A proposito della Sentenza del 23/3/2012 del Giudice di Pace di Napoli che nega la improcedibilità per mancato esperimento della mediazione per i procedimenti davanti i giudici di pace

A proposito della Sentenza del 23/3/2012 del Giudice di Pace di Napoli che nega la improcedibilità per mancato esperimento della mediazione per i procedimenti davanti i giudici di pace

Belluardo Serena

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Senza entrare nel merito della controversia e senza commentare le risultanze a cui è giunto il Giudice di Pace di Napoli con la sentenza in calce, sembra di notevole interesse fare alcune osservazioni sui principi sui quali, lo stesso, si è basato per arrivare direttamente alla pronuncia della sentenza e saltare, così, la fase preprocedimentale della mediazione. Il richiamo alle fonti del diritto ed ai criteri di risoluzione delle antinomie tra leggi è sicuramente dimostrazione di quella preparazione e competenza che ogni giudice -togato od onorario che sia- dovrebbe avere e l’averli usati a giustificazione di un comportamento forse un po’ troppo discrezionale è senz’altro sintomo di scaltrezza.

Due le motivazioni che si ricavano, dalla lettura della sentenza, alla base della decisione:

1. Secondo il criterio di specialità lex specialis derogat legi generali” e “lex posterior generalis non derogat priori speciali”. In caso di antinomia (contrasto) creatasi tra due disposizioni normative dello stesso grado, si stabilisce la preferenza di quella speciale su quella avente carattere generale;

2. Già il codice di procedura civile prevede tentativi di conciliazione ad opera del Giudice di Pace stesso, sia in sede contenziosa che non contenziosa (ex artt.320 e 322 c.p.c.).

Riguardo la prima motivazione, è sicuramente vero che il criterio di specialità prevale su quello cronologico, secondo il quale la legge posteriore sostituisce quella anteriore dello stesso grado e riguardante la stessa materia (“il rapporto contenutistico prevale sulla dimensione temporale”), ma il punto è capire se il procedimento davanti il GdP deve considerarsi come un procedimento speciale che deroga quello ordinario. Da chi scrive, si ritiene che non lo sia ed il giusto richiamo che il GdP fa in questa sentenza, dell’art. 311 c.p.c. sostiene più che la sua, la mia opinione. Infatti, dire che per tutto quello non previsto bisogna rifarsi al procedimento davanti al Tribunale in sede monocratica, indica che c’è un accostamento generale tra le due figure -che si distinguono solo per valore e materia della controversia- e quindi, che anche il procedimento davanti al Giudice di Pace deve considerarsi “ordinario” e non speciale.

Quanto detto, demolisce la prima motivazione.

Riguardo il secondo punto portato a giustificazione della propria decisione da parte del GdP, dovremmo spiegare, a lui ed a tanti altri magistrati e avvocati, la differenza sostanziale tra tentativo di conciliazione in sede giudiziale e stragiudiziale, così come prevista dal codice, e il procedimento di mediazione. Bisognerebbe partire dal differente ruolo del mediatore rispetto al giudice, per passare all’informalità, alla riservatezza, al distacco dal petitum, alla possibilità di sentire le parti personalmente, all’empatia che si crea, alle possibili soluzioni al di fuori del diritto che si possono trovare. Purtroppo, lo scetticismo e la paura del cambiamento che molti esseri umani hanno, impediscono a tutte le novità di farsi strada e tocca a noi, sostenitori e portavoce dei benefici e dei vantaggi che caratterizzano la mediazione, diffonderli e divulgarli, fino a quando tutti se ne rendano conto.

Qualche collega sostiene che questa posizione del giudice partenopeo derivi dal fatto che i Giudici di Pace sono semplici avvocati che vengono pagati a sentenza, per cui aspettare altri quattro mesi (i tempi della mediazione), graverebbe sulle loro finanze, ma noi ci asteniamo sul punto, qualifichiamo questa sentenza come un po’ “bizzarra” e restiamo in attesa di decisioni in merito da parte di più autorevole giurisprudenza.

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Giudice di Pace di Napoli Avv. Felice Alberto D’Onofrio, II Sezione, ha pronunziato la seguente SENTENZA nel procedimento incardinato con R.G .. N° .. ./11,riservato all’udienza del giorno 12/03/12

TRA

K…. srl, in persona l.r., el.te dom.ta in Napoli, al … presso lo studio dell’Avv. A…, difensore in virtù di mandato a margine dell’atto di citazione -Attrice-

E

X…Assicurazione Pubblic Limited Company rappresentanza generale per l’Italia, in persona del l.r.p.t., el.te dom.ta in Napoli, alla via … , presso lo studio dell’ Avv. c…, difensore in virtù di mandato in calce alla copia notificata dell’atto di citazione -Convenuta-

Oggetto: risarcimento danni Conclusioni: come da verbali ed atti di causa

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione, ritualmente notificato, l’istante, il quale aveva stipulato con la convenuta polizza n ….. relativa alla copertura rea del veicolo tg. C*). lamentava l’ingiustificato passaggio dalla 3° alla 4° classe disposto dalla convenuta in virtù di un sinistro che sarebbe avvenuto nel 2010. Tanto essenzialmente premesso chiedeva la condanna della XXXX al ripristino della classe di merito ed alla ripetizione delle somme ingiustificatamente versate nonchè al risarcimento danni.

