L’altro, mezzo e/o specchio

L’altro, mezzo e/o specchio

Sabetta Sergio

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“L’animo del nostro popolo è stato talmente avvelenato dalle smargiassate durante gli ultimi venticinque anni che probabilmente diventerebbe pavido se gli proibissero le spacconate” (Von Valentini, in E. Eyck, Storia della Repubblica di Weimer 1918-1933, 1, Einaudi 1966)

Il soggetto  che ha in sé una valenza polivalente, in  Cartesio il soggetto acquista progressivamente una capacità assorbente tale da totalizzare la realtà, l’Io penso diventa un Io assoluto che riassume in sé la complessità del mondo, questo spirito assoluto manca tuttavia della concretezza esistenziale, tale trascendentalità viene tuttavia messa in crisi da Husserl mediante l’introduzione del concetto di senso  che si traduce nell’intenzionalità, si creano comunità intersoggettive e storie comuni, passando da un soggetto ontologico-gnoseologico ad uno logico-linguistico, dove alla parola “io” segue la possibile intersoggettività quale conseguenza del discorso che si instaura con l’altro, in cui l’io diventa “egli” in quello che Wittgenstein definisce come l’impossibilità di un linguaggio “privato”.

La soggettività è il soggetto che contemporaneamente ha un mondo ma è anche nel mondo e come tale partecipa ai suoi limiti, alle sue ricchezze e alle sue passioni, si crea quindi una intersoggettività che produce nel suo essere anche corpo una storia, dal rappresentare solo un pensiero si aggiunge l’esperienza che è in sé storia del soggetto, il suo vissuto in concreto, si ha pertanto il passaggio dalla semplice rappresentazione del mondo alla costituzione di senso nel mondo con tutta la complessità dell’uomo che la vive, l’intersoggettività diventa quindi innanzitutto un’apertura all’alterità.

Il superare l’aspetto puramente ontologico del soggetto fa sì che emerga l’alter ego quale calco dell’ego, il mutamento di prospettiva conduce nel corso del Novecento a definire il soggetto in funzione dei codici linguistici, essendo l’uomo calato e definito nel linguaggio, tanto da indurre Apel a parlare di “comunità comunicativa” e Habermas di “agire comunicativo”, dove a sua volta il dialogo porta a parlare di una razionalità scomposta in molteplici ragioni, in cui la soggettività muta da io a noi.

Il rapporto dell’ego con l’alter ego nel loro “appaiamento originario” crea l’esperienza fondamentale dell’estraneità, che è per Husserl fondamentale nell’aprire l’orizzonte della propria corporeità, ma al contempo attraverso l’empatia coglie l’esperienza dell’estraneo riconoscendolo, nella relazione vi è la comunità e in essa l’identificazione dell’io umano e dell’io personale, questo tuttavia non elimina la conflittualità che per Sartre è il fondamento dei rapporti tra le coscienze, la relazione è quindi anche conflittualità, riconoscendo al contempo che sebbene il soggetto sia assorbito nel mondo, esso è anche un Esserci, quella che Heidegger definisce come struttura co-originaria all’essere nel mondo, con – essere e con – Esserci, che diventa per Sartre “corpo in situazioni”.

Emergono tre termini che Buber individua in : Relazione, Reciprocità e Incontro, i quali fanno considerare l’uomo soggetto intrinsecamente e senza altra possibilità che dentro la relazione, nell’accentuare tale circostanza fino a rendere un rapporto Io – Tu, la relazione diventa immediatezza dell’incontro, in cui necessita l’abbattimento di ogni ostacolo e nell’incontro avviene la qualificazione positiva attraverso la relazione di ogni vita, la partecipazione viene a costituire la realtà in cui agire senza che per questo si abbia un adattamento totale, nell’interrelazione il linguaggio costituisce un semplice medium, ma la relazione è qualcosa di dinamico che nel costituirsi e svilupparsi ha in sé gli elementi per la sua progressiva corruzione e scomparsa.

I fallimenti umani che si sono succeduti nella storia sono da imputarsi per Buber nei due estremi dell’individualismo esasperato e del collettivismo, nel primo vi è una affermazione fittizia come persona nell’essere che si rivela nella realtà una devastazione, nel secondo vi è una rinuncia alle decisioni e responsabilità personali in entrambi i casi manca la capacità di instaurare una autentica relazione, in questo l’altro deve assumere la concretezza di quello che Levinas definisce un “volto”, una incarnazione che superi l’astrattezza diventando elemento teleologico concreto e palpabile in cui riconoscersi.

In questo assume fondamentale rilevanza la comunicazione, la capacità linguistica di uno scambio di valori tale da creare una ideale comunità dialogica (Apel, Habermas), tuttavia questo dialogare, nel creare un discorso non può eliminare totalmente la violenza, l’estremizzazione del discorso che è insita nell’uomo, nella sua ricerca di una affermazione coincidente con gli istinti evolutivi dello spazio e del potere sull’aggregazione comunitaria da inserirsi nelle moderne dinamiche economiche, in cui i sistemi istituzionali assumono funzioni opposte di controllo e di dialogo nell’ondeggiare fra i due estremi, nel quale il potere è sempre qualcosa di sublime e l’etica di estremamente sottile, sorretta dalla pressione comunitaria, gli stessi diritti possono trasformarsi da riconoscimento dell’altro e nell’altro in strumenti di lotta e sopraffazione, nella loro estremizzazione strumentale.

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