein, morto pochi mesi prima nella parrocchia di St. Tammany, in Louisiana.La petition chiede l’immissione nel possesso del patrimonio. Sostiene, pertanto, che William Bowman, il curatore legale dei beni del defunto, debba restituire le proprietà invendute e versare il corrispettivo in danaro di quelle già alienate.
William Bowman risponde al petitioner negando la fondatezza delle pretese avanzate. Egli ritiene, piuttosto, che l’intento di Johann Stein sia fraudolento.
La causa si complica quando intervengono Andreas Stein, il quale aveva già presentato nel 1834 una domanda di legittima successione presso la Court of Probate di New Orleans, ed alcuni parenti dello stesso Stein, dichiarando di aver presentato l’anno precedente una suit che accusa Bowman di aver assunto in modo fraudolento la propria posizione.
La trattazione del caso viene sospesa presso la Corte distrettuale e rimessa all’attenzione della Corte Suprema. In particolare, si chiede ad essa di sciogliere alcune questioni insorte in merito ai bill of exceptions opposti dal giudice distrettuale alle parti ricorrenti. La parte che qui interessa è quella in cui la Corte Suprema si trova a dover giudicare in merito alla decisione della Corte distrettuale di aver ammesso a testimoniare la moglie di Francis Stuffle, uno dei soggetti chiamati a testimoniare a proprio favore dal petitioner, precedentemente defunto. Si tratta di decidere, in particolare, se la donna era legittimata a rendere una testimonianza tale da “render infamous the character of her husband”.
La Corte – più precisamente: il giudice McLean – nel dare una risposta negativa, argomenta nel modo che segue: “This rule is founded upon the deepest and soundest principles of our nature. Principles which have grown out of those domestic relations, that constitute the basis of civil society; and which are essential to the enjoyment of that confidence which should subsist between those who are connected by the nearest and dearest relations of life. To break down or impair the great principles which protect the sanctities of husband and wife, would be to destroy the best solace of human existence”.
La Corte, in sostanza, argomenta le proprie motivazioni identificando, anzitutto, l’esistenza di un nucleo di principi morali fondamentali che appartengono alla società civile. Non si sofferma ad elencarli uno per uno ma chiarisce che tra questi rientra l’onorabilità della memoria di un defunto. La circostanza per cui si tratta di valori fondamentali determina una seconda, fondamentale, conseguenza. Al giudice – ed, ancora prima, al Legislatore – è chiesto di garantire il rispetto di quei principi, per assicurare la pacifica convivenza degli individui nella società civile.
È interessante notare, anzitutto, come la stessa sentenza, ed il concetto che esprime, venga richiamata più volte dalla Corte Suprema. Ad esempio, nella sentenza Hudgson v. Minnesota, del 1990, relativa ad un caso di aborto. Oppure, precedentemente, nella sentenza Bassett v. U.S., del 1890.
 
1.2 La giurisprudenza successiva
Sulla medesima linea interpretativa si pone, poi, la sentenza del 1904, nel caso Northern Securities Co. V. U.S. Nella dissenting opinion del judge White, in particolare, si sostiene che il Congresso goda del diritto di regolare, limitandola, la posizione di soggetti privati che possa interferire con il conseguimento di un interesse generale. Nel caso di specie, relativo alla costruzione di una linea ferroviaria, si discute della possibilità che il Congresso apponga dei vincoli al privato possidente di ampie quantità di terra, qualora ciò sia di ostacolo alla realizzazione della linea stessa. Il fatto che i Padri costituenti abbiano fondato il governo sulla garanzia delle libertà, ma, anche, sulla limitazione dei poteri, deve far ritenere che l’assenza di limiti “would (…) disgregard the great guaranty of life, liberty, and property and every other safeguard upon wich organized civil society depends”. In altre parole, secondo il giudice White, l’esistenza di questi principi legittima la possibilità che il Congresso limiti le posizioni individuali, quando il godimento degli interessi che vi si correla è in grado di produrre effetti negativi sul benessere dell’intera collettività.
Del resto, il concetto di “well ordered civil-society”, basato sulla presenza di un nucleo di principi fondamentali, è un tema ricorrente nella giurisprudenza della Corte Suprema. Così si pronuncia il giudice Shaw, nel caso Commonwealth v. Alger, del 1851, allorchè sostiene che “we think it a settled policy, growing out of the nature of a well-ordered civil society” e la Corte stessa, che ne richiama l’opinione nei casi St. Louis & S.F.R. Co. V. Mathews, del 1897 e Holden v. Hardy, del 1898. Simili principi, o regole, “(…) must be adapted to the general constitution of things, and cannot be based upon exceptional cases”. Così aggiunge il judge Bradley nella sua concurring opinion alla sentenza della Corte Suprema del 1872, nel caso Bradwell v. People of State of Illinois.
 