Radicatosi il contraddittorio, si costituiva la convenuta che impugnava la domanda chiedendone il rigetto preliminarmente eccependo improcedibilità della domanda per mancato esperimento della media-conciliazione nonché incompetenza per valore, indi disposto decidersi le eccezioni preliminari unitamente al merito della controversia ex art. 187 C.p.C – 321 c.p.c., precisate le conclusioni di cui in epigrafe, all’udienza del 12/03/12, la causa veniva riservata a sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente esaminata la questione della applicabilità al presente giudizio della media-conciliazione. Invero, non vi è dubbio che la materia trattata rientri in quelle previste dall’art 5 comma I del d.lgs. 28/10 tuttavia, va osservato che una nuova norma non può essere considerata avulsa dal contesto preesistente, ma va applicata ed interpretata all’interno dell’ordinamento giuridico nel quale si inserisce. Nel caso specifico va affrontato il rapporto tra il predetto d.lgs., il giudizio dinanzi al giudice di pace e l’art. 322 c.p.c..

Ebbene per risolvere eventuali antinomie l’ordinamento giuridico deve avere una propria coerenza sistemica con la conseguenza che il giudice secondo criteri logici o positivamente presenti, deve stabilire quale sia la norma da eliminare o da applicare al caso concreto.

Come è noto i criteri di risoluzione delle antinomie, sono quattro quello cronologico (lex posterior derogat priori), quello della specialità (lex specialis derogat generali), quello gerarchico (lex superior derogat interiori), ed, infine quello della competenza. In particolare secondo il criterio di specialità va considerato il brocardo “lex posterior generalis non derogat priori speciali”. Detto criterio, anche questo avente natura logico teoretica, limita l’applicazione di quello cronologico, poichè nel caso della norma speciale il rapporto contenutistico prevale sulla dimensione temporale.

In questo quadro va contestualizzato l’art 311 c.p.c. il quale prevede espressamente che “il procedimento dinanzi al giudice di pace per tutto ciò che non è regolato nel presente titolo o in altre espresse disposizioni, è retto dalle norme relative al procedimento davanti al tribunale in composizione monocratica in quanto applicabili”.

Ebbene, la predetta disposizione, come già puntualmente evidenziato dalla Suprema Corte con ord. n. 21416/08, non soltanto si pone in rapporto di specialità rispetto al procedimento dinanzi al Tribunale, ma si configura come “metanorma” in quanto indica il modo di legiferare in ordine al rito processuale applicabile dinanzi al giudice cui si riferisce.

In particolare, la norma dispone in via diretta che il procedimento dinanzi al giudice di pace è regolato dalle norme del titolo secondo del libro secondo e, per ciò che esse non regolano, da quelle sul procedimento dinanzi al tribunale in composizione monocratica (di cui al capo terzo del titolo primo di detto libro), ed esige che un diverso regolamento risulti da altre espresse disposizioni. Ne discende che una norma sul rito può essere applicata al Giudice di Pace solo se essa lo disponga espressamente altrimenti continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al predetto titolo II.

Va, altresì, osservato che il procedimento dinanzi al Giudice di Pace già prevede sia la conciliazione in sede contenziosa in virtù dell’art. 320 comma I che e in sede non contenziosa (non prevista invece dinanzi al Tribunale) ai sensi dell’art. 322 C.p.c. e tale istituto preesistente al d.lgs. 28/2010, de quo vertitur, essendo stato introdotto sin dall’istituzione del giudice di Pace (L. 374/91).

Il predetto art. 322 C.p.c. detta al primo comma le modalità di presentazione della istanza, la quale può essere proposta anche verbalmente al giudice di Pace competente per territorio secondo le disposizioni della sezione III, capo I, titolo, I libro I mentre al comma 2 precisa che il processo verbale di conciliazione non contenziosa costituisce titolo esecutivo, a norma dell’art. 185, ultimo comma, se la controversia rientra nella competenza del giudice di Pace. Dunque il d.lgs. 28/10 non contiene alcun richiamo al giudice di Pace nè dispone espressamente l’abrogazione degli art. 320 e art. 322 c.p.c. ne deriva che in conformità a quanto affermato dalla Suprema Corte, nel procedimento dinanzi al giudice di Pace vanno applicate le disposizioni di cui al libro II, titolo II, dall’art. 311 al 322 C.p.c ..

Una diversa interpretazione non solo sarebbe in contrasto con il delineato quadro sistemico ma si rivelerebbe manifestamente illogica. Ed invero

l’intento deflattivo che si è proposto il legislatore è stato assecondato proprio dall’istituto del giudice di pace che è nato (nomen omen) con lo scopo di favorire la conciliazione delle controversie che può avvenire nella fase giudiziale ex art. 320 C.p.c. ovvero in quella stragiudiziale azionabile ex art. 322 c.p.c. e pertanto sarebbe paradossale escludere dal processo conciliativo un istituto che è nato precipuamente per lo svolgimento di tale finalità.

