Oltre il patto di stabilità

Oltre il patto di stabilità

Sabetta Sergio

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            Si discute in questi giorni sull’allentamento del vincolo del patto di stabilità, questo anche per gli enti che nel triennio 2003-2005 hanno avuto un saldo negativo tra entrate e spese.
         Si parla di riduzione per Comuni e Province dei coefficienti da utilizzare per il miglioramento del saldo, cioè della differenza tra entrate e spese. Altro elemento è introdotto a favore dei comuni con una differenza negativa tra i saldi di cassa di notevole rilievo, in tal caso si prevede un miglioramento limitato all’8% della spesa media del triennio precedente, calcolata al netto degli importi delle concessioni di credito.
         Come si vede in tutte queste ipotesi e nelle ulteriori che verranno in futuro elaborate emerge un tentativo di portare ad unità con alchimie numeriche una instabilità istituzionale. Si invertono i processi concentrandosi sui soli aspetti ragionieristici sperando, attraverso una costrizione contabile esterna derivata addirittura dall’U.E., di portare ad unità ciò che ormai non è più unito per interessi e morale, si coprono con la contabilità i vulnus culturali creati in questi decenni e ampliati in questi ultimi anni.
         Non si dovrebbe parlare di soli patti di stabilità, ma si dovrebbe in realtà partire da un nuovo patto sociale, se non delle singole comunità, e solo successivamente arrivare al patto di stabilità come sigillo contrattuale espresso in termini numerici d’interessi interiori dei singoli individui facenti parte di più ampie comunità.
         Il tutto si sta risolvendo in tentativi di blocco della spesa a carattere nazionale su una frammentazione istituzionale e culturale in atto, in parte conseguenza della nuova scena politico-economica mondiale ma in parte volutamente accentuata nel tentativo riuscito non tanto di creare flessibilità, quanto nuovi potentati locali e nazionali.
         La difficoltà di trovare un equilibrio stabile che permetta di mantenere tale patto, senza che si trasformi in una continua conflittualità, sono nate in buona parte dal fallimento della bicamerale a metà degli anni ’90 dopo il tracollo politico, morale ed economico di tangentopoli.
         Il desiderio di rinnovamento, la spinta ideale, la fiducia nei benefici dell’integrazione europea e la speranza di un suo benefico influsso, spingevano verso la creazione di un nuovo patto nazionale, il fallimento dello stesso ed il procedere per riforme di parte, anche se con le migliori intenzioni, hanno aperto un vaso di Pandora del protagonismo e dell’individualismo sfrenato, senza il rispetto di alcuna regola ma con l’arroganza di scriverle ad uso delfini e con la contrapposta convinzione della necessità di non rispettarle proprio per la loro origine di parte, quale utile di una attività mercantilistica.
         Se a questo si aggiunge un processo federalista incompleto dal lato delle entrate, con una domanda di servizi comunque crescente nonostante la riduzione delle risorse disponibili, appare evidente il possibile fallimento in prospettiva del rispetto di un qualsiasi patto di stabilità cogente e non di facciata, se non interverranno accordi generali.
         Appare in questo scenario degna di attenzione la volontà di creare un’unica cabina di regia tra le varie autonomie ed il governo, con la contemporanea creazione di un codice delle autonomie. Non si tratta certamente di quella spinta ideale sopra descritta, ma comunque già sufficiente per costituire un minimo comune denominatore che non si potrà certo raggiungere con interventi esterni come prospettati con la deliberazione n. 10/2006 della Sezione regionale di controllo per la Liguria.

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