1.3 I principi che disciplinano la società civile
Nasce spontanea, a questo punto, una considerazione. La lettura della giurisprudenza della Corte Suprema evidenzia come il nucleo dei principi propri della società civile non è stabile. Per meglio dire, esistono alcuni principi stabili, come ad esempio quello di democraticità. Tuttavia, l’interpretazione e l’applicazione che se ne da sono variabili nel tempo.
Valga a chiarire quanto detto la sentenza emessa nel 1961, nel caso Communist Party of U.S. v. Subversive Activities Control Bd. Com’è noto, la legislazione americana ha lungamente limitato l’attività del partito comunista e delle associazioni ad esso afferenti. Tra le varie limitazioni vi era l’obbligo di registrazione presso gli uffici dell’Attorney General, cui erano soggette tutte le attività organizzate dal Partito. Nel ricorso la Corte si trova a dover stabilire la costituzionalità di questa legislazione, ed in particolare del limite appena ricordato.
Nel riportare il pensiero del Presidente Madison, la Corte ricorda che “Security against foreign danger is one of the primitive objects of civil society”. È, forse, condivisibile l’opinione per cui la difesa dello Stato rientra tra le necessità che gli abitanti che lo abitano si pongono. Nel caso di specie, tuttavia, la Corte giustifica la legittimità di limiti significativi alla libera espressione del pensiero, interpretando in modo peculiare questo principio[2].
 
2.1 Mitchell v. State of Arizona, 1970
La sentenza si segnala per individuare un legame diretto tra il godimento dei diritti civili di ciascuno individuo e l’appartenenza alla società civile. La Corte sostiene che una legge che impedisse la fruizione dei primi negherebbe, di fatto, l’appartenenza dell’individuo alla società civile.
La questione nasce nel 1970 allorchè il Congresso degli Stati Uniti decide di emendare il Voting Rights Act. Nello specifico, il Congresso approva tre importanti modifiche: anzitutto, abbassa al diciottesimo anno l’età per esercitare diritto di voto nelle elezioni federali; poi, con riferimento alle elezioni presidenziali, elimina il literacy test tra i pre-requisiti necessari per poter accedere al voto ed espunge dall’ordinamento alcuni vincoli relativi all’obbligo di residenza permanente.
La questione principale attiene la possibilità per il Congresso di intervenire non solo sulle leggi federali – ipotesi questa che non è messa in discussione – ma, anche, sulle leggi statali. Questa parte non è, in questa sede, pertinente. Particolarmente interessante è, tuttavia, la ricostruzione che la Corte opera del concetto di diritto di voto. Essa, chiarisce che, in senso generale, non sono ammissibili limitazioni ad un diritto fondamentale rimesse all’arbitrio dei singoli Stati.
Tuttavia, aggiunge la Corte, è necessario fare alcune distinzioni. Quanto al primo paragrafo del Civil right Act[3], esso comprende un nucleo di diritti inalienabile, su cui le leggi dei singoli Stati non possono intervenire. Infatti, chiarisce il giudice, “To be prohibited by law from enjoying these rights would hardly be consistent with full membership in a civil society”.
Ebbene, la Corte identifica un legame preciso tra società civile ed individui. L’appartenenza alla prima, che la legge dello Stato non può modificare, garantisce il godimento di alcuni diritti fondamentali. Ad esempio, il diritto di proprietà[4]. Oppure, come si chiarisce nella sentenza Beckwith v. Bean del 1878, il diritto ad un fair trial che anteceda la privazione della libertà personale[5].
Ovviamente, i principi che afferiscono alla società civile vincolano tanto il legislatore ed il giudice, quanto, anche, i cittadini. È chiara in tal senso l’interpretazione offerta nella causa Dred Scott v. Sanford, del 1856, in cui la Corte cita un passaggio del Treatise on the Law of the Nations del filosofo svizzero Emmerich de Vattel, secondo il quale: “The citizens are the member of the civil society; bound to this society certain duties, and subject to its authority; they equally participate in its advantages”.
 
