Accordo USA UE per il trasferimento dei dati, chi esulta e chi no

di Luisa Di Giacomo, Avv.
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Si è raggiunto, dopo quasi due anni dalla “famigerata” sentenza Schrems II l’accordo tra Stati Uniti e Unione Europea sul trasferimento dei dati extra UE. Il Presidente Biden e la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen lo hanno annunciato in conferenza stampa congiunta.

Sarà contento il buon Zuckerberg, che della guerra all’Unione Europea proprio sullo spinoso tema del trasferimento dei dati, cruciale per le aziende del gruppo Facebook Meta, come per qualsiasi altro operatore americano che tratti dati di cittadini europei, aveva fatto il suo vessillo, come abbiamo raccontato in questo articolo.

Dopo la fine della Presidenza Trump e l’inizio dell’era Biden c’era da aspettarsi una distensione dei rapporti tra USA e UE su questo tema e anche se sarà necessario attendere il testo dell’accordo per comprenderne appieno la portata, sono chiari gli intenti comuni, facilitati forse dall’attuale guerra in Ucraina, che ha unito il resto del mondo contro il nemico comune Putin.

Per il moneto le dichiarazioni di Biden e della Von der Leyen sono entusiastiche. Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che il nuovo accordo “promuoverà la crescita e l’innovazione in Europa e negli Stati Uniti e aiuterà le aziende a competere nell’economia digitale”, mentre la Presidente dell’Unione Europea ha sottolineato la salvaguardia della privacy e delle libertà civili fondamentali.

Entusiasmo c’è stato anche da parte delle Big Tech, Meta in testa, per ovvi motivi di carattere commerciale, mentre è stata a dir poco tiepida la reazione di Max Schrems, l’avvocato e attivista della privacy al cui nome si ispirano le due più importanti sentenze emesse dalla Corte di Giustizia Europea riguardanti la materia della protezione dei dati e del trasferimento dei dati all’estero, ovvero la Schrems I, del 2015, che ha invalidato l’accordo Safe Harbor, e la Schrems II, nel 2020, che ha annullato il Privacy Shield, rendendo di fatto gli Stati Uniti un “paese pericoloso” per quanto riguarda il trattamento dei dati personali.

L’avvocato Schrems ha twittato il suo scetticismo, sottolineando come gli Stati Uniti non intendano attuare alcuna riforma fondamentale per quanto riguarda l’approccio ed i principi fondamentali sottesi al trattamento dei dati e scommettendo che il nuovo testo fallirà di nuovo. Schrems ha inoltre già promesso battaglia, sostenendo che adirà nuovamente la Corte di Giustizia Europea con una causa civile ed un’ingiunzione preliminare, per invitare la Corte a pronunciarsi una terza volta qualora l’accordo non rispetti i diritti fondamentali già garantiti ai cittadini europei con il GDPR (Reg. UE 679/2016).

Ora, se è vero che a pensare male si fa peccato, ma non si sbaglia, è anche vero che cassare un accordo di portata così fondamentale prima ancora di aver letto una riga del suo contenuto appare, a parere di chi scrive, una petizione di principio fine a sé stessa, piuttosto che una giusta azione a difesa dei principi per cui si dichiara di lottare.

Tutti coloro che si occupano della materia trovano encomiabile l’opera svolta da Scherms intesa alla divulgazione della cultura della privacy, alla sensibilizzazione ed alla risoluzione di problematiche giuridiche di ampia portata, come dimostrano infatti le due sentenze ottenute dalla Corte di Giustizia. Tuttavia, la storia ci ha insegnato a caro prezzo che la “guerra preventiva” è poco utile e spesso si risolve con un gran massacro di civili, che in questo caso metaforico sarebbero i diritti civili calpestati.

Ben fa l’avvocato Schrems a stare all’erta e a vigilare sul rispetto dei principi fondamentali del regolamento, ma ricordiamo (a lui e a noi stessi) che per questo non solo esistono i Garanti nazionali, ma altresì quello Europeo.

E che le crociate basate su questioni di puro principio non si sono, tutto sommato, concluse molto bene.

Quindi attendiamo il testo dell’accordo per il trasferimento dei dati tra USA e UE, consapevoli che si tratta di un passo fondamentale per la tutela dei singoli e per il business delle aziende, da cui non solo i colossi come Meta, ma anche le piccole realtà potranno beneficiare, per ritagliarsi il proprio spazio nella corsa al digitale ed al dominio dei dati che sempre di più sta caratterizzando il tempo in cui viviamo.

 

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Luisa Di Giacomo

Laureata in giurisprudenza a pieni voti nel 2001, avvocato dal 2005, ho studiato e lavorato nel Principato di Monaco e a New York. Dal 2012 mi occupo di compliance e protezione dati, nel 2016 ho conseguito il Master come Consulente Privacy e nel 2020 ho conseguito il titolo Maestro per la Protezione dei Dati e Data Protection Designer dell’Istituto Italiano per la Privacy. Mi occupo di protezione dei dati e Cybersecurity, sono docente e formatore per Maggioli s.p.a. e coordino la sezione Cybersecurity della pagina diritto.it. Sono Data Protection Officer e consulente per la protezione e sicurezza dei Dati in numerose società nel nord Italia. Ho una pagina Instagram e un Canale YouTube in cui parlo dell’importanza dei Dati e della Cybersecurity, con l'obiettivo di contribuire a diffondere una maggiore cultura e consapevolezza digitale. Mi piace definirmi Cyberavvocato. I miei social: LinkedIn Instagram YouTube


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