Grammé – phoné

Grammé – phoné

Sabetta Sergio

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“Pochissimi sono stati, nella storia, gli uomini collocati in posizioni di tale importanza strategica o così strapotenti da riuscire, da soli, a provocare disastri di portata generale”

(C. Fair, Storia della stupidità militare. Da Crasso al Vietnam, 1, Mondadori 1971)

 

Secondo la definizione platonica il “logos” è nella parola quale processo dinamico della vita, il testo scritto è una cristallizzazione fuori tempo, una traccia statica distaccata dal suo artefice che non può più precisarla e nell’eventuale precisazione è superato dall’evolversi del tempo, tuttavia la scrittura posta all’esterno del “logos” è riconosciuta anima interna al “logos” come dialettica, vive un movimento di ritorno che falsifica la parola ma è necessario all’esistere nel tempo del senso della parola stessa (Derrida), vi è quindi una certa unità derivante dall’assenza dell’origine che viene posto artificialmente per creare il discorso, lo stesso nominare crea già la distinzione tra concetto ed oggetto, viene meno l’ideale platonico di una esattezza nel rapporto tra scrittura e segno a sua volta difforme dal concetto (Derrida).

Nella tradizione kantiana il linguaggio è uno strumento, contenuto di significati, dove il soggetto è al centro dell’analisi logica, nella tradizione hegeliana il mondo è interpretato nei testi con i termini letterari e storici, qui è la “grammatica” che acquista la centralità necessaria nell’interpretazione, ma nel preciso momento che un pensiero acquista una diffusione tale da diventare un “ismo” vi è la volgarizzazione in un potere più istituzionale che analitico (Johnson), di fatto il testo viene ri-scritto, vi è la pratica della scrittura sulla scrittura con la doppia assenza dell’autore e del referente ad hoc, gli incisi nel testo e aggiunti al testo favoriscono la stratificazione senza fine dell’intertestualità, il senso viene differito in una catena indefinita di significati con l’impossibilità di una interpretazione conclusiva, si decostruisce l’idea stessa di centro fondatore da cui irraggiare la totalità quale idea, vi è una retorica che si sovrappone al rapporto tra grammatica e logica (de Man).

L’ambivalenza delle diverse interpretazioni è spesso irriducibile, non  risolvibile dialetticamente, in un continuo rapporto di smantellamento e ri-costruzione (Miller), il linguaggio nel suo ritorno al retroterra crea possibilità (Derrida), la norma è pertanto soggettiva e viene oggettivata attraverso la procedura che riassume in sé la ritualizzazione del conflitto, che da conflitto di interessi diventa un conflitto interpretativo, e la sacralizzazione ottenuta con il rito, una duplicità irriducibile essendo il conflitto di per sé una de-sacralizzazione, la codificazione diventa traccia che raccoglie in sé l’identificazione del fatto (atto, luogo e tempo) e del suo superamento attraverso l’interpretazione dinamica (Deridda), in questo definire i rapporti si consuma quella che Lévi-Strauss definisce una violenza tuttavia necessaria alla deriva caotica della complessità sociale, dove vi è quello che per Derrida è il “differire”, una dinamicità che si immedesima nella dif-ferenza del  linguaggio e quindi della rappresentazione che è la scrittura.

Husserl riconosce l’impossibilità di isolare l’istante, di ottenere la purezza dell’idealità, come l’istante sfugge l’Ideale non può che realizzarsi nell’eterno ripetere di se stesso in un istante, vi è pertanto una contaminazione originaria del “logos” e della norma che in esso trae origine, nella difficoltà del rapporto tra elemento logico e nesso psicologico del pensiero si ottiene l’ermeneutica della norma rifacendosi al contesto, negando la traccia che vi è nell’interprete della sua personale esperienza, si veicolano significati di un autore assente per soggetti dissolti nel tempo, l’attualizzazione si basa pertanto nel rapporto analisi/abitudini secondo “associazioni di idee” (Husserl), il concetto di giustizia nella sua soggettività porta con sé le patologie che si manifestano nell’arena pubblica dei tribunali, quale “indice” di un malessere, febbre di una pandemia relazionale, a cui rimediare fornendo un senso alle tensioni, un equilibrio precario definito giustizia, uno spazio pubblico in cui nel riaffermare le esigenze profonde di una biologia dell’essere si mercanteggia, unendo istinti e logica, dove l’affermazione della massima eguaglianza si può risolvere nel suo opposto, dove vivono norme personalizzate paludate da diritti, in cui beneficio e giustizia si alternano e la sola discriminante nelle possibilità interpretative al fine di superare il nichilismo appare essere la “buona o mala fede” dello stesso interprete, che possa sovrapporsi alla ricerca di una eventuale efficienza del giudice superando per tale via l’inevitabile epoché, ossia la “sospensione del giudizio” che la correttezza culturale imporrebbe alla molteplicità interpretativa.

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