La narratività della vita di coppia e della vita familiare

Abstract: L’Autrice usa le pagine di un noto romanzo per rendere più leggibile l’intricata realtà coniugale e familiare anche per le nuove generazioni, sempre più bisognose e desiderose di educazione sentimentale.

 

Amare è scegliere, separare la parte migliore di una cosa dalla peggiore, ogni giorno. Questo è uno dei significati da dare al “sempre” che si sussurra quando ci s’innamora, che si esprime nelle promesse matrimoniali e che si dimentica nella vita quotidiana.

“Esiste il «per sempre»?” è la domanda che ci si pone nella vita e che pone la scrittrice Susanna Tamaro in uno dei suoi romanzi proprio dal titolo “Per sempre”[1]. Per quanto romanzata, è la storia di una coppia rotta da un lutto, la morte improvvisa di lei, a causa di un incidente. Essendo un tema sempre attuale perché la coppia è suscettibile di qualsiasi forma di lutto, è interessante fare una lettura multidisciplinare di alcuni stralci del romanzo. 

“Quella notte abbiamo fatto l’amore a lungo e in silenzio, sospesi in una delicatezza che fino ad allora ci era sconosciuta. C’eravamo noi due e, intorno, la notte, e quella notte conteneva tutte le notti – la notte del mio cuore, quella del tuo, la notte in cui eravamo stati generati e quella in cui avevamo concepito nostro figlio, e anche la notte più grande e misteriosa, quella che – all’improvviso – avrebbe riassorbito in sé il nostro ultimo respiro. In quegli istanti, la trama della vita era scoperta e ci offriva l’inerme volto della sua fragilità. Per questo ci muovevamo piano, respiravamo piano e per questo, ancora più piano, ci sussurravamo l’un l’altra: «Ti amo…»” (da “Per sempre”). La sessualità è una forma di comunicazione ed è importante nella comunicazione di coppia. Lo psicoterapeuta Alberto Pellai mette in guardia: “La sessualità e l’intimità di coppia sono una risorsa fondamentale che sostiene nella fatica l’uomo e la donna, connettendone non solo i corpi, ma anche i cuori e le esistenze. Capita frequentemente che, dopo la nascita di un figlio, questa dimensione si affievolisca rischiando addirittura di scomparire. Ci sono coppie che sembrano dimenticarsela. E dopo essere diventati genitori non tornano più sui loro passi, trasformandosi in conviventi con uno stile fraterno o amicale”.

“Da bambino piangevo molto facilmente. Non piangevo per insoddisfazione, per capriccio. Piangevo davanti al mendicante, davanti ad una vecchia tutta storta che barcollava sul suo bastone, ero scosso dai singhiozzi davanti al corpo agonizzante di un gattino già invaso dalle larve delle mosche. Piangevo e quel pianto era una cosa nascosta, provavo pudore per questa mia eccessiva sensibilità. Mi guardavo intorno e vedevo che nessun altro piangeva e così, oltre al pudore, provavo anche uno straordinario senso di solitudine. Quello che io vedevo, gli altri non sembravano notarlo, il loro sguardo si fermava alla forma – il povero, la vecchia, il gatto morente. La domanda nascosta dietro quelle creature pareva non affacciarsi alle loro menti” (da “Per sempre”). Bisogna educare la sensibilità e alla sensibilità; studi e orientamenti in tal senso sono stati formulati dallo psicoterapeuta tedesco Rolf Sellin: “Gli ipersensibili si distinguono per il fatto che percepiscono tutto in modo più intenso: sono osservatori attenti. Questo dono emerge fin dall’infanzia, e quando la loro percettività viene ignorata, per principi educativi o convenzioni sociali o perché scomoda, allora il bambino perde la fiducia in sé e comincia a orientarsi secondo la modalità percettiva di chi lo circonda”.

“Ero davvero fragile? Sì, ero fragile. Veniva da mio padre questa fragilità? Non ho mai saputo rispondermi. Mio padre era un uomo forte e retto. Se non avesse avuto la limitazione della cecità, avrebbe letteralmente ribaltato il mondo. Non era lui come persona, ma la sua condizione ad avermi spinto ad avere un grado diverso di sensibilità – la sua condizione, unita al suo passato. La morte violenta di suo padre e di sua sorella, la perdita di ogni cosa, la cecità avevano forse lasciato qualche traccia nel suo Dna e quella traccia – traccia di devastazione – si era trasferita dentro di me; perché non sono solo il colore degli occhi o la forma del naso a venire trasferiti da un genitore a un figlio, ma, probabilmente, anche tutto il dolore e la follia e la distruzione vissuti dalle generazioni precedenti. Per quel che mi riguarda, potrei dire che ho gli occhi verdi, il naso grande e dritto di mio nonno e che in me riposa anche una buona parte degli orrori del Novecento” (da “Per sempre”). Oggi, sempre più spesso, le famiglie sono fragili e sono fucina di relazioni fragili, invece la famiglia dovrebbe essere la culla in cui custodire e salvaguardare la fragilità perché è una peculiarità che caratterizza e forma la personalità (e non che la indebolisce) portando all’introspezione e all’empatia, come dicono gli esperti tra cui lo psicologo Alfio Cascioli. Quella fragilità e quella cura della fragilità che emergono nella “Carta dei diritti del bambino nato prematuro” del 21 dicembre 2010, un testo che, seppure programmatico, offre ricchi spunti per i genitori e altri operatori.

