L’individualismo ideologico

L’individualismo ideologico

Sabetta Sergio

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         Nel suo ultimo intervento al Festival della Filosofia di Modena Zygmunt Bauman osserva che l’ideologia “attualmente predicata dai vertici perché sia fatta propria dal popolo coincide con l’opinione che pensare alla totalità ed elaborare concezioni della società giusta sia una perdita di tempo, in quanto irrilevante per i destini individuali e per il successo nella vita” (1).
         Viene a mancare il concetto di diversità del collettivo rispetto al singolo, unire le forze per un’azione collettiva è inutile non esistendo più la “causa comune” e viene pertanto a perdersi il principio della responsabilità comune, considerata base per l’aborrito “Stato assistenziale”, elemento di dipendenza e quindi di ostacolo alla felicità quale esclusivo successo personale, alla cui gara tutti confusamente partecipano in pochi arrivano e solo nell’arrivo si consegue il rispetto sociale.
         Si nega di fatto per tale via la Kalokagatia, ossia l’ideale greco della perfetta personalità, sia come virtù intera, del perfettamente buono e bello, cioè coraggioso nel non corrompersi con gli altri beni, sia come virtù magnanima, desiderio di essere degni di grandi onori ma giudicando modestamente e quindi onorevolmente se stessi secondo il proprio effettivo valore, senza gelosie e invidie per gli altri (Cartesio).
         Anche la tanto decantata laicità viene meno in quanto questa “ideologia senza ideali”, come la chiama Bauman, diventa elemento di esclusione e rifiuto del rispetto creando spirali di rancori, in altre parole mostra un carattere di antagonismo, divenendo essa stessa religione individuale della felicità promessa, demolitore della comunità. Questa ricerca individuale della terra promessa, senza che vi sia una precedente introspezione, prepara i futuri conflitti sociali a cui i vertici sperano di sottrarsi attraverso un continuo contrapporre, in cui ognuno è nemico per gli altri, rendendo per tale via ancora più conservativa la società attuale.
         Nel liquidare i pensieri alternativi vi è un impoverimento della creatività visionaria, andando verso una razionalità rigida senza fantasia, sostanzialmente arida, misurabile esclusivamente in ritorni economici a breve termine, questo pone il problema della pazienza, come attesa di un ritorno non solo economico derivante dalla vicendevole sopportazione quale scelta ponderata.
         Il blocco emozionale e mentale che impedisce la nascita dei pensieri alternativi crea l’auto-realizzazione dell’evento, l’effetto cumulato delle relazioni, ossia un circolo vizioso auto-catalitico che nel rafforzarsi in una crescita esponenziale, può portare alla catastrofe e morte del sistema relazionale se non interviene a correggerne l’andamento un feed-back negativo, ossia l’idea della socializzazione, del pensare in termini sociali non riducendo tutto al singolo individuo quale depositario dell’assoluto successo o della totale sconfitta.
         Si tratta di una reazione nata dalla sconfitta delle ideologie moderniste in cui l’individuo veniva omologato nella macchina pubblica, ma che si risolve di per se stessa in una nuova ideologia altrettanto assoluta, negazione della laicità e dell’uomo seppure falsamente liberatoria, nuova fonte di malessere.
 
Nota
 
1.     Zygmunt Bauman, L’ideologia senza ideali, in Repubblica, 43, 17/9/07;
 
 
Bibliografia
 
·        E. De Bono, Creatività e pensiero laterale, Rizzoli, 1998;
·        A. Gandolfi, Formicai, imperi, cervelli. Introduzione alla scienza della complessità, Borighieri-Casagrande, 1999.

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