Il decreto sicurezza, approvato con modifiche dal Senato e ora all’esame della Camera, accende lo scontro con l’avvocatura. Al centro delle critiche ci sono le norme sui migranti e, in particolare, il meccanismo che lega il compenso dei legali all’esito del rimpatrio volontario assistito. Una previsione che, secondo le principali istituzioni forensi, rischia di compromettere l’indipendenza della difesa e di alterare il ruolo costituzionale dell’avvocato.
Il provvedimento, ampio e articolato, interviene su sicurezza pubblica, immigrazione e poteri delle forze dell’ordine, ma è proprio il capitolo sui rimpatri a sollevare le contestazioni più dure da parte degli avvocati. Per approfondimenti in materia, consigliamo il volume “Immigrazione, asilo e cittadinanza”, acquistabile sia su Shop Maggioli che su Amazon, un testo di riferimento in materia di diritto all’immigrazione.
Indice
- 1. Compensi legati ai rimpatri: la norma che divide
- 2. “Avvocati strumenti dello Stato”: la denuncia dell’Unione Camere Penali
- 3. CNF: “Mai coinvolti, il Parlamento corregga”
- 4. OCF: stato di agitazione dell’avvocatura
- 5. Il nodo costituzionale: difesa e indipendenza
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1. Compensi legati ai rimpatri: la norma che divide
Tra le modifiche più discusse introdotte dal Senato c’è quella che prevede un compenso per l’avvocato solo in caso di effettivo rimpatrio dello straniero assistito. In particolare, la disposizione stabilisce che il pagamento avvenga “ad esito della partenza dello straniero” nell’ambito dei programmi di rimpatrio volontario assistito.
La logica è quella di incentivare l’adesione ai programmi di rientro nei Paesi di origine, ma per l’avvocatura si tratta di una torsione profonda del sistema difensivo: il compenso non è più legato alla prestazione professionale, ma al risultato perseguito dallo Stato. Per approfondimenti in materia, consigliamo il volume “Immigrazione, asilo e cittadinanza”, acquistabile sia su Shop Maggioli che su Amazon, un testo di riferimento in materia di diritto all’immigrazione.
Immigrazione, asilo e cittadinanza
Obiettivo degli autori è quello di cogliere l’articolato e spesso contraddittorio tessuto normativo del diritto dell’immigrazione.Il volume, nel commento della disciplina, dà conto degli orientamenti giurisprudenziali e delle prassi amministrative, segnalando altresì la dottrina “utile”, perché propositiva di soluzioni interpretative utilizzabili dall’operatore (giudici, avvocati, amministratori, operatori nei diversi servizi).Il quadro normativo di riferimento di questa nuova edizione è aggiornato da ultimo alla Legge n. 176/2023, di conversione del decreto immigrazione (D.L. n. 133/2023) e al D.lgs n. 152/2023, che attua la Direttiva UE/2021/1883, gli ultimi atti legislativi (ad ora) di una stagione breve ma normativamente convulsa del diritto dell’immigrazione.Paolo Morozzo della RoccaDirettore del Dipartimento di Scienze umane e sociali internazionali presso l’Università per stranieri di Perugia.
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2. “Avvocati strumenti dello Stato”: la denuncia dell’Unione Camere Penali
Durissima la posizione dell’Unione delle Camere Penali, che parla apertamente di “apologia dell’infedele patrocinio”. Secondo la Giunta, la norma trasformerebbe il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione.
Il punto centrale è l’incompatibilità con i principi costituzionali e deontologici: l’avvocato, sottolineano i penalisti, non può essere retribuito per ottenere un determinato esito, ma deve operare in piena autonomia nell’interesse del cliente.
L’idea sottesa alla norma, secondo l’Unione, è quella di un’avvocatura “servente”, subordinata agli obiettivi del potere pubblico. Una visione che viene respinta come lesiva della funzione difensiva e dello Stato di diritto.
3. CNF: “Mai coinvolti, il Parlamento corregga”
Sul provvedimento interviene anche il Consiglio Nazionale Forense, chiamato in causa direttamente dal testo normativo. Il decreto attribuisce infatti al CNF un ruolo nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti nei rimpatri.
Il Consiglio prende le distanze in modo netto: dichiara di non essere mai stato informato né prima né durante l’iter parlamentare e chiede al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio coinvolgimento.
Per il CNF, le attività previste non rientrano nelle competenze istituzionali dell’ente, che rivendica la propria autonomia e neutralità rispetto a politiche migratorie.
4. OCF: stato di agitazione dell’avvocatura
Ancora più netta la reazione dell’Organismo Congressuale Forense, che proclama lo stato di agitazione dell’intera avvocatura.
Secondo l’OCF, il decreto – già criticato per aver limitato l’accesso al patrocinio a spese dello Stato per i migranti – introduce ora un meccanismo che subordina il compenso alla collaborazione con gli obiettivi della politica.
Il rischio evidenziato è duplice: da un lato la compressione del diritto di difesa effettiva, dall’altro lo snaturamento del ruolo dell’avvocato, che deve essere – e apparire – privo di interessi rispetto alle scelte difensive del cliente.
L’OCF chiede quindi una modifica radicale del testo nel passaggio alla Camera.
5. Il nodo costituzionale: difesa e indipendenza
Al di là delle singole posizioni, il caso solleva una questione più ampia: può la difesa essere condizionata da incentivi economici legati a un risultato voluto dallo Stato?
Le critiche convergono su un punto: subordinare il compenso all’esito del rimpatrio rischia di compromettere l’indipendenza dell’avvocato e di incidere sul diritto fondamentale alla difesa.
Il passaggio alla Camera sarà dunque decisivo non solo per il destino della norma, ma per l’equilibrio tra esigenze di sicurezza e garanzie costituzionali.
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