TAR Catania, I Sezione, sentenza nr. 1662 del 15 ottobre 2007, in tema di strumenti urbanistici

TAR Catania, I Sezione, sentenza nr. 1662 del 15 ottobre 2007, in tema di strumenti urbanistici

di sentenza

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REPUBBLICA ITALIANA N. 1662/07 Reg. Sent.

                                           IN NOME DEL POPOLO ITALIANO N. 4001/04 Reg. Gen. 
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, **************** di Catania, Sezione Prima, composto dai ******************:
Dott. ********************    Presidente
Dott.ssa **********************,    Giudice
Dott. **************************,    Giudice rel. est.
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
sul ricorso n° 4001/04 R.G. proposto da *** *******, in proprio e quale procuratore speciale dei sigg.ri *** Regina, *** Libero, *** ******** e *** *******, rappresentati e difesi dall’avv. ****************** e dall’Avv. ***************, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultima in Catania, via Milano 31;
contro
il Comune di Caltagirone, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. *******************, con domicilio eletto presso il suo studio in Catania, via Dalmazia 5;
la Regione Siciliana, in persona del suo Presidente pro tempore, e l’Assessorato al Territorio ed all’Ambiente della Regione Siciliana, in persona dell’Assessore pro tempore, rappresentati e difesi dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, con domicilio ex lege presso gli  uffici di quest’ultima in Catania, via V. Ognina 149;
per l’annullamento
del Decreto del dirigente dell’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente – Dipartimento regionale Urbanistica della Regione Siciliana del 12 marzo 2004 – prot. n. 265 di approvazione del P.R.G. di Caltagirone n. 55 del 3 maggio 2000, di adozione della variante generale al P.R.G. nonché
per la condanna
delle Amministrazioni resistenti al risarcimento del danno ex art. 35 D.lgs. 80/1998.
Visto il ricorso ed i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Avvocatura di Stato e del Comune di Caltagirone;
Visti gli atti tutti della causa;
Designato relatore per la pubblica udienza del 21 giugno 2007 il Referendario Dr. Salvatore Gatto Costantino;
Ritenuto in fatto e considerato in diritto quanto segue:
IN FATTO
     I fratelli *** sono proprietari in Comune di Caltagirone di un complesso monumentale vincolato ai sensi della legge 1089/39 e di altre aree ad esso adiacenti, meglio identificate catastalmente al Foglio nr. 108, mappale nn. 2102, 2106, 2107, 2109 e 2110 del Catasto Comunale.
     Il P.R.G. del Comune di Caltagirone approvato con decreto dell’Assessorato regionale al Territorio ed Ambiente regionale in data 5 maggio 1984, aveva destinato tali aree parte a Zona B (mappali 2106 e 2107), parte a sede viaria pubblica (mappali 2109 e 2110) e la rimanente area (mappali 2102 e parte 2110) a parcheggio pubblico e verde pubblico attrezzato.
     Il Comune di Caltagirone, con la deliberazione del Consiglio Comunale nr. 55 del 3 maggio 2000, approvando la variante generale allo strumento urbanistico, destinava i terreni censiti al nr. 2106  a verde privato, inseriva parte del mappale nr. 2102 ed il mappale 2109 in zona B1, e reiterava la precedente destinazione a parcheggio pubblico ed a sede viaria pubblica già prevista per i mappali 2102 e 2110.
     Seguiva la procedura di pubblicazione del Piano e di ricezione delle osservazioni dopodichè il Comune di Caltagirone trasmetteva la proposta di variante generale alla Regione per la successiva approvazione. Il Consiglio regionale dell’Urbanistica riteneva meritevole di approvazione la proposta, con alcune precisazioni e prescrizioni recepite poi dal Consiglio Comunale di Caltagirone con deliberazione n. 16 del 19.01.2004.
     La variante veniva quindi approvata con decreto del 12 marzo 2004, pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Siciliana del 23 aprile 2004.
     Avverso la variante al piano regolatore i sigg.ri *** hanno quindi proposto ricorso, notificato il 23 giugno 2004 e depositato il 5 luglio successivo, con il quale deducono il seguente unico articolato motivo  di gravame:
     I) Violazione e falsa applicazione dell’art. 2 della legge 19 novembre 1968, n. 1187 e della legge regionale Sicilia 5 novembre 1973, nr. 38. Mancata previsione dell’indennizzo, violazione dell’art. 9 del DPR 327/01. Difetto assoluto di motivazione in ordine alla reiterazione del  vincolo espropriativo.
     Si è costituito il Comune di Caltagirone con memoria depositata l’8 giugno 2007, con la quale si sostiene la legittimità degli atti impugnati e si chiede la reiezione del gravame avversario.
     Si è costituita anche l’Amministrazione regionale, con memoria depositata il 6 giugno 2007, con la quale chiede l’estromissione dal giudizio, affermando di non avere avuto parte negli atti impugnati e quindi di essere estranea al rapporto controverso.
     Le parti hanno scambiato memorie e documenti.
     Alla udienza pubblica del 21 giugno 2007 la causa è stata trattenuta in decisione.
DIRITTO
     Con l’odierno gravame, i fratelli *** ricorrono contro il PRG del Comune di Caltagirone con il quale, su terreni di loro proprietà, sono stati reiterati vincoli già esistenti nel PRG previgente, nonostante le osservazioni dagli stessi presentate e disattese dalle Amministrazioni resistenti.
     Contro le previsioni impugnate deducono la mancanza di motivazione per la reiterazione dei vincoli e la mancanza di previsione dell’indennizzo.
