Dal mobbing al suicidio: il caso della guardia di finanza

Dal mobbing al suicidio: il caso della guardia di finanza

Pezzano Gabriele

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Recenti episodi ripresi anche dai principali mass media hanno portato all’attenzione del grande pubblico un fenomeno che agli operatori professionali è noto da diversi anni: l’elevato rischio suicidario fra gli appartenenti alle Forze dell’Ordine ed alla Guardia di Finanza in particolare.
 
Elementi epidemiologici del suicidio in generale.
L’Italia è considerata un paese a basso rischio di suicidio rispetto ad altri paesi. Mentre la Scandinavia ha un tasso di suicidi del 25 per 100mila persone, l’Italia è ferma a 9 suicidi per 100mila persone.
La prevalenza del suicidio fra maschi e femmine è di 4 maschi per 1 femmina, mentre se consideriamo il tentativo di suicidio la proporzione si inverte: 1 tentativo del maschio per 4 tentativi delle femmine.
Considerando il modo utilizzato per togliersi la vita, le statistiche riportano che gli uomini utilizzano prevalentemente le armi da fuoco, mentre le donne si uccidono in genere per avvelenamento. Secondo la prevalenza dell’età si osserva che gli uomini commettono il suicidio intorno ai 45 anni, mentre le donne intorno ai 55 anni. In ogni caso, sia per i maschi che per le femmine si osserva in questi ultimi anni un incremento del suicidio nella fascia d’età che va dai 15 ai 24 anni. Si è osservato inoltre che la presenza di figli ed il matrimonio rappresentano dei fattori protettivi, mentre il celibato, la vedovanza e la separazione rappresentano dei fattori di rischio per l’ideazione suicidaria. Non infrequente è il suicidio in occasione di un anniversario della vedovanza o della separazione. È molto importante ai fini dell’incremento del rischio, infine, avere una storia familiare di suicidi.
Per quanto riguarda la stagione, il suicidio è più frequente in primavera ed in autunno. Aumenta nei periodi di recessione economica e diminuisce nelle fasi di sviluppo economico. Durante le guerre ed i conflitti bellici o civili si è osservata una diminuzione del numero dei suicidi. Il lavoro in genere protegge dal rischio del suicidio: è prevalente nei disoccupati.
 
Secondo degli studi pubblicati negli Stati Uniti, le occupazioni maggiormente a rischio di suicidio sono i medici (per avvelenamento), gli avvocati (per arma da fuoco), le forze di polizia (per arma da fuoco), i musicisti (per impiccagione), gli assicuratori (tramite arma da fuoco).
 
Il suicidio nelle Istituzioni
Diversi studi hanno messo in evidenza che è frequente il suicidio nelle Istituzioni caratterizzate da peculiarità come un elevato grado di controllo sul personale, un basso grado di autonomia decisionale ed un basso grado di libertà di movimento. Istituzioni di questo tipo sono le istituzioni militari, militarizzate o ad impronta simil militare, come possono essere le forze di polizia e la Guardia di Finanza in particolare.
Nelle Istituzioni così rigidamente strutturate il suicidio non ha una valenza psicopatologica vera e propria, spesso rappresenta la rivendicazione del proprio status di uomo libero e autodeterminato di fronte alle coercizioni subite e ritenute ingiuste. Quando l’appartenenza ad una Istituzione militare e la rigida vita di caserma opprime la persona con costrizioni ambientali, pretende il dominio del rigore formale, esige il rispetto gerarchico prevalente sulla libera espressione della personalità, ecco che per una persona già in crisi di suo, il suicidio assume il significato di una fuga liberatoria.
Le istituzioni totali, la caserma e la vita militare tuttavia possono solo funzionare da aumento del rischio, ma non sono una causa diretta in grado di condurre al suicidio. Considerando alcune peculiarità dell’ambiente e dell’attività operativa possiamo affermare che l’attività delle forze di polizia prevede un intervento professionale in situazioni ad intenso coinvolgimento emotivo, a contatto con persone in situazioni drammatiche (con intesi vissuti emotivi d’ansia, di paura o di disperazione). Intervenire sempre in situazioni ad alto contenuto emotivo conduce, a lungo andare, ad uno stress cronico ed un logoramento emotivo.
Nei soggetti compaiono la critica continua su tutti e su tutto, un atteggiamento cinico verso gli altri ed una autovalutazione negativa del proprio lavoro. In queste condizioni psicologiche non può essere che di bassa qualità il servizio svolto, con aumento del turnover, dell’assenteismo per malattia ed un morale costantemente basso.
Gli operatori di polizia arrivano in questo modo a sommare al proprio disagio personale ed esistenziale il contatto con situazioni fortemente problematiche e la partecipazione ad episodi drammatici.
 
