Analisi politica e economia dell'appalto: le scelte della p.a.

La visione politico-economica dell’appalto – seconda parte

Sabetta Sergio

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Il presente contributo è a completamento di L’appalto nella visione politico-economica – I parte

 

“… Faraday, che si impegnò molto per rendere la scienza accessibile al pubblico, era tanto famoso che il re Guglielmo IV fece visita al suo laboratorio. Dopo aver assistito all’esperimento, il re gli domandò a che cosa potesse servire la sua scoperta. “Non lo so”, rispose Faraday, “ma so per certo che un giorno riuscirete a tassare i risultati di questa ricerca”(118, Zvi  Artstein, Matematica e mondo reale, Bollati Boringhieri, 2017)

I giudizi soggettivi di valore

Vi è molte volte un sovrapporsi e confondersi dei due livelli dei piani e programmi, aventi una valutazione politica sulle preferenze e valori della collettività, con i progetti che non devono fare altro che dare attuazione ai primi, nella realtà tuttavia non sempre i piani sono chiari e i programmi molto spesso politicamente ambigui, la scelta diventa quindi prevalentemente soggettiva, in assenza di altri criteri si tende a riferirsi ai prezzi di mercato o in assenza a loro ricostruzioni, considerandoli quali approssimazioni delle preferenze, ma il più delle volte il valutare in mancanza di una chiara programmazione introduce propri giudizi soggettivi di valore.

Il valore è qualcosa di varabile in funzione dell’uso, le grandezze economiche sono pertanto definibili solo in funzione dell’obiettivo perseguito dall’azione pubblica, in presenza di scarse risorse da dividersi tra obiettivi concorrenti la valutazione economica diventa insostituibile, spesso anzi le decisioni pubbliche sono assunte senza una chiara analisi, né l’analisi economica può essere applicata a qualsiasi decisione in quanto esistono delle valutazioni esclusivamente politiche non riferibili a possibili scelte alternative.

La valutazione economica dovrebbe individuare i progetti che massimizzano il benessere collettivo, questi nella difficoltà della loro misurazione vengono riferiti alle preferenze individuali quale indicatore più fedele, l’unica alternativa sarebbe di tipo paternalistico, collocando uno o più individui nella posizione di prendere decisioni per l’intera collettività secondo una concezione tecnocratica.

Vi è tuttavia il dubbio che i termini possano avere una “certezza” sufficiente per prendere decisioni che possano contemperare interessi opposti, nella ricerca di quello che si ritiene essere il benessere collettivo, si crea quindi una spinta verso la democrazia diretta la quale presenta comunque la difficoltà di una insufficiente conoscenza tecnica nella decisione collettiva, essendo sempre possibile una manipolazione nella correttezza apparente di un confronto.

Nel fallimento del mercato si tenta peraltro di ricostruire i meccanismi dello stesso, dove i fini dell’economista sono quelli di controllare la coerenza tra preferenze della collettività e i risultati concreti della P.A., rimane tuttavia il problema di quali soggetti prendano parte alle decisioni e dei rapporti di forza tra le parti, rimanendo sempre la possibilità che il potere politico si impadronisca della valutazione piegandola ai propri fini.

Vi è una differenza tra analisi finanziaria privata e analisi economica pubblica, questa è data dalla “prospettiva della collettività” da cui discende:

  • potranno esserci costi e vantaggi che seppure registrabili nel mercato, non vengono tuttavia inclusi nel prezzo dei beni, in quanto permette di tenere conto dei vantaggi a favore di terzi;
  • possono essere esclusi i costi o i vantaggi, che pur essendo rilevanti per alcuni privati non lo sono per la collettività;
  • il mercato non è sempre in grado di riflettere in modo esatto, mediante i costi e/o i vantaggi, le risorse reali trasferite in uno scambio o distrutte con l’uso del bene, come gli effetti esterni positivi o negativi quali l’uso di un vaccino;
  • vi sono beni che non hanno generalmente un prezzo di mercato, quali la qualità del’’aria o il paesaggio, sebbene rientrino nel concetto di benessere collettivo.

