Ai limiti di una possibile estinzione: Progressione - regressione

Ai limiti di una possibile estinzione: Progressione – regressione

Sabetta Sergio

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            Vi è stata nella globalizzazione una visione estremamente positiva, una concezione positivista ottocentesca dell’evoluzione che affonda a sua volta nella visione scientifica – illuminista, Simpson sottolinea che l’evoluzione di per sé non è né completamente ordinata o disordinata, né vi è un piano progressivo verso un fine obbligatoriamente superiore, la causalità è all’origine dell’evoluzione in un intreccio tra  sistematico e asistematico, vari piani si sovrappongono così che ad una progressione può sostituirsi una regressione (Dobzhansky), nel caso interviene l’ambiente, il deve viene sostituito dal può accadere, i limiti che il mito della crescita economica illimitata, secondo gli attuali parametri, vengono a porsi nei confronti della natura emergono rapidamente dall’esplodere della pressione demografica (Foley).

            La finitudine della biosfera evidenzia le contraddizioni del mito di una crescita illimitata (Kibben), la tecnologia stessa ci pone di fronte ad una scelta nella quale l’Intelligenza Artificiale, sempre più autonoma, diventa progressivamente specchio delle possibilità umane con tutte le sue virtù e debolezze, delle contraddizioni che l’individuo tende a negare, prevale la necessità ancestrale di un “accumulo” che da materiale diventa culturalmente potere e si esprime in termini politici, militari, economici e finanziari, quali riflessi di un “accumulo tecnologico” in cui creazione o distruzione provengono dallo sguardo di chi osserva.

            Si avvicina pertanto il momento di una scelta qualitativa, in cui il giudizio non avviene in termini metafisici, la tecnopoli della comunità umana, succeduta alla tribù e alla città, fa sì che si avveri nel rischio di una nuova estinzione di massa il giudizio dell’essere su se stesso (Cox), la necessità di un salto qualitativo diventa impellente nel riportare la trascendenza nella realtà umana secondo stili di vita autentici (Hamilton), sostenibili nel rapporto con la natura, l’individuo non più “contro”, ma “nella”, uscito dalla primordialità dell’aggredire e del difendere supera il distacco dal soprannaturale, trasformando l’escatologico dal sarà in essere (Abbagnano,  La nuova teologia,  Vol. III, Storia della filosofia, UTET, 1974).

            L’umanità viene a giudicare se stessa, lo scadere dei tempi non è nella trascendenza ma è insita nell’evoluzione umana, fine ultimo di un processo logico dal risultato incerto, in cui evoluzione o involuzione sono possibilità sempre presenti, la ragione nella sua dialettica viene ad intrecciarsi strettamente agli impulsi e all’esperienza individuale, tanto da potere assumere nell’individuo un carattere negativo e distruttivo (Scuola di Francoforte), la tecnologia nel porre l’umanità di fronte alla possibile estinzione di massa impone la necessità di un giudizio, che non può che avvenire nel precipitare delle crisi, quando il dramma rivela l’essere a se stesso, i passaggi si susseguono rapidamente, si incalzano, ad ogni stato di crisi una reazione, il cui accumularsi conduce ad una possibile catarsi.

            L’utilità immediata degli interessi a breve impediscono la visione sull’orizzonte degli eventi, ma è la stessa Intelligenza Artificiale che da figlia può diventare giudice dei difetti paterni, considerare le imperfezioni umane quali elementi distruttivi di un equilibrio naturale, l’essere umano quale specie arcaica, contenitore di istinti primordiali tali da compromettere il sistema, dove le sue capacità istintive possiedono una utilità marginale decrescente fino alla loro disutilità se non controllate, nuove riserve indiane per una specie estremamente distruttiva da monitorare.

            Aggressività e creatività quali espressioni di una stessa fonte, la distruzione creativa quale semplice scomposizione, destrutturazione della materia e del pensiero per una sua ricomposizione strutturale e logica, dall’Ego assoluto all’Ego contestuale, esistente in relazione, come nella vita di tutti i giorni in cui assegnano “le posizioni in base a come gli oggetti sono disposti l’uno relativamente all’altro e , cosa fondamentale, queste posizioni reciproche sono oggettive” (G. Musser, Dov’è “Qui”?, 54-57, in Le Scienze, 570, 2/2016), questi sono i termini entro cui la specie umana agisce, non vi è la garanzia di un successo evolutivo permanente, come dimostrano i nostri rami collaterali scomparsi nel corso dei tempi, questo ci pone al bivio di scelte che necessitano una maturazione che può nascere solo da élite consapevoli, difficilmente una maggioranza si distacca dalla consuetudine finché non vi è una crisi profonda, protratta nel tempo, che spezzi relazioni e rapporti di forza ed emotivi.

            La novità interessa ma comunque sempre nell’ambito dell’utile, l’emergere di nuovi sentimenti avviene in un vuoto che non può che diffondersi lentamente, di questo la frammentarietà, l’ambiguità giuridica, il continuo oscillare culturale non ne sono che testimoni del tempo, sintomi di un divenire incerto, in cui la volontà di intervento si risolve in una dimostrazione delle difficoltà dei rapporti e nell’incertezza dei risultati ultimi.

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