 
 
Segni di stress cronico nell’ambiente del lavoro
 
Alta resistenza ad entrare in servizio ogni giorno
Sentimenti di rabbia e risentimento
Guardare frequentemente l’orologio
Perdita di sentimenti positivi verso gli altri
Rimandare il contatto con gli altri
Negarsi al telefono
Cinismo verso gli altri
Atteggiamento colpevolizzante verso i problemi altrui
Incapacità di ascoltare i problemi altrui
Seguire procedure rigidamente standardizzate
Problemi di insonnia
Evitare le discussioni con i colleghi
Preoccupazioni per sé
Frequenti raffreddori ed influenze
Frequenti mal di testa e disturbi intestinali
Rigidità di pensiero e resistenze al cambiamento
Conflitti coniugali e familiari
Alto assenteismo
 
 
Unendo ai problemi personali il contatto quotidiano con situazioni in grado di produrre un logoramento emotivo si innesca un percorso evolutivo critico che può condurre all’ideazione suicidaria[1].
Di questo percorso critico fanno parte le seguenti fasi:
– fase dello stress lavorativo iniziale, con senso di inadeguatezza delle risorse disponibili rispetto alle richieste dell’ambiente lavorativo e sociale;
– fase dello stress cronico, con eccessiva tensione emotiva, senso di fatica mentale e facile irritabilità;
– fase della crisi personale, con distacco emotivo, ritiro dalle relazioni sociali, cinismo affettivo e rigidità di pensiero.
Questo percorso evolutivo risente di alcuni fattori determinanti, come ad esempio l’atteggiamento psicologico verso il servizio svolto. Questo atteggiamento è il risultato della motivazione che ha condotto all’ingresso in servizio, accompagnato dalla formulazione interiore di un obiettivo specifico da conseguire. Si crea nella persona, da subito dopo l’incorporamento, una aspettativa personale, un obiettivo, e su quella aspettativa si investe una quota affettiva ed emotiva dei propri sentimenti. Se gli eventi del percorso del servizio inducono alla consapevolezza dell’impossibilità a raggiungere questo obiettivo personale, interiormente si vive una crisi personale, una ferita del sé.
Gli obiettivi di carriera che vengono messi a fuoco con l’incorporamento riguardano sicuramente il conseguimento del grado più elevato possibile, l’avere degli incarichi desiderati e di prestigio, l’avere delle prerogative dell’impiego, come ad esempio le sedi di lavoro desiderate. Quanto più è alta l’aspettativa iniziale tanto più distruttive sono le frustrazioni vissute alla sua rinuncia, tanto più profondo è il vissuto di fallimento e di crisi personale. 
Se la professione, il servizio, la carriera arrivano a rappresentare il nucleo dell’identità personale ecco che il successo professionale, la carriera brillante, l’avanzamento di grado, gli incarichi di prestigio divengono l’unico simbolo della compiuta realizzazione. Per ottenere tutto questo la persona si gioca tutto. Sacrifica il proprio tempo, la propria salute, gli interessi extra-lavoro, gli affetti, la famiglia, gli amici, lo svago, un hobby personale. Se la professione rappresenta in modo esclusivo il proprio progetto di vita, possiamo dire che è troppo, che si rischia troppo.
Il sociologo Durkeim ha studiato il fenomeno del suicidio nelle forze armate e nella polizia e lo ha suddiviso in due forme:
– il suicidio egoistico, messo in atto in una situazione di crisi personale e per scarso interesse verso la comunità, come potrebbe avvenire in seguito a malattie, privazioni e lutti;
– il suicidio altruistico, messo in atto per forte ed intenso legame con la comunità, segnato da un forte senso dell’onore, dello spirito di corpo e di formazione morale, per cui ci si sacrifica per il bene ed il successo del gruppo di appartenenza.
 