Questo conduce alla possibilità di una valutazione economica sociale affidata ad un decisore, anziché alle scelte di mercato degli individui, una alternativa non sempre ottimale anche se talvolta necessaria, secondo il teorema di Arrow , che sottolinea le difficoltà nel determinare le preferenze della collettività.

Utilità e disutilità dall’azione pubblica

Dobbiamo considerare che il modo in cui vengono modellizzati i problemi può influire significativamente sulla loro soluzione, anche se tra valutazioni ex ante e valutazioni ex post possono esserci notevoli differenze , il concetto stesso di utilità o disutilità è stato oggetto di discussione, se si considera che il medesimo individuo in situazioni diverse può acquisire una utilità o subire una disutilità dalla decisione pubblica. Resta peraltro l’opportunità di cercare un aggregato delle preferenze individuali di cui l’utilità risulta essere spesso un’approssimazione sufficientemente soddisfacente, dobbiamo tuttavia considerare la difficoltà di separare il problema dell’efficienza economica dagli ulteriori obiettivi dell’azione politica, sì che l’uso esclusivo della valutazione economica senza integrazioni di altre discipline politologiche non appare sufficiente.

Watson e Buede  osservano che la realtà rispetto a cui un decisore deve assumere una propria volontà è una costruzione dell’individuo stesso, dove sono i modelli mentali a guidare la scelta, risulta chiaramente la soggettività di tali decisioni solo il calcolo economico fondato sui meccanismi di mercato conferisce un significato oggettivo alla decisione, questo non significa che manchi una propria razionalità nelle rappresentazioni soggettive e nelle conseguenti decisioni che ne scaturiscono.

Nella Teoria dell’Utilità Attesa “il valore di una alternativa è data dal grado di avversione di un individuo nei confronti del rischio di perderla” (36, F. Nuti, La valutazione economica delle decisioni pubbliche, Giappichelli ed., 2001), si ha così la possibilità di attribuire valori a eventi incerti stabilendo un’equivalenza sul piano dell’utilità, altro metodo è la valutazione economica (ABC) la quale non si fonda sulla probabilità dell’evento bensì sulla disponibilità a pagare, si ha così una domanda di mercato che permette di costituire una forma ordinalista di utilità ai fini pratici.

Le due teorie si fondano su metodi di approccio differenti, mentre la prima (T.U.A.) è il risultato del contributo di varie discipline, dalla psicologia alle scienze aziendalistiche e socio-economiche, la valutazione economica discende direttamente dalla teoria economica, se nella T.U.A. o Decision Analysis (Von Neumann e Morgenstern) vi è l’apprezzamento delle caratteristiche di scelta personali, nella Valutazione Economica vi è il superamento dell’aspetto paternalistico che il primo metodo nasconde nel prevalere dell’amministratore quale decisore (Teoria dell’Impossibilità di Arrow).

Non si può tuttavia affermare essere i metodi economici gli unici a carattere generale, tali da potere essere applicati ai processi decisionali con l’esclusione di qualsiasi altro metodo, l’intuito può condurre ad ottime decisioni ma espone, oltre che a possibili errori logici, anche ad incongruenze tra giudizi assunti in momenti diversi, o nello stesso momento su oggetti diversi.

 

BIBLIOGRAFIA

 

  • Nuti F., La valutazione economica delle decisioni pubbliche. Dall’analisi costi-benefici alle valutazioni contingenti, Giappichelli, 2001;
  • Watson S.R. – Buede D.M., Decision Synthesis. The Principles and Practice of Decision Analysis, Cambridge University Press, Cambridge, 1987;
  • Rostirolla P., Ottimo economico: Processi di valutazione e di decisione, Liguori, 1992.

 

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