2.2 I diritti alienabili
Vi sono, invece, altri diritti che sono alienabili e che lo Stato può legittimamente limitare. Si tratta pur sempre di diritti che promanano dall’appartenenza dell’individuo alla società civile, ma, con ogni evidenza, occupano una posizione inferiore. Ad ogni modo, anche in questo caso le motivazioni che giustificano l’imposizione di questi limiti fanno riferimento alla necessità di tutelare la società civile. Ad esempio, nella sentenza del 1873, Ex parte Lange, la Corte Suprema afferma che “civil society could not exist if it were permitted that crimes should go unpunished”. Il caso di specie riguardava la privazione della libertà personale seguente al reato di furto postale.
La giurisprudenza della Corte è, in merito, costante. Può tuttavia essere interessante citare anche le motivazioni espresse in alcune dissenting opinions, che pervengono a conclusioni diametricalmente opposte rispetto a quelle riportate. Ad esempio, nel 1968, la Corte è interessata, nel caso Board of Ed. of Central School Dist. No. 1 v. Allen, della questione relativa alla validità del New York statute sull’acquisto e prestito dei libri di testo scolastici tra studenti di scuole private e pubbliche e scuole religiose. Il giudice Douglas, nel dissentire dall’opinione della Corte, che dichiara incostituzionale lo statuto, riporta l’affermazione del Cardinale Spellman: “One of the most precious rights which we have in our civil society is the right to vote. This right should be exercised with reverence and with understanding-particularly when emotional feelings run high”.
In quanto alle conseguenze che l’introduzione di limiti più stringenti comporterebbe per i singoli cittadini, vanno prese in considerazione due sentenze. La prima, del 1879, nel caso Strauder v. State of West Virginia, in cui la Corte sulla questione relativa ai diritti della popolazione nera rispetto ai bianchi. La Corte afferma che: “all person, whether colored or white, shall stand equal before the laws of the State”. Le discriminazioni, infatti, di qualunque genere esse siano, implicano “inferiority in the civil society”.
La seconda sentenza, più recente, è del 1954. Nel caso Brown v. Board of Ed. of Topeka, Shawnee County, Kan., alcuni cittadini statunitensi negri intentarono una class action in quattro Stati (Kansas, South Carolina, Virginia, Delaware) per vedersi riconosciuta la possibilità di accedere alla frequentazione delle scuole pubbliche. La Corte, richiamandosi al caso precedente, ricorda che l’imposizione di vincoli ingiustificati al godimento dei diritti individuali determina l’effetto di escludere questi individui dalla società civile.
 
3.1 Coleman v. Thompson, 1991
La sentenza della Corte Suprema si segnala per un’interpretazione estensiva del legame tra società civile e potere giurisdizionale.
Il caso riguarda il ricorso di un cittadino americano, Roger Keith Coleman, riconosciuto colpevole di stupro e condannato alla sentenza capitale nella Contea di Buchanan, in Virginia. A seguito di una lunga serie di ricorsi, il caso giunge di fronte alla Corte Suprema. Ad essa si chiede di giudicare della correttezza della decisione del giudice federale (la United court of Appeals for the Fourth Circuit) che aveva respinto l’appello di Coleman nei confronti della decisione della Virginia Supreme Court. Le motivazioni addotte dal giudice federale non si erano soffermate sul merito della questione, ma si erano limitate a sottolineare la circostanza per cui il giudice statale aveva correttamente giudicato sulla base della legislazione dello Stato della Virgina.
La Corte Suprema scioglie i nodi interpretativi relativi ai rapporti tra un giudice federale ed un giudice nazionale. Sono particolarmente interessanti, a tale propostito, le riflessioni svolte nella dissenting opinion del giudice Blackmun, cui si associano i giudici Marshall e Stevens. In sostanza, il giudice non concorda con l’opinione espressa dalla Corte, per cui il caso di cui si tratta è un caso federale. Egli ritiene che “The Court is creating a Byzantine morass of arbitrary, unnecessary, and injustifiable impediments to the vindication of federal rights”. La corretta interpretazione del federalismo – egli sostiene – non è la protezione degli interessi dei singoli Stati. Piuttosto, è lo strumento tramite il quale assicurare “realizing the concepts of decency and fairness wich are among the fundamental principles of liberty and justice lying at the base of our civil and political institutions”.
In seno al paradigma delineato, conclude Blackmun, la giustizia – ed i tutori della stessa, i giudici per primi – è la naturale estensione del governo centrale. Pertanto, della società civile medesima, che il governo rappresenta.
Seppure le riflessioni esposte costituiscano solo un passaggio delle riflessioni del giudice Blackmun e delle motivazioni esposte dalla Corte, esse sembrano interessanti per due ragioni. Anzitutto, perché confermano la presenza di un legame diretto tra gli interessi della società civile ed il governo centrale. Ad esso di demanda la funzione di garantire ai cittadini il godimento delle libertà e dei diritti fondamentali, in uno Stato unitario e, a maggior ragione, in uno Stato federale. Il secondo motivo di interesse deriva dall’accenno al legame tra giustizia e società civile. La giustizia viene amministrata nell’interesse del popolo, ma, in senso lato, anche dei governi. Nel senso che la corretta applicazione delle leggi, l’applicazione delle sanzioni o lo scioglimento delle controversie insorte tra privati, sono esercitate a favore dei soggetti privati, ma anche del governo, che ha un interesse significativo in tal senso. Esiste, quindi, un legame tra lo Stato centrale, l’amministrazione della giustizia e la società civile.   
 
