Fenomenologia del culturalmente corretto

Fenomenologia del culturalmente corretto

Sabetta Sergio

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Vi è una ricerca continua di razionalizzare e ricondurre al logos l’universalità onnipartecipabile dell’essere, una pluridimensionalità su cui la singolarità del soggetto dice solo indirettamente qualcosa sulla possibilità dell’essere e sulla sua verità, il pensiero razionale ragiona secondo un universo logico sistematico contrapposto al pensiero ermeneutico dove il riferimento è l’esperienza che interpreta la sistematicità, la riflessione sull’essere umano è indiretta quale interpretazione del reale, permane con l’ermeneutica la possibilità di un pensiero dialettico che esprima la contraddittorietà del rapporto uomo/realtà, nel quale il pensiero è disvelato attraverso la parola rivelativa ma anche insieme semplicemente espressiva di un prodotto storico e quindi di un portato ideologico, è nella maturità della persona rifarsi alla capacità rivelativa superando la pura contingenza, facendo confluire storicità, personalità e ricerca della verità interpretativa (Pareyson).

La verità diventa qualcosa di inesauribile, in un superamento della finitezza storica, della adeguatezza della norma per il momento storico, una verità infinita supera nella sua unità la frammentazione relativista che la necessità storica vorrebbe imporre, essa si muove nella persona affiancata alla possibilità del fallimento interpretativo, una coincidenza che si richiama al “bel rischio” platonico, il pensiero nel mantenere la distanza critica dall’oggetto costituito in ordine (Habermas), non può tuttavia esimersi dalla sua storia e dall’esperienza vissuta, la verità contiene in sé una trasmissione storica di valori e modelli culturali trasmessi attraverso il mezzo del linguaggio (Vattino), essa acquista pertanto una radicale storicità che ha comunque nel suo essere un “principio di fiducia” legato alla possibilità del reale (Eco), fondato sull’autorevolezza acquisita o trasmessa, ma l’ermeneutica non è che il riflesso della fenomenologia come questa dell’ermeneutica stessa.

La soggettività è operante solo come intersoggettività di relazioni e interessi di prospettive singolari, soggettività plurale, l’intersoggettività non si realizza da una coscienza collettiva bensì dalla singolarità, vi è pertanto una interconnessione di piani che solo apparentemente è una contrapposizione dove l’io si costituisce originariamente, i problemi fondamentali sono l’esperienza dell’altro come altre soggettività a me irriducibili e una autentica esperienza che non si riduca ad una mera deduzione o postulato, la percezione e rappresentazione diventa lo spazio da cui muoversi per una comprensione positiva dell’estraneità, dove non vi è un semplice allargamento della soggettività bensì una sua crescita, pur rimanendo l’io punto di partenza fattuale, l’esperienza del “mondo” e degli “altri” diventa quindi un’esperienza trascendentale rispetto alla prospettiva singola (Husserl).

Vi è nel singolo una solitudine radicale insita nel suo stato la quale è fondamento esplicativo per i fenomeni più complessi senza che sia definita una qualsiasi priorità temporale, se per il proprio essere vi è una percezione originale per l’alter ego vi è solo un’esperienza indiretta attraverso il medium dell’empatia, perdendosi altrimenti la singolarità dell’io (Husserl), l’io quale punto di partenza di ogni interrogazione lo è soltanto per me, il terreno comune tra me e l’altro avviene nell’oggettivazione della coscienza del tempo, quale condizione formale costitutiva dell’unità e identità degli oggetti su cui avviene la co-esperienza (Husserl).

L’appaiamento quale relazione percettiva inter-corporea nel rappresentare analogico dei miei possibili vissuti che avrei se mi ritrovassi nell’altro, fa sì che il singolare tantum dell’unico mondo oggettivo risieda nell’intersoggettività e non solo nell’io, sebbene l’io sia portato in molti casi a concentrarsi riflessivamente sul proprio essere a rinforzo ed esaltazione di se stesso, l’insorgenza di anomalie è da Husserl  presa seriamente in considerazione quale riconoscimento dei limiti al paradigma di una “normalità” razionale, l’esperienza percettiva è un processo nel quale il protendersi al futuro trattiene il passato, è un progressivo prendere atto dei nuovi aspetti possibili e percepibili dove vi è al contempo un continuo svuotamento ma anche una progressiva sedimentazione, si ha quindi un costante spostamento dell’orizzonte con una continua moralizzazione della coscienza, dove orizzonti indefinitamente aperti danno non una totalità ma un orizzonte complesso, la prospettiva cambia al cambiare della distanza dell’oggetto da me in una molteplicità di aspetti co-esistenti in ogni istante sullo stesso oggetto.

L’impossibilità di una adeguata percezione attuale fa sì che si modifichi la percezione dell’oggetto in una nuova esperienza da un “altro lato”, in questo si entra nell’esperienza dell’altro attualizzandola , si ha una prospettiva intersoggettiva aperta che supera la soggettività finita, gli altri possono sì essere tagliati ma rimane la loro possibilità aderente alla mia prospettiva, questa è una prospettiva sull’assoluto e in questo è per me trascendentale ma non è il possesso sull’assoluto, l’altro è un tempo a sé da me non percepibile, l’unificazione avviene in un’altra temporabilità che tra passato e futuro dia luogo a un orizzonte temporale comune , dove si forma la coscienza della finitezza e della successibilità quale continuità, la reazione è l’accettazione quale condizione della possibilità dell’esistenza degli altri o al contrario la negazione del limite con il semplice ignorarlo o con l’aggredire l’altro nel tentativo di dissolverlo (Husserl).

Ogni coscienza risulta essere il riflesso di una pluralità di coscienze, l’essere dell’altro non posso conoscerlo se non da me verificato nell’insieme dei miei vissuti, l’io solitario non è che un elemento di una stratificazione del concetto di io che emerge come polo di atti e affezioni dall’intersoggettività, quello che risulta non è la solitudine ma la singolarità, l’io nel suo “assoluto” si amplia nell’intersoggettività con una connessione sistematica dell’esperienza che mantiene comunque i limiti di una chiusura all’esterno, essendo comunque la connessione mia da dove viene a manifestarsi la dimensione linguistica della comunicazione (Husserl).

Appare pertanto evidente l’impossibilità logica di impedire all’io di esprimersi se non in termini da “altri” definiti culturalmente corretti, dove l’espressione non è  un aggredire ma bensì un semplice esprimere, definizione di un proprio pensiero, accettato o respinto comunque libero e tale da non compromettere la libera intersoggettività, la definizione è presupposto di una domanda a cui la risposta non può essere definitiva, diventando a sua volta elemento di nuove interrogazioni, dubbi ed equivoci.

Il fallimento della domanda porta a riflettere sul soggetto della stessa, sulla impossibilità di una risposta universalmente valida e quindi sul fallimento di ogni tentativo di unicità, il venire meno di ogni unità fa sì che l’essere appaia frammentato come gli oggetti finiti del suo conoscere, una possibilità insieme alle altre possibilità che negano il concetto di totalità dell’essere, tanto da indurre Jaspers ad affermare una relatività della verità, circostanza che non deve indurre al relativismo ma alla continua ricerca, in una domanda riflettente sul soggetto in una insoddisfazione della ricerca, nella quale i simboli linguistici rimangono in sospensione, soggetti al fraintendimento dell’interpretazione (Jaspers), nel tempo ma al di là del tempo nel quale il lettore per il solo fatto di esistere ne determina l’esistenza nel momento stesso della decodifica.

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