 
 
Fattori specifici di rischio
          lo sradicamento forzato dall’ambiente abituale (famiglia, amici), che viene vissuto come una perdita della propria sicurezza;
          la forzata convivenza con altri sancita da regole rigide, che prevedono la perdita della privacy e rendono difficile l’integrazione;
          la riattivazione di dinamiche relazionali conflittuali, nei confronti dell’immagine paterna, riproposta dai superiori, e di quella dei fratelli, riproposta dai colleghi pari grado;
          il negativo adattamento alla gerarchia, se eccessivamente autoritaria e poco sensibile ai problemi del singolo.
 
 
I fattori di rischio riportati nella tabella precedente sono solo dei fattori che aumentano la probabilità del rischio del suicidio, ma non sono assolutamente delle cause di suicidio. Possono agire cioè come fattore di amplificazione di una crisi personale, ma di origine diversa.
Rifacendoci a dei dati statistici sul fenomeno del suicidio nelle forze di polizia possiamo dire innanzi tutto che “il suicidio è sempre e comunque sottostimato nelle statistiche ufficiali” (secondo studi dell’OMS di Ginevra) per riserbo della famiglia, per errore con morti accidentali o incidenti e per errata causa di morte (“arresto cardiaco”) stilata da un sanitario poco attento.
 
Il suicidio nelle Forze Armate
Il tema non è nuovissimo, pare, infatti, che già dalla fine del secolo scorso un eminente neuropsichiatria italiano come Enrico Morselli abbia dedicato molta attenzione al suicidio tra i militari, arrivando ad alcune interessanti considerazioni. Innanzitutto esiste una correlazione tra attività lavorativa e suicidio, al punto che i dati epidemiologici evidenziano una frequenza nettamente superiore nelle professioni che più richiedono un impiego di energie mentali e negli appartenenti alla carriera militare.
Per questi ultimi Morselli individua due determinanti del gesto suicida: da una parte la mobilità territoriale dei suoi appartenenti, dall’altra la disciplina dell’istituzione, spesso irrazionalmente perseguita. Ma lasciando da parte gli studi “classici” non mancano in tempi più recenti ricerche approfondite, studi epidemiologici ed analisi che hanno cercato di esplorare il fenomeno nei suoi aspetti più rilevanti. 
 
Gli studi più recenti
Gli operatori delle forze dell’ordine sono, secondo statistiche nazionali, demotivati, soli, oppressi dai mille rischi che quotidianamente si trovano ad affrontare.
Così cadono più facilmente vittime di stati di stress distruttivi che, in casi estremi, portano addirittura al suicidio. I carabinieri e i finanzieri, in particolare, si suiciderebbero più degli altri tutori dell’ordine, tanto che il 66% dei casi di suicidio nelle Forze Armate ha riguardato i soli carabinieri.
Secondo uno studio epidemiologico che ha monitorato l’andamento del fenomeno suicidario tra gli appartenenti alle Forze Armate italiane dal 1976 al 1991 è risultato che le morti per suicidio rappresentano la terza causa di decesso, con una frequenza percentuale del 7%, preceduta dai decessi causati da malattie e da quelli per incidenti automobilistici.
Un ulteriore dato significativo riguarda una frequenza maggiore dei decessi fuori dalle strutture militari, durante permessi o licenze.
Se però i dati vengono comparati ai suicidi tra la popolazione generale maschile tra i 18 e i 60 anni, risultano meno allarmanti. Le frequenze maggiori, infatti, sono a carico della popolazione generale, al punto che si può riscontrare una sostanziale omogeneità nelle linee di tendenza del comportamento suicidiario.
Parlano chiaro del resto i numeri che riguardano le cause del gesto suicida fra i militari. Se per il 40,6% non è stato possibile individuare la causa del gesto suicida, la rimanente percentuale si divide tra problemi di ordine psichico e/o di disadattamento (34,3%), motivi affettivi o di rapporti con l’altro sesso (12,5%), problemi familiari (6,2%) e tossicodipendenze da droghe o alcool (6,2%).
Motivazioni non molto dissimili da quelle della popolazione nazionale di riferimento. 
 
