La problematica unità dell’Italia

La problematica unità dell’Italia

Sabetta Sergio

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Unità d'Italia

“A quel punto, dunque, ci si renderà conto che, entrati per una parte in Europa – per ripetere quest’espressione enfatica -, per l’altra se ne continuerà a restare fuori, perché occorrerà ridurre i dislivelli di stabilità”

 (9, S. Cassese, lo Stato introvabile, Donzelli ed. 1998)

 

L’unità dell’Italia fu vista con scetticismo in Europa tanto dal Palmerston e da Lord Russell  che dai francesi, come può ricavarsi dalle parole del generale Fénélon che prevedeva l’unificazione solo fino alle Marche, con Napoli indipendente ed una Roma sotto protezione francese, troppe erano le differenze tra Nord e Sud e le difficoltà per una sistemazione adeguata dei rapporti con la  Chiesa in una eventuale occupazione di Roma, problematiche riconosciute dallo stesso Cavour e dal marchese Pallavicino Trivulzio, patriota incarcerato allo Spielberg , che affermava con Nassau William Senior di avere desiderato “tre paesi” dell’Italia, Piemonte, Italia centrale e Italia meridionale.

Il consolidamento dello Stato unitario fu perciò una vittoria della Destra storica con il raggiungimento del pareggio a seguito di un debito nazionale, che nel 1866, dopo la disastrosa III guerra di indipendenza, aveva raggiunto oltre 1.000.000.000 di lire, economie all’osso e tassa sul macinato si aggiunsero fino al raggiungimento del pareggio, unificazione di 22 diversi sistemi catastali, analfabetismo diffuso ad oltre il 68% della popolazione, rete ferroviaria mancante, si pensi ai 1758 Km del 1860 rispetto ai 10.000 Km del 1885, tasso di mortalità del 30% nel 1872, sono solo alcuni dei problemi affrontati dagli uomini della Destra storica; sorse la necessità di una burocratizzazione centralista invece che federale anche a seguito di movimenti centrifughi, quale il brigantaggio meridionale, l’opposizione Vaticana e clericale, per non parlare dei sospetti francesi e dell’opposizione radicale alla monarchia, questo tuttavia comportò un frettoloso estendersi delle leggi e strutture burocratiche piemontesi al resto d’Italia ed il nascere di una questione meridionale, con conseguenti polemiche post-Risorgimentali e antiparlamentarismo.

 

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Nasceva con la questione meridionale il problema regionale, il progetto federalista proposto da Minghetti ed approvato dal Cavour nel periodo in cui l’Italia avrebbe dovuto comprendere oltre al Piemonte solo la Lombardia, l’Emilia e la Toscana fu rapidamente abbandonato, con l’aggiunta delle regioni meridionali prevalse la paura dell’immaturità politica del Sud con la formazione di tirannelli locali fuori controllo dai liberali moderati, che nel creare tensioni favorissero interventi stranieri, d’altronde fenomeni come il brigantaggio e la rivolta di Palermo del 1866 sembrarono confermarne i timori, né l’introduzione della leva obbligatoria, la vendita delle terre civiche e delle proprietà ecclesiastiche, le nuove forme di tassazione favorirono i rapporti dei ceti popolari con il nuovo Stato, si ebbe quella che fu definita come una burocratizzazione della rivoluzione risorgimentale unitaria, con differenze reciproche tra elementi del Sud e del Nord timorosi a loro volta di perdere potenza con l’integrazione del meridione.

