Il principio della bigenitorialità

Il principio della bigenitorialità

di Concas Alessandra, Referente Aree Diritto Civile, Commerciale e Fallimentare e Diritto di Famiglia

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Il principio di bigenitorialità è il principio etico in base al quale un bambino ha una legittima aspirazione, vale a dire, un legittimo diritto a mantenere un rapporto stabile con entrambi i genitori, anche se gli stessi siano separati o divorziati.

Non devono esistere impedimenti che giustifichino l’allontanamento di un genitore da suo figlio.

Questo diritto si basa, in questa impostazione, sul fatto che essere genitori è un impegno che si prende nei confronti dei figli e non dell’altro genitore, per il quale non può e non deve essere condizionato da un’eventuale separazione e su questo diritto non si può fare ricadere la responsabilità di scelte separative dei genitori.

Il concetto di bigenitorialità o di genitorialità condivisa esiste in diverse discipline, ma per molto tempo veniva utilizzato in prevalenza in relazione alle famiglie unite.

Dopo la Convenzione sui Diritti del Bambino di New York del 20 novembre 1989, si è diffuso sempre di più il concetto che un bambino ha il diritto di avere un rapporto continuativo con entrambi i genitori, anche se gli stessi si separano.

In questo modo, man mano che questo principio prendeva piede, il concetto di bigenitorialità è stato esteso anche alla famiglia separata.

Un concetto analogo esiste anche in Biologia e Genetica ma è relativo  all’eredità genetica di un essere vivente da entrambi i suoi genitori e deriva dall’inglese biparentality.

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I diritti dei figli

L’articolo 147 del codice civile, rubricato “doveri verso i figli” recita:

Il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’articolo 315-bis (107, 155, 279, 330, 333, 30 Cost. 570 – 572 c.p.).

Di conseguenza, rappresenta un preciso diritto dei figli quello di essere mantenuti, educati, istruiti e assistiti dai genitori, nel rispetto delle loro capacità, delle loro inclinazioni naturali e delle loro aspirazioni.

I figli  hanno il diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.

(art. 315 – bis c.c.).

I non hanno esclusivamente il diritto di restare con i genitori, e loro il diritto/dovere di stare con i figli, ma anche di conservare stabili ed effettivi rapporti affettivi con i parenti, vale a dire nonni, zii, cugini, e altri.

La separazione dei coniugi e il principio di bigenitorialità

Il diritto dei figli di restare con i genitori viene messo in seria discussione in presenza della separazione degli stessi.

Quando due coniugi decidono di separarsi, per regolarizzare la situazione è necessario che si rivolgano al giudice in modo che pronunci il provvedimento di separazione personale con il quale ottengono l’autorizzazione di abitare ognuno per conto suo, disponendo anche le misure idonee per l’affidamento della prole.

In realtà, si può ottenere lo stesso risultato anche rivolgendosi a dei legali, i quali,attraverso la procedura di negoziazione assistita, fanno stipulare alle parti una convenzione che se ottiene il nulla osta del pubblico ministero, è vincolante allo stesso modo di un provvedimento giudiziale.

Quando due persone unite da vincolo matrimoniale si separano, si presenta la questione dell’affidamento dei figli.

Secondo la legge, il principio di massima da rispettare è quello della bigenitorialità.

In base a questo principio, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ognuno dei genitori, di ricevere attenzione, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ognuno dei rami genitoriali (art. 337 – ter c.c.).

L’affidamento della prole in presenza di separazione

Il principio di bigenitorialità , in presenza di separazione e di divorzio dei coniugi, si trasforma nel dovere del giudice di preferire sempre l’affido condiviso della prole anziché quello esclusivo.

L’evoluzione del diritto di famiglia, allo stato dell’arte, si deve ancora occupare della portata e dei confini entro i quali circoscrivere il concetto di bigenitorialità, introdotto dalla legge n. 54 del 2006, orientato a garantire l’effettività del diritto dei figli a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, anche in presenza di separazione.

Il compito dell’organo giudicante diventa particolarmente difficile quando sul piano pratico si verifica l’esistenza di una situazione di conflitto tra i genitori, alimentata da una competitività esasperata, tesa a distorcere le finalità dell’istituto attraverso sopraffazioni di carattere egoistico idonee a sacrificare le aspirazioni di esistenza dei figli.

In un simile contesto si pone un’ordinanza della Suprema Corte di Cassazione (Corte di Cassazione, Ord., 10 dicembre 2018 n. 31902), con la quale la Corte si è vista costretta a negare l’applicazione di una proporzione matematica in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore con ognuno dei genitori e a ricordare come va correttamente inteso il diritto alla bigenitorialità.

In parole povere, la Cassazione con la sopra menzionata ordinanza, precisa che la bigenitorialità non si concretizza in termini di parità dei tempi di frequentazione del minore, ma richiama semplicemente il diritto di ogni genitore e del figlio ad essere presente in modo significativo nella sua vita, contemperando questo diritto con le complessive esigenze di vita che si pongono nel caso concreto.

Di conseguenza, il diritto alla bigenitorialità deve essere inteso in modo corretto come presenza comune dei genitori nella vita dei figli, idonea a garantire agli stessi una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, che hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione (Cass. Civ., 23 settembre 2015, n. 18817).

Nello specifico, in tema di affidamento dei figli minori, il giudice deve orientare la sua decisione verso l’interesse morale e materiale esclusivo dei figli minori, in relazione alle capacità dei genitori di crescere ed educare la prole nella situazione causata dalla disgregazione dell’unione.

Semplificando, nei casi di separazione personale dei coniugi il giudice per porre in essere il principio di bigenitorialità si deve fare orientare da determinati parametri.

Deve tenere conto del modo nel quale i genitori hanno in precedenza svolto i loro compiti in relazione alla prole.

Deve valutare le rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità a un assiduo rapporto genitore-figlio.

Deve considerare la personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore.

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