La politica nel mercato della conoscenza

La politica nel mercato della conoscenza

Sabetta Sergio

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         Nella teoria economica il mercato è stato visto o in forma apologetica, in cui, secondo la dottrina neoclassica, si ha una distribuzione equa delle risorse economiche a seguito di una utilizzazione efficiente delle stesse quale incontro di innumerevoli singole domande ed offerte, anche se tale equilibrio paretiano di concorrenza perfetta può fallire per la presenza di uno o più dei seguenti fattori: esternalità, beni pubblici non gestibili dal singolo, monopoli, rendimenti marginali decrescenti fino all’eguaglianza fra prezzi e costi marginali che favoriscono il formarsi dei monopoli, infine l’assenza di mercati per mancanza di mercati assicurativi e a termine.
         O in forma radicalmente critica in termini marxiani, in cui si evidenzia l’impossibilità di porre sullo stesso piano capitale e lavoro, ma anche l’informazione e la capacità della sua acquisizione, elaborazione ed utilizzo relazionale portano ad un ulteriore se non decisiva differenziazione.
         D’altronde l’intervento pubblico al fine di correggere tali storture porta per l’impossibilità economica di acquisire correttamente tutte le informazioni necessarie circa l’allocazione delle risorse e le preferenze degli individui (free rider) alla teoria del fallimento dello Stato, considerando anche le varie distorsioni che possono essere introdotte dagli interessi delle singole lobby che agiscono sull’apparato amministrativo-politico gestore dell’allocazione di tali risorse, per non parlare degli interessi diretti della stessa struttura.
         Questo tuttavia non può giustificare uno smantellamento spinto del welfare state, in quanto le diseconomie resteranno ma la stessa pace sociale, valore fondamentale per il funzionamento del mercato, non potrà essere acquisita con una pura spettacolarizzazione virtuale.
         Il mercato si può formare creando la domanda, si che accanto a beni primari che soddisfano esigenze elementari fondamentali all’esistenza vi sono i beni nati dal progresso tecnologico, ma gli stessi beni primari incorporano dosi sempre crescenti di conoscenza tecnologica, si da ridurre per tale via progressivamente i costi di produzione aumentandone contemporaneamente la quantità messa a disposizione sul mercato ( offerta ) fino a saturarlo.
         Il mercato e quindi la gamma di prodotti e servizi offerti si espande a seguito della crescita della conoscenza, il problema diventa la corretta distribuzione dei beni e le crisi di sistema per effetto del raggiungimento dei limiti sia di energia che di crescita per ciascun prodotto, crisi che danno luogo alla nascita di nuovi cicli produttivi.
         L’uomo appare ridotto all’unica dimensione di produttore e consumatore di beni materiali e immateriali sempre più ricchi di tecnologia, in altre parole l’uomo è oggetto di una economia della conoscenza. Questa visione unidimensionale dell’esistenza umana appiattita sugli aspetti esclusivamente produttivi deve essere in realtà invertita nel considerare l’economia come mezzo ultimo di produzione della conoscenza e della sua trasmissione, produzione che avverrà sia direttamente nella sempre nuova tecnologia necessaria alla produzione e di cui l’uomo si fornirà nella ricerca di soddisfare esigenze primarie ed elementari di sopravvivenza e di dominio ma anche nel liberare il tempo e le energie necessarie alla ricerca pura, per soddisfare la sua curiosità di essere pensante.
         L’economia di mercato è pertanto il mezzo maggiore ideato dalla specie umana per soddisfare i propri bisogni di sicurezza e controllo ma anche inconsapevolmente per disporre dei mezzi necessari all’accumulo di conoscenza mediante ricerca.
         Considerando l’economia in questi termini con un’ottica invertita in cui l’uomo come specie riacquista la sua centralità, occorre definire i compiti della politica. E’ stato già detto che una delle funzioni primarie è quella di correggere le aree di fallimento del mercato, intervenendo a tutela di una sua corretta funzionalità, attenuando tra l’altro attraverso una correzione nella distribuzione delle risorse prodotte le tensioni di sistema.
         Tuttavia questa definizione del suo intervento appare limitativa se non la si rapporta alle necessità proprie di una corretta socialità fondata sulla gerarchia secondo un’autorità legittimata dal riconoscimento dei suoi risultati e dal rispetto della personalità, dalla comparazione secondo uguaglianza delle necessità, dalla condivisione dei beni fondamentali quali la sicurezza, la solidarietà e il rispetto dell’essere, infine dalla valutazione secondo mercato degli apporti di ciascuno.
         La regolamentazione di tali elementi assume una notevole complessità con conseguente arbitrio di giudizio, in quanto fondato su innumerevoli valutazioni soggettive, a cui si accompagna una facilità negli errori e pertanto segue la necessità di correzioni mediante pluralità di fonti di informazioni, frequenti ma non spasmodiche votazioni, autonomia associativa e libertà di espressione con possibilità di accesso per le proprie opinioni.
         La crescita della conoscenza quale finalità propria dell’uomo e portato ultimo di una crescita economica con tutti i cicli possibili, non è altro che la proiezione dell’universo nella mente umana, l’universo esiste solo quale possibile conoscenza, la natura acquista significato ultimo nell’essere conosciuta.
 
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
 
·        Frans B. M. de Waal, L’economia delle scimmie, in Le Scienze, 66-73, 442, giugno 2005 ;
·        S. Pinker, The Bank Slate: The Modern Denial of Human Nature, 1, 2002;
·        J. K. Galbraith, La natura della povertà di massa, Mondadori, 1980;
·        J. K. Galbraith, Storia della economia, Rizzoli, 1988;
·        A. Lijphart, Le democrazie contemporanee, Il Mulino, 1988;
·        Amartya Sen, La disuguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, 1997.

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