Franchetti già alla metà degli anni ’70 osservava che a fronte dell’indubbio miglioramento della classe media urbana vi era stata una notevole pauperizzazione dei contadini e del proletariato urbano, con un crescente divario tra le due parti dell’Italia che facevano rimpiangere al ceto popolare la più bassa tassazione dei Borboni, il minore peso dell’apparato burocratico, la mancanza di una leva obbligatoria, una maggiore circolazione monetaria, l’insicurezza nazionale emergeva nei conflitti che si protrassero per tutto l’ottocento tra progetti di decentramento e reazioni accentratrici di cui il governo Crispi  del 1893 – 1896 ne fu l’emblema insieme alla formazione dei fasci siciliani e alla disfatta di Adua; mentre il governo Pelloux  e le cannonate del Bava Beccaris  annunciarono nuovi problemi anche con il ceto operaio del Nord, il nuovo ministero del Rudinì succeduto a Crispi  estese le leggi del febbraio 1889 sull’eleggibilità diretta del sindaco a tutti i comuni, non volendo andare oltre sulla via del decentramento rimanendo comunque i timori di una disgregazione, si parlava quindi di una dittatura parlamentare basata sul reclutamento permanente di una maggioranza nel Sud.

Si lamentava la formazione di clientele politiche che si riflettevano nella costruzione di opere pubbliche non necessarie, di linee ferroviarie superflue, in continui intrighi politici di corridoio (Jacini), lo stesso trasformismo di Depretis fu visto come dimostrazione dello scadere della qualità parlamentare piuttosto che la necessità di una stabilizzazione governativa, le continue difficoltà di ordine pubblico indussero lo stesso Depretis a pronunciarsi contro concezioni teologiche della libertà politica; il senso di vuoto post-risorgimentale si tentò di riempirlo direttamente attraverso il ricorso ad un più semplice militarismo di massa diretto verso l’espansione coloniale, fino all’infelice esito di Adua, ma ripreso all’inizio del secolo successivo con l’impresa di Libia, d’altronde gli scandali che ruotarono attorno all’affare della Banca Romana con il polverone che ne seguì e i tentativi di coprirne alcuni dei responsabili certo non aiutarono, circostanza che fu preparata ed aggravata dalla crisi economica che già dalla metà degli anni ’80 si andava profilando.

Si vedeva l’unità come prodotto di accordi diplomatici e non quale risultato di uno slancio rivoluzionario dei ceti popolari guidati dalla borghesia, si tendeva pertanto a respingere l’attività parlamentare quale luogo opaco di accordi e in questo rifiuto si accomunavano reazionari, clericali, repubblicani e mazziniani, a cui si aggiunsero a fine secolo socialisti ed anarchici, il Sonnino vedeva la compagine dello Stato insidiata dall’Internazionale marxista e dal Vaticano, circostanza che imponeva una struttura amministrativa accentrata e la ricerca di un battesimo militare cruento (Cavallotti), come in effetti avvenne.

La Chiesa rappresentava per il nuovo Stato italiano una delle problematiche maggiori, considerata la capillarità della sua struttura sul territorio, la massa di fedeli ed interessi che incorporava, nonché l’estensione internazionale delle sue relazioni istituzionali, in particolare con le potenze della Francia e dell’Austria, essa istituzionalmente era già inserita nell’ambito del potere da quando nel tardo Impero romano fu scelta sul piano politico per rafforzare la società e le istituzioni in crisi.

La tradizione unitaria imperiale favorì il costituirsi unitario quale corpus dalla forma fluida in cui si era costituito originariamente il cristianesimo, suddiviso in una pluralità di Chiese indipendenti, vennero quindi a confluire la collegialità del governo delle grandi comunità cristiane con l’aspetto aristocratico affidato ad un ordine sacerdotale, la compenetrazione tra Chiesa e Impero si risorse in una intolleranza e contemporaneo rafforzamento istituzionale ecclesiastico, su cui l’agonizzante struttura imperiale di Ravenna del V secolo si appoggiò   trasformando i vescovi in pubblici ufficiali.

La vicinanza e compenetrazione con l’Impero fa sì che la Chiesa diventi una Chiesa del diritto da affiancarsi ad una Chiesa della fede, così che nell’intreccio tra laico e religioso la chiesa locale iniziò ad acquisire proprietà fondiarie ai fini di mantenimento ed assistenziali, la cosiddetta evergesia ecclesiastica, ma  anche funzioni di defensor et ecclesiae civitatis con un generale potere di moderatio nella società, la crisi imperiale venne quindi a favorire il trasferimento di funzioni alla chiesa e la sua formale istituzionalizzazione.

La disarticolazione dell’Impero avvenuta a partire dal IV secolo nell’accrescersi del peso economico e politico delle province, in particolare la Gallia e le province orientali, fece perdere a Roma la centralità che venne raccolta nel vuoto politico formatosi dal Vescovo di Roma, ma proprio perché il potere discende da Dio, anche se con un consenso generale dal “basso”, non vi sono limiti consuetudinari al potere legislativo che esso esprime, la duplicità di un potere imperiale e religioso diffuso sopravvissuta conflittualmente per tutta l’età di mezzo viene a modificarsi con il Concilio di Trento, in cui la controriforma elimina gli aspetti più propriamente collegiali concentrando il potere nel primato del vescovo di Roma, come osserva Paolo Sarpi, un movimento parallelo all’affermarsi del potere assolutistico statale dal XVI al XVIII secolo.

La lettura politica del concilio tridentino, con gli accordi intercorsi con l’Impero, è sostenuta non solo dal Sarpi ma accettata anche da un Baronio o un Pallavicino nella loro difesa della “ecumenicità” della chiesa cattolica, né si deve scordare che il rafforzamento dell’autorità centrale romana avveniva anche mediante la moltiplicazione degli ordini religiosi dipendenti direttamente da Roma che venivano a svuotare sempre più l’autorità e l’autonomia episcopale, su questa matrice si inseriva lo scontro tra il nuovo Stato italiano e il Vaticano nella questione romana e la conseguente ferma intenzione dei governi italiani succedutisi di evitare l’internazionalizzazione della questione.

Per concludere possiamo citare Di Rienzo, il quale sostiene essere l’unione italiana , come attuata, il risultato di un complotto internazionale che si è sovrapposto all’abilità diplomatica del Cavour, gestita da Londra in opposizione all’ampia influenza acquisita dalla Francia di Napoleone III nel biennio 1859/1860, circostanza che condizionerebbe ancora oggi l’Italia nella sua debolezza strutturale e geopolitica quale sintesi di due culture opposte (E. Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee 1830 – 1861, Soveria Mannelli 2012, Rubettino).

Una debolezza che si è manifestata dopo il porto sicuro della guerra fredda nelle modalità di adesione al Trattato di Maastricht, in cui già Ludovico Incisa di Camerana intravvedeva lo scontro tra una parte strategicamente compatta dell’Europa contro la parte più debole, una disomogeneità interna che ci conduce a perdere credibilità e pezzi della nostra economia, firmando trattati nella speranza     “ di non essere chiamata ad applicarli” (98, L. Incisa di Camerana, La vittoria dell’Italia nella terza guerra mondiale, Laterza, 1996).

 

 

BIBLIOGRAFIA

Con riferimento alla crisi della prima Repubblica, non ancora risolta:

  • Cassese, Lo Stato introvabile, Donzelli Ed., 1991;
  • L. Salvadori, Storia d’Italia e crisi di regime, Il Mulino, 1994;
  • Schiavone, Italiani senza Italia. Storia e identità, Einaudi, 1998;
  • Romano, Finis Italiae, All’insegna del Pesce d’oro, Milano, 1995;
  • Rezzo, L’Italia in Europa tra Maastricht e l’Africa, Laterza, 1996.

Ulteriori testi :

  • Graiz , Storia della Repubblica, Donzelli ed. 2016;
  • Galasso, Potere e Istituzioni in Italia. Dalla caduta dell’Impero romano ad oggi, Einaudi, 1974;
  • Giannini, Il potere pubblico. Stati e amministrazioni pubbliche, Il Mulino, 1986;
  • Cassese, Il sistema amministrativo italiano, Il Mulino, 1983;
  • Quadrio Curzio, Noi, l’economia e l’Europa, Il Mulino, 1994.

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