“Io ormai andavo in giro da solo, cominciavo ad essere indipendente, ad avere i miei tempi, i miei ritmi – e a desiderare che i miei tempi ed i miei ritmi fossero rispettati. Nell’incoscienza vitale dei miei quattordici anni non mi accorgevo della sofferenza di mio padre” (da “Per sempre”). Uno degli step della vita familiare in cui si avverte di più la fragilità personale, intrapersonale e interpersonale è l’adolescenza dei figli. In questo periodo di crescita si percepisce inesorabilmente il peso e la responsabilità della genitorialità. È il momento in cui maggiormente si deve far sentire e vivere il contenuto dell’art. 315 bis cod. civ. “Diritti e doveri del figlio”, quei diritti e quei doveri che consentono al figlio di sperimentare lo status di figlio mettendosi pure in opposizione ai genitori, come avviene tipicamente nella fase adolescenziale.

“Di quanto dolore sono fatte le nostre vite? Di quanto dolore evitabile? Alle volte penso che al momento della nostra morte non vedremo scorrere tutta la vita, come dicono, ma soltanto una piccola parte – i gesti d’amore mancati, la carezza non fatta, la comprensione non data, quel muso inutile tenuto troppo a lungo, quella caparbietà nutrita soltanto di se stessa” (da “Per sempre”). La famiglia è, spesso, causa di dolore per il suo essere patologica o patogena, ma è essa stessa provata dal dolore che può consolidarla o sgretolarla. Una delle sofferenze che possono segnare la vita familiare è la presenza di un figlio o altro congiunto con disabilità, non solo per le cure quotidiane rimesse in gran parte ai “caregiver” (quei familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile e che talvolta sono costretti ad abbandonare il proprio lavoro) ma anche per le prospettive future. Per questo è stata emanata – dopo tanta attesa – la legge 22 giugno 2016 n. 112, “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”, cosiddetta legge “Dopo di noi”.

“È stata l’unica notte in cui abbiamo dormito nella stessa casa, in due letti diversi. Ero sorpreso ed offeso dalla tua reazione, dal non avere capito la mia buona volontà, il mio desiderio di renderti felice. Tu invece eri addolorata dall’aver scoperto che tuo marito – il padre di tuo figlio – con la sua mente e con il suo cuore arrivava solo fino a un certo punto – da lì in poi eri sola, e sapevi che, in quella solitudine, avresti dovuto affrontare i tuoi fantasmi” (da “Per sempre”). L’obbligo di fedeltà, nell’art. 143 comma 2 cod. civ., è stato premesso agli altri obblighi dalla riforma del diritto di famiglia del 1975 perché è (o dovrebbe essere) la base e il collante della coppia, in quanto non riguarda solo la sfera sessuale ma l’intimità, l’interiorità della coppia, quell’empatia di coppia o diadica di cui il coito è solo un aspetto.

“Certo, mia madre avrebbe voluto qualcosa di più sontuoso, di socialmente più rilevante ma, alla fine, si era accontentata anche della pieve solitaria. Per lei, qualsiasi cosa era meglio dell’aborrito municipio, così in voga in quegli anni, o, peggio ancora, dell’anonima nullità di una convivenza. Qualche giorno prima della cerimonia venni preso da scrupoli. «Mi sento disonesto», ti dissi «sto per fare questo passo soltanto per accontentarti, per il quieto vivere familiare, per la felicità di quella bigotta di mia madre, ma io non sono bigotto e …»” (da “Per sempre”). Quando ci si sposa, si dovrebbe essere liberi da condizioni e condizionamenti, per cui è sempre valido e attuale quanto previsto nell’art. 16 par. 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: “Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi”. Bisogna evitare sin dall’inizio relazioni disfunzionali tra le famiglie d’origine: ci si deve sposare se si è entrambi consci e consapevoli di volersi sposare e non per realizzare la volontà di uno dei partner o, peggio, dei genitori. Causare o concausare relazioni disfunzionali porta a impoverirsi o inasprirsi la propria sfera emozionale e relazionale e a privare gli eventuali figli di quelle relazioni familiari che concorrono al pieno ed armonioso sviluppo della personalità e che sono tutelate nell’art. 8 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia.