3.2 Le altre pronunce giurisprudenziali
La presenza dello stesso legame è stata talora confermata dalla Corte Suprema, allorchè questa ha inteso derivare, da quel legame, un limite alla propria stessa azione. Può essere utile, per comprendere meglio questo profilo, citare due casi. Il primo fa riferimento alla sentenza del 1878, nel caso Patterson v. State of Kentucky. La Corte Suprema, nell’occasione, si trovò a giudicare in merito ai limiti che la legislazione statale può opporre al diritto di proprietà individuale dei singoli. Nella sentenza, dopo aver affermato il principio generale per cui i diritti costituzionalmente garantiti non possono essere in alcun modo vincolati dal legislatore statale, la Corte si sofferma sul ruolo che esiste tra società civile e legislazione nazionale. In particolare, la sentenza afferma che: “[the Court] has, nevertheless, with marked distinctness and uniformity, recognized the necessity, growing out of the fundamental conditions of civil society, of upholding state police regulations which were enacted in good faith, and had appropriate and direct connection with that protection to life, health, and property wich each state owes to her citizens”.Il riferimento è chiaro: la Corte non interviene sulle scelte del Legislatore statale, a condizione che questo abbia garantito, in buona fede, le condizioni essenziali che debbono essere riconosciute alla società civile. Ad esempio: la salute, la proprietà, o, in generale, la protezione della vita umana.
Nella sentenza Locher v. New York, del 1905, la Corte è chiamata a valutare l’opportunità della decisione della Court of Oneida County che aveva ritenuto illegittimo il provvedimento della contea di Oneida, che legittimava orari di lavoro settimanali superiori alle sessanta ore. Anche in questo caso la Corte sostiene che lo Stato non possa interferire con la libertà dei cittadini – ed, in senso ampio, con le libertà della società civile – se queste derivano dal dettato costituzionale.
Dunque, nel riconoscere l’esistenza di una gerarchia precisa di competenze, la Corte afferma implicitamente anche l’esistenza di un limite al proprio ruolo. Così come le libertà civili che la Costituzione, ovvero lo Stato, riconoscono ai cittadini, prevalgono sulle scelte degli Stati federali, così anche il giudice non può intervenire. In conclusione, il nucleo dei principi della società civile prevale, anzitutto, sugli Stati, tanto nella normale amministrazione quanto nei casi di emergenza. È chiara, in tal senso, l’affermazione contenuta nella sentenza relativa al caso Sprott v. U.S., del 1874, laddove si sostiene che “The acts of the State in rebellion, in the ordinary course of administration of law, must be upheld in the interest of civil society, to wich such a government was a necessity[6].
I medesimi vincoli operano, per via derivata, sul potere giurisdizionale.
 
 


[1] Si vedano anche altri due articoli da me pubblicati sulla medesima rivista: “La nozione si società civile in alcune sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti” e “La sentenza della Corte Suprema City of Boerne”.
[2] Si veda anche la sentenza emessa nel caso Dennis v. United States, del 1951, relativa alla condanna nei confronti di un cittadino statunitense, Eugene Dennis, per il tentativo di organizzare e costituire un Partito Comunista Statunitense. Nel caso Baldy v. Hunter, del 1898, la Corte ritiene che l’utilizzo dei poteri previsti nelle leggi statali, qualora possa dare “substantial aid and comfort (…) to the rebellion”, di modo che “(…) the functions necessarily reposed in the state for the maintenance of the civil society were perverted into the manifest and intentional aid of treason against the government of the Union”, possano allora essere annullati.
[3] L’articolo recita: “all persons (…) shall have the same right, in every State and Territory in the United States, to make and enforce contracts, to sue, be parties, and give evidence, to inherit, purchase, lease, sell, hold, and convey real and personal property, and to full and equal benefit of all laws and procedings for the security of person and property, as is enjoyed by white citizens, and shall be subject to like punishment, pains, and penalties, and to none other, any law, statute, ordinance, regulation, or custom, to the contrary notwithstanding”.
[4] Nel caso Ware v. Hylton, del 1796, la Corte Suprema spiega chiaramente che: “property is the creature of civil society”.
[5] Nella sentenza si riportano le parole di Henry Hallam, storico anglosassone, autore, tra gli altri, di The View of Middle Ages. Nell’opera l’autore sostiene che: “It is obvious that these words, interpreted by any honest court of law, convey an ample security for the two main rights of the civil society. From the era, therefore, of King John’s charter, it must have been a clear principle of our Constitution, that no man can be detained in prison without a trial”. Maggiori informazioni sulla vita e le opere dell’autore possono essere reperite presso: http://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Hallam
[6] Cfr. anche la sentenza U.S v. Home Ins. Co. Del 1874.

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