Il fallimento della riforma della s.r.l.

Il fallimento della riforma della s.r.l.

di Ceci Umberto Maria

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Il Legislatore durante l’arco di poco più di un anno, è riuscito a innovare l’intera disciplina codicistica riguardante il modello societario della s.r.l..

In breve tempo, infatti, sono state introdotte, modificate e in alcuni casi abrogate, le nuove norme che disciplinano le c.d. nuove società a responsabilità limitata: le s.r.l. semplificate (s.r.l.s.) disciplinate dall’art. 2463c.c. il quale è stato introdotto dall’art. 3 D.L. 24 gennaio 2012 n.1 e le s.r.l. a capitale ridotto introdotte dall’art. 44 D.L. 22 giugno 2012 n.83.

La ratio che ha spinto il Legislatore a promulgare le sopra citate norme, è senz’altro stata quella di allinearsi con il panorama legislativo europeo nell’intento di agevolare con  nuove caratteristiche, lo sviluppo di nuove iniziative imprenditoriali, con uno specifico focus all’imprenditoria giovanile, cercando contestualmente di abbattere, con i modelli societari in esame, le tempistiche e le lungaggini burocratiche che permettano di avviare un business nel sistema Italia.

 

Per quanto atteneva le s.r.l. semplificate, in prima battuta, il Legislatore richiedeva che i soci dovessero essere persone fisiche, le quali in sede di costituzione della società non dovessero aver compiuto il trenacinquesimo anno di età; per quanto riguardava gli Amministratori era espressamente previsto che essi venissero scelti all’interno della compagine sociale; per ciò che, riguardava le quote, esse non potevano essere cedute a persone fisiche che non fossero in possesso del dato anagrafico richiesto ai soci in sede di costituzione della società.

 

Relativamente le s.r.l. a capitale ridotto, l’unico ed inderogabile elemento richiesto dal Legislatore era che tutti i soci (o eventualmente il socio unico) fossero persone fisiche, non richiedendo all’uopo alcuno specifico requisito anagrafico.

 

Mentre era richiesto per entrambi i modelli societari, era di avere un capitale sociale compreso tra un minimo di1,00 euro ed un massimo di 9.999,00euro, capitale che doveva essere inderogabilmente coperto da conferimenti eseguibili solamente in denaro e da versarsi interamente.

 

Passato un anno dall’emanazione di tali norme, è stata introdotta di una nuova disciplina di cui all’art. 9 D.L. 28 giugno 2013 n.76 convertito in seguito nella Legge 99/2013, con la finalità di raggiungere una semplificazione effettiva in virtù di un’unione fra le due varianti e le conseguente estensione a tutti i soci (persone fisiche) di quelle agevolazioni riservate in un primo momento solo alla s.r.l. semplificata, non aggiungendo più alcun riferimento al dato anagrafico.

 

In buona sostanza, ciò che è senz’altro rimasto, sono quelle agevolazioni in merito all’onorario notarile, all’imposta di bollo e ai diritti camerali a fronte dell’obbligo, di utilizzare in sede di costituzione, lo statuto standard e le inderogabili clausole inserite all’interno dello stesso, di matrice ministeriale.

 

Tutto ciò ha creato il primo difetto di coordinamento in sede di modifica legislativa, tanto è vero che, a questa previsione non è immediatamente seguito un adeguamento di quelle clausole al modello di statuto tipizzato utilizzato nel giugno 2012, facendo così scaturire un contrasto tra la nuova e la vecchia disposizione, ancora oggi non modificata. Conseguentemente si è posto il problema di avere uno statuto tipizzato contenente l’obbligo di divieto del trasferimento delle quote sociali a persone fisiche maggiori di 35 anni di età e l’obbligo di avere Amministratori appartenenti alla compagine sociale, disposizioni che sono state abolite con il D.L. 76/2013.

 

Si è inoltre ampliato, l’accesso a regime di irresponsabilità della compagine sociale, per le obbligazioni sorte in capo alla società, di fronte ad un capitale minimo compreso quindi, fra 1,00 ed 9.999,00 euro1.

E’ anche vero, d’altronde che rimane a garanzia di tutti i soggetti terzi che entrano in contatto con la società, la necessità dell’esistenza e soprattutto della certezza di un capitale sociale e di tutti quei vincoli imposti dal codice civile di intervenire con celerità e senza indugio nei casi in cui il rapporto che intercorre tra il patrimonio e il capitale sociale sia disomogeneo in seguito a perdite che eccedano un terzo di quest’ultimo.

Di conseguenza ne discende che, quanto più il capitale è vicino al minimo valore richiesto dalla legge, tanto più la compagine sociale deve attivarsi, sulla scorta delle regole imposte a tutela dei creditori, dovendo così ricapitalizzare con nuovi conferimenti le società in perdita.