“I primi tempi della nostra vita insieme, mi aveva colpito una tua abitudine che ignoravo – ogni mattina, dopo la colazione, ti ritiravi in camera da letto e lì, per una mezz’ora, non volevi essere disturbata. All’inizio ti prendevo in giro: «Sono sicuro che riprendi a dormire». Invece di rispondermi, mi guardavi con un sorriso più enigmatico di quello della Gioconda. Ho cominciato, allora, a sentirmi geloso – com’era possibile che ci fosse qualcosa che non condividevi con me, per quale ragione dovevo sempre fermarmi sulla soglia? Ho anche provato a distrarti con delle scuse pratiche” (da “Per sempre”). Nell’art. 144 cod. civ., la cui formulazione è stata una delle più importanti innovazioni normative della riforma del diritto di famiglia, si legge che i coniugi concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare. Previsione che comporta che i coniugi non solo continuino la loro vita professionale ma è giusto e opportuno che conservino spazi individuali, le loro amicizie e interessi coltivati, per poi ritrovarsi e ricongiungersi nell’indirizzo della vita familiare e per questo devono pure fissare la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia stessa. Quell’equilibrio che non significa scendere a compromessi ma incontrarsi e confrontarsi continuamente, altrimenti la relazione diventa asfittica o asfissiante. Non esiste solo la coppia, ma esistono due persone che formano la coppia, vivono in coppia e anche singolarmente.

“Tu dialogavi con l’eterno, ed io? Ero stato un marito noioso, prevedibile, privo di qualsiasi guizzo. Pensavo al mio lavoro, alle cose pratiche, al mutuo che volevo fare per acquistare la prima casa e alle riunioni di condominio in cui mi toccava litigare. I primi anni lavoravo al pronto soccorso, e quelle quotidiane immersioni nel dolore mi allontanavano da qualsiasi tipo di poesia. Ti ero grato per quella che mi offrivi – tornare a casa era come un balsamo ma, di mio, non sarei stato capace di apprezzare neppure un verso. Se non ci fossi stata tu, mi sarei probabilmente sprofondato nel divano con un bicchiere di whisky” (da “Per sempre”). Famiglia è casa. Tornare a casa non deve essere un dovere, ma un piacere: tornare nell’habitat, indossare i propri abiti mentali e reali come la propria pelle, ritrovare le abitudini esistenziali ed essenziali. Nel summenzionato art. 144 cod. civ. si parla di “indirizzo della vita familiare”, ma prima ancora dell’indirizzo è necessario che ci sia e si viva una vita familiare, fatta di commensalità e convivialità. In passato la madre trascorreva ore e ore in cucina, assicurandosi una famiglia forte di nutrimento e amore e affermando così il proprio ruolo di madre nutrice, perno della famiglia. “Oggi non si condivide quasi più con i propri cari il cibo approntato in casa, dopo un duro e lungo lavoro di preparazione – spiega Mariagiulia Mariani, antropologa del cibo –. Si mangia fuori casa, cibo preparato da mani sconosciute o da industrie. Si pranza, in genere, con colleghi di lavoro, compagni di scuola o da soli. Si può arrivare anche a mangiare in piedi, camminando, di fronte a un computer, in auto. Uno dei grandi cambiamenti nel nostro modo di alimentarci è la mercificazione del cibo, la perdita della sua sacralità”. In molte famiglie di oggi si sono perse le dimensioni dell’emozionalità, della ritualità e della sacralità del mangiare insieme, momento di condivisione e conversazione, intriso anche del gusto di discutere se seguire o meno il telegiornale o su quale canale televisivo girare; di converso, sono diffusi i disturbi del comportamento alimentare tra i ragazzi, che sono altresì una richiesta di attenzione e di ascolto, una manifestazione di fame d’amore o nausea d’amore o indigestione d’amore.

“Uscire da se stessi. Non è forse questo il segreto per sfuggire al “troppo tardi”? Ma quando lo capisci purtroppo la tua vita è andata troppo avanti. Troppo avanti. Troppo tardi. Troppa amarezza. Troppo dolore. Troppo dolore che si poteva evitare” (da “Per sempre”). Quante volte accade in famiglia, troppe volte, soprattutto a danno dei bambini.

Ogni famiglia, però, è germe di speranza di cui si ha bisogno, di cui la vita ha bisogno. “Mi ero seduto accanto a lei e quando le avevo chiesto: «Chi è Dio?», mi aveva risposto: «Dio è un bambino a cui cambiare le fasce»” (alla fine del romanzo).

 

 


[1] S. Tamaro, “Per sempre”, ed. Giunti 2011


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