     Il Comune, nel costituirsi, eccepisce la tardività del gravame, il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo e la infondatezza del ricorso.
     L’Avvocatura chiede l’estromissione dal giudizio dell’Amministrazione regionale, affermando che quest’ultima non ha preso parte agli atti impugnati ed è quindi estranea al rapporto controverso.
     I) Il Collegio prende in esame, preliminarmente, la richiesta di estromissione dell’Amministrazione regionale e la respinge.
     Il ricorso è infatti rivolto contro la variante al Piano regolatore generale del Comune di Caltagirone: lo strumento urbanistico è per definizione, comune sia alla dottrina che alla giurisprudenza, un atto complesso a partecipazione diseguale del Comune e della Regione, titolare il primo della funzione urbanistica e la seconda di una attività di controllo che accede all’esercizio del potere di pianificazione territoriale, completandone la portata e assicurando che il suo esercizio si svolga entro i parametri della discrezionalità fissati dalla legge. In particolare, uno dei momenti di raccordo che la legge prevede sussistano tra l’esercizio del potere da parte del Comune e da parte della Regione, sta nell’esame delle osservazioni che gli interessati possono proporre allo schema di piano adottato dal Comune. In tale veste, alla Regione spetta (alla luce delle controdeduzioni eventualmente sollevate dal Comune) esaminare le osservazioni stesse e disporre il loro accoglimento, con contestuale correzione delle previsioni di Piano, oppure respingerle e confermare le previsioni del Comune. Proprio a tale proposito, i ricorrenti lamentano che le proprie osservazioni sono state disattese dall’Amministrazione comunale e da quella regionale: come si vede, la Regione è parte del rapporto controverso, sia in punto di diritto (essendole comunque riferibile lo strumento urbanistico), sia in punto di fatto (essendo anche la Regione, al pari del Comune, destinataria della censura che i ricorrenti rivolgono contro l’operato della P.A. nella formazione dello strumento urbanistico).
     II) Per motivi di chiarezza espositiva, il Collegio prende adesso in esame l’eccezione di tardività sollevata dalla difesa comunale e la respinge, in quanto il ricorso è tempestivo.
     Quest’ultimo, infatti, è rivolto avverso il Piano Regolatore che è stato pubblicato nel Bollettino Ufficiale del 23 aprile 2004; il ricorso è stato ricevuto dal Comune a mezzo del servizio postale il 23 giugno 2004 e quindi, secondo il Comune, nel 61° giorno dalla pubblicazione della approvazione della variante.
     Tuttavia, dalla stampigliatura sul frontesipizio del ricorso, si evince che quest’ultimo è stato “passato per la notifica” il 22 giugno e pertanto, posto che la notifica ha effetti per il notificante dal giorno in cui è affidato agli ufficiali giudiziari per la notifica stessa, il ricorso è tempestivo e l’eccezione infondata.
     III) Più complesso è invece l’esame della eccezione di difetto di giurisdizione, del pari sollevata dalla parte comunale resistente e che il Collegio deve respingere, affermando la propria giurisdizione. 
     Il ricorso è stato depositato presso la segreteria del TAR in data 5 luglio 2004 e quindi a tale data si deve fare risalire il momento al quale riferire la giurisdizione perché il deposito del ricorso notificato radica il rapporto processuale di fronte al giudice al quale la parte presenta il gravame; la legge cui fare riferimento per la determinazione della giurisdizione è quindi il T.U. sugli espropri, di cui al DPR 327/2001, posto che quest’ultimo è entrato in vigore il 30 giugno 2003.
     Con riferimento, pertanto, alla disposizione di cui all’art. 39 del citato DPR 327/01, come modificato dall’art. 1 del DLGS 17.12.2002 n. 302, la difesa del Comune afferma che la competenza a conoscere delle liti sulla indennità prevista per la reiterazione del vincolo spetta al G.O. e precisamente alla Corte di Appello.
     Più precisamente, secondo la difesa della parte pubblica comunale, il “petitum sostanziale” del ricorso è del tutto assorbito nella pretesa liquidatoria, posto che ai fini della norma invocata non è necessario l’annullamento degli atti che reiterano i vincoli.
     Il Collegio non condivide la impostazione difensiva del Comune.
     Infatti, sebbene l’art. 39 del Testo unico sugli espropri riserva al giudice civile la cognizione delle liti sulla mancanza o inadeguatezza della indennità per la reiterazione dei vincoli, è da ritenersi attratta al giudice amministrativo la cognizione sulla lite ove la parte ricorrente si dolga del fatto in sé della reiterazione del vincolo, dolendosi, come nel caso di specie, della mancanza di motivazione e della mancanza di previsione della indennità.
     Quest’ultimo aspetto, infatti, non introduce un motivo di lite inerente il quantum della indennità, ma un profilo di difformità dell’atto dallo schema legale tipico, all’interno del quale la “esistenza” dell’indennizzo è elemento strutturale del provvedimento e ciò di cui la parte si duole è proprio la esistenza del provvedimento di vincolo, non la mancanza della indennità in quanto tale.
     Ciò posto, la eccezione è quindi infondata e come tale va respinta affermando la sussistenza della giurisdizione a conoscere della lite in capo all’odierno decidente.
     IV) Circa il merito del gravame,si osserva subito che, a fronte di una impugnazione apparentemente rivolta a censurare l’intero complesso delle previsioni di Piano risultanti sulla proprietà dei