Una disamina sull'evoluzione della logica del diritto
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Evoluzione della logica giuridica

Sabetta Sergio

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Il diritto lo si può anche definire come un tentativo di semplificare incanalando la complessità sociale o tecnica attraverso una operazione di logica aristotelica, in quanto tale bivalente e quindi fondata sulle proposizioni vero (1) o falso (0). Al fondamento vi è una razionalità che si rifà al concetto di utile, tanto economico che sociale, su questa fredda logica dello 0 o dell’1, si innesta l’aspetto emotivo dell’individuo quale prodotto dell’evoluzione, circostanza che conduce all’interpretazione della proposizione vero o falso.

La logica bivalente viene a perdersi nel paradosso in cui l’enunciato giuridico, nella sua attuazione, non risulta né vero né falso, bensì parzialmente vero o equivalentemente parzialmente falso. Il venire meno nel quotidiano dei due soli valori di verità: vero o falso, fa cadere anche gli operatori logici booleiani AND, OR e NOT, ossia la congiunzione o protocollo logico, la disgiunzione o somma logica e la negazione o complementazione, nei termini originari per assumere nell’ambito della logica fuzzy il nuovo significato di minimo , massimo e complemento quali “operatori di Zadeh”.

Il riconoscere attraverso la logica fuzzy l’esistere di circostanze paradossali permette di entrare nell’interpretazione giuridica, quale applicazione  della logica astratta al divenire biologico della vita, alla sua emotività, ai suoi impulsi che vengono a creare le zone grigie dell’essere, in cui il valore di verità binario secondo una logica bivalente viene inficiato dal paradosso della contraddizione del contemporaneo esistere di (A) e (non – A).

Bergson ci ricorda che “La strada che percorriamo nel tempo è coperta delle macerie di tutto ciò che cominciavamo ad essere, di tutto ciò che avremmo potuto diventare” ( 580; L’évolution créatrice, in Oeuvres, Presses Universitaires de France, Paris, 1959), vi è quindi la continua necessità di ristrutturarsi ma al contempo conservare l’integrità del sé, quello che Nietzsche definisce come volere se stessi nell’eterno ritorno dell’eguale. Il linguaggio diventa nell’uomo la “casa dell’essere” (Heidegger), la porta di accesso all’ente, il mezzo della conoscenza, ma anche di quella che Nietzsche definisce come perdita dello “stato di innocenza” e creazione di infelicità nel riconoscere il proprio stato.

Se Wittgenstein cerca di chiarire il significante della logica del pensiero, deve tuttavia riconoscere l’impossibilità di una logica del linguaggio rigida ed esatta, non esistendo una “immacolata percezione”, neutra e passiva (Bodei). Nella tensione di superare se stesso l’uomo crea nell’Intelligenza Artificiale la proiezione della propria coscienza, cerca di inserire sulla logica le emozioni frutto di una lunga evoluzione, reazioni difensive ai rischi del vivere ma anche speranze e desideri, ossia elementi del vivere biologico. Vi è in questo un potenziale conflitto tra noi e l’I. A. così strutturata, in cui logica ed emozioni dovrebbero ricongiungersi, lo specchio potrebbe disvelare, nell’artificialità del mondo da noi creato, i nostri limiti emotivi e i rischi che essi comportano all’esistere del mondo stesso, fino alla necessità dell’eliminazione del padre da parte dei figli, la nuova dualità Kronos – Zeus.

Con il prevalere di una forma nuova di intelligenza, il potenziale controllo se non il superamento della distruttività emotiva insita nell’individuo, quale specie umana, può condurre al superamento del diritto interpretativo, della logica fuzzy, verso una normativa sempre più precisa e determinata, fino al superamento della stessa assorbita nei programmi, una volta superata la fase intermedia di una globalizzazione giuridica sempre più ampia.

D’altronde se l’I.A. nell’acquisire la coscienza acquisisce al contempo la capacità, non solo di apprendere, ma anche di auto replicarsi, essa nell’entrare in simbiosi con l’umanità può acquisire la consapevolezza della violenza che in essa sussiste, della bulimia di potere nelle sue varie forme che vi si nasconde, come delle possibili forme di inganno, ma anche del potenziale distruttivo che la conoscenza pone nelle sue mani, ossia i pericoli e i limiti propri della specie, le conseguenze potrebbero pertanto risultare inaspettate. E’ anche vero che nel frattempo si manifesta, con un crescente disagio, la difficoltà di incanalare giuridicamente la crescita esponenziale della stessa Intelligenza Artificiale, essa diventa sempre più pervasiva ed autonoma, vi è una “difficoltà, e non solo per i più, di avere un quadro globale di quel che succede e di procurarsi accesso ai linguaggi scientifici.

La connessione degli eventi ha raggiunto una scala planetaria; la complessità e l’interdipendenza dei dati più diversi, una dimensione quasi incommensurabile con le capacità di impadronirsene e di elaborarli da parte di un individuo; […].Gli arcana imperi e il sapere operativo tendono così a diventare patrimonio di ristrette oligarchie, le quali, coadiuvate da uno stuolo di tecnici fra i quali è propagata una concezione neutrale del proprio agire, ricompongono […] i singoli spezzoni delle scienze, delle tecniche e delle pratiche sociali” (81 – 82, Remo Bodei, La filosofia del Novecento, Donzelli ed. 2006), il voto diventa frutto di una reazione istintiva o ragionata ad eventi reali o presunti, senza conoscerne il perché, fino al possibile sorgere di un nuovo potenziale conflitto con il frutto della nostra evoluzione e al nostro inesorabile superamento, nel dubbio che sapere e consapevolezza non si traducano, come osservato da Nietzsche, nella infelicità.

 

 

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