Sotto altro profilo va, in ogni caso, rilevato che il mancato esperimento o conclusione della mediazione, laddove applicabile, non comporta l’improcedibilità della domanda ma ai sensi dell’art 5 d.lgs. 28/10 l’assegnazione da parte del Giudice di 15 giorni per la proposizione della istanza con la fissazione di una successiva udienza dopo la scadenza del termine previsto dall’ art 6 del citato d.lgs.

Va, altresì, rigettata l’eccezione di incompetenza per valore tenuto conto che, anche senza la formulazione della clausola di contenimento, il cumulo delle domande non supera la somma prevista dall’art 7 comma 1 c.p.c..

La legittimazione delle parti, intesa come titolarità del rapporto controverso, a differenza della Iegitimatio ad causam, si configura come una questione che attiene al merito della lite e rientra nel potere dispositivo e nell’onere deduttivo e probatorio della parte interessata (ex multis Cass. n. 21192/06, Cass. n. 4796/06, trib. Napoli XI del 28/02/06).

Nel caso di specie, non solo non è stata contestata e quindi non può essere rilevata di ufficio, ma è stata documentata dall’attestato di rischio versato in atti.

Nel merito la domanda è fondata e va accolta. Invero l’art 5 comma 2 D.L. n.7 del 31/01/01 (cd. decreto Bersani Bis) convertito in legge n. 40 del 02/04/07, aggiungendo all’art. 134 i commi 4 ter e quater ha espressamente previsto al predetto comma 4 ter: “Conseguentemente al verificarsi di un sinistro, le imprese di assicurazione non possono applicare alcuna variazione di classe di merito prima di aver accertato l’effettiva responsabilità del contraente, che è individuata nel responsabile principale del sinistro, secondo la liquidazione effettuata in relazione al danno e fatto salvo un diverso accertamento in sede giudiziale.

Ove non sia possibile accertare la responsabilità principale, (ovvero, in via provvisoria, salvo conguaglio, in caso di liquidazione parziale.) la responsabilità si computa pro quota in relazione al numero dei conducenti coinvolti, ai fini della eventuale variazione di classe a seguito di più sinistri” ed al successivo comma 4 – quater : “È fatto comunque obbligo alle imprese di assicurazione di comunicare tempestivamente al contraente le variazioni peggiorative apportate alla classe di merito.»

Nel caso di specie a fronte di quanto lamentato dall’attore il quale ha documentato il declassamento versando in atti l’attestato di rischio, l’onere della prova incombeva sulla impresa assicurativa.

Di contro l’assicuratore non ha documentato di aver interpellato l’istante, posto che per esplicita statuizione normativa sull’ assicuratore ricade l’onere, prima di liquidare il danno, di accertare la responsabilità dell’incidente nè di

avergli comunicato, in violazione dell’art. 1917 C.C., la volontà di voler pagare al danneggiato l’indennità dovuta; infine, in violazione a quanto previsto dal citato art. 4 ter non ha dato prova di aver tempestivamente avvisato l’assicurato della variazione della classe di merito. Va, pertanto, dichiarata l’illegittimità del declassamento con la condanna della impresa assicurativa ad assegnare all’attrice la 2° classe.

Per quanto concerne la ripetizione delle somme indebitamente percepite va osservato che l’istante non ha versato in atti le relative polizze e quindi non è possibile quantificare l’importo indebitamente pagato. In ogni caso, ritenuta l’esistenza ontologica del danno, stante la difficoltà di provarlo nel suo preciso ammontare, si procede alla liquidazione in via equitativa ai sensi degli artt. 1226 e 2056 cod. civ., espressione del più generale potere di cui all’art. 115 cod. proc. Civ. Ed invero è pacifico in giurisprudenza che l’esercizio del potere discrezionale di liquidare il danno in via equitativa, conferito al giudice dagli art, 1226 e 2056 cod. civ., presuppone che sia provata l’esistenza di danni risarcibili e che risulti obiettivamente impossibile o particolarmente difficile, per la parte interessata, provare il danno nel suo preciso ammontare (ex plurimis Cass. 22447/11, 10607/10) e pertanto la convenuta va condannata al pagamento di euro 300,00 oltre interessi dalla domanda. Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

pronunciando definitivamente sulla causa promossa come in narrativa, disattesa ogni contraria istanza ed eccezione, cosi provvede:

– accoglie la domanda principale e condanna l’impresa assicurativa convenuta ad assegnare alla società istante la 2° classe di merito nonché la condanna al pagamento in favore della predetta attrice della somma di euro 300,00, oltre interessi;

– condanna, infine, la convenuta al pagamento in favore dell’avv A., distrattario, delle spese di lite che liquida, di ufficio in assenza di nota spese, in euro 40,00 per spese, euro 300,00 per diritti ed euro 190,00 per onorario di avvocato, oltre rimborso spese forfettarie, cpa, iva.

Napoli, li 23/03/12

Il Giudice di Pace

Avv. Felice A. D’Onofrio

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