La prevenzione
Allo stato attuale tutte le attività di prevenzione, limitate alle visite di controllo all’atto della selezione psicoattitudinale, hanno dato risultati assolutamente insoddisfacenti. Per la prevenzione efficace nelle forze di polizia il primo passo da effettuare è organizzare una conoscenza del fenomeno in atto (come l’osservatorio epidemiologico) ed assicurare un miglioramento dell’habitat psicologico attraverso una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni e dei rapporti interpersonali. La selezione psicologica di tipo attitudinale rimane un punto valido per valutare lo stato di integrità psicologica al momento dell’incorporamento, purtroppo non si può avere alcuna predittività tramite test psicologici sul rischio del suicidio, soprattutto se questo è dovuto a situazioni che hanno avuto luogo dopo l’incorporamento. E’ importante il monitoraggio delle tensioni emotive e dello stress del servizio in quanto gli eventi connessi al servizio possono modificare, alterare, squilibrare lo stato psicologico iniziale. E’ importante che ogni “comandante” possa saper vedere ed ascoltare ciò che accade ai suoi sottoposti, che abbia degli adeguati “sensori della camerata”, tuttavia non è sufficiente per capire quando una persona si trova in crisi ed è quindi necessaria la presenza di una assistenza qualificata che non abbia la veste giuridica di togliere l’idoneità al servizio. L’assenza di un supporto psicologico ha determinato nel personale la necessità di tenersi il malessere ed il disagio dentro di sé, finché questo sia possibile. L’alternativa alla autorepressione finora è stata la presenza dell’amico che ti aiuta e ti capisce, ma di fronte ad una profonda crisi personale ed esistenziale l’amico non basta.
 
La sindrome del sottoufficiale
Ad essere più facilmente portato a mettere in atto comportamenti di tipo suicidiario risulta essere la figura del sottoufficiale. Una spiegazione può risiedere nel ruolo intermediario tra l’area decisionale e progettuale dell’istituzione militare e l’area esecutiva. Un ruolo che risente di una doppia sollecitazione, dall’alto e dal basso, alla quale deve quotidianamente rispondere e che finisce per essere particolarmente stressogeno.
Sulle dinamiche sociali e psicologiche di malessere, normalmente e cronicamente vissute dalla persona, si innesta un fattore nuovo, precipitante (uno stress, una frustrazione, una delusione affettiva, …) che innesca la crisi personale ed obbliga alla ricerca di una possibile via d’uscita. Il suicidio, alla fine della ricerca della soluzione, è messo in atto perché in quel momento per la persona rappresenta l’unica via d’uscita.
 
Mal di divisa e mobbing
Sebbene si tratti di una questione ardua da affrontare, sono sempre maggiori i casi spinosi che vengono portati all’attenzione dei media..
I suicidi nei comparti di Pubblica Sicurezza tendono inesorabilmente ad aumentare.
Nel numero di episodi oggetto di indagini è possibile individuare un dato che conduce a ritenere che  in determinati casi di morte violenta sia possibile individuare episodidi "mobbing" quali espressioni di violenza psicologica attuati deliberatamente in un ambiente lavorativo, a scapito di uno o più soggetti.
Tali condotte, sole o congiunte alle condizioni del singolo militare, possono essere ritenute concorrenti o addirittura determinanti circa la realizzazione di condotte auto lesive.
Konrad Lawrence, psicologo svedese fu il primo a parlare di "mobbing" e nei suoi studi di etologia espose la possibilità che esso si estendesse ad ogni settore della nostra vita.
Così è stato anche per le forze armate. Al di là dei casi specifici che popolano le nostre cronache, ci troviamo di fronte ad un fenomeno diffusissimo e le statistiche sono (quando consultabili) un utile strumento di analisi di questo fenomeno.
Dati ufficiali del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri chiariscono quanto sia drammatica la questione dei suicidi nell’Arma: dal 1978 al gennaio 2000 ben 293 militari si sono uccisi in ambienti appesantiti da comportamenti opprimenti e vessatori.
Il quadro così delineato porta inequivocabilmente a descrivere un fenomeno rilevante, non solo numericamente e statisticamente, ma soprattutto socialmente. Si tratta dunque di un problema che richiede una attenta analisi ed uno studio approfondito e multidisciplinare, attraverso il quale individuare le cause del fenomeno e proporre gli opportuni rimedi.


[1] Canavacci M., Il suicidio nelle forze di polizia, Centro Europeo di Psicologia Investigazione e Criminologia.

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