 

In un quadro normativo delineato in tal modo, l’utilità del modello s.r.l.s. è stato nella pratica assolutamente ridimensionato di molto, anche in virtù del D.L. 76/2013 che in sede di conversione nell’art.9 comma 15 ter, il quale riportando nel dato letterale della norma una disciplina delle s.r.l. c.d. ordinarie, permette alle stesse di avere un capitale sociale minimo, anche inferiore ad euro 10.000,00 ex art. 2463, comma 4 c.c..

Detta modifica legislativa, quindi, nel panorama giuridico che regola le s.r.l. c.d. ordinarie è andata a limitare ancor più la necessità e la conseguente convenienza di ricorrere al modello delle s.r.l.s.. L’unica vera convenienza si rinviene nell’ipotesi di godimento delle agevolazioni in materia fiscale e notarile durante la fase della costituzione, a fronte della quale, però, le s.r.l.s. è bene evidenziare come debbano sottostare a quei vincoli imposti già in prima battuta legislativa e già accennati, come quello di non avere libertà redazionale per ciò che riguarda lo statuto sociale, il quale come accennato è fornito dal Ministero in formato standard ed è inderogabile e immodificabile.

 

Per tali motivazioni, in virtù di quanto offerto dalle normative codicistiche, oggi è facilmente ipotizzabile che, l’imprenditoria possa optare più facilmente per il modello della s.r.l. c.d. ordinaria con un capitale sociale fissato sotto i 10.000,00 euro, non dovendo rispettare i limiti sopra citati, ma dovendo, quindi, rispettare come unico vero obbligo quello della patrimonializzazione della società, tramite la formazione della riserva legale verso la quale è richiesta la destinazione di un quinto degli utili annuali, così come specificato dalla disciplina.

La conseguenza, di fatto, è che il susseguirsi delle norme promulgate, pubblicizzate agli occhi degli interpreti come uno sforzo normativo compiuto dal Legislatore per raggiungere un’agognata semplificazione burocratica, si è dimostrato l’ennesimo fallimento riformatore, realizzando, nella pratica, un intasamento burocratico ed amministrativo che è andato ancora una volta a colpire la già farraginosa macchina legislativa italiana, traducendosi dunque, in incertezze operative e relativi dubbi spesso con riscontri onerosi nelle scelte di indirizzo e di politica aziendale e societaria da parte degli imprenditori.

 

Riforma conclusasi quindi, in un nulla di fatto, consentendo con la medesima, di accedere alla responsabilità limitata dei soci, nel panorama delle s.r.l. c.d. ordinarie, con un capitale sociale anche inferiore ai 10.000,00 euro, a fronte della sola introduzione di un nuovo comma nel dettato dell’art. 2463 c.c.; e quindi non apportando concreti incentivi all’introduzione di nuovi capitali nel sistema economico italiano e non aiutando una ripresa economica tramite l’imprenditoria giovanile, tale riforma si è quindi risolta nell’essere meramente materia di studio per la dottrina più attenta, in riferimento alla sovrapposizioni normative.

 

Fra gli osservatori e commentatori più vigili in merito, non può non citarsi il Consiglio Notarile di Milano, il quale all’uopo ha emanato la massima n.143 in materia societaria con la quale ha chiaramente affermato che secondo il suo autorevole e ponderato parere: In seguito alle modificazioni dell’art. 2463 c.c., ad opera del d.l. 76/2013, tutte le s.r.l., a prescindere dall’ammontare del capitale sociale:

a) possono deliberare una riduzione del capitale sociale a copertura di perdite a un ammontare inferiore a euro diecimila, sia qualora la società versi nelle situazioni di cui agli artt. 2482-bis e 2482-ter c.c., sia qualora essa abbia perdite inferiori a un terzo del capitale sociale;

b) possono deliberare un aumento del capitale sociale, a titolo gratuito o a pagamento, ad un ammontare inferiore a euro diecimila, anche in seguito a riduzione o azzeramento del capitale sociale a copertura di perdite.

Si ritiene invece che non possa essere deliberata una riduzione del capitale sociale mediante rimborso ai soci delle quote pagate o mediante liberazione dall’obbligo dei versamenti ancora dovuti o mediante passaggio di capitale a riserve disponibili, qualora, all’esito dell’operazione, la somma del capitale sociale e della riserva legale risulti di ammontare inferiore a euro diecimila.2

 

 


1 Le società di capitali e le cooperative – Manuali Notarili a cura di Lodovico Genghini, 2015.

2 Massime in materia societaria – Consiglio Notarile di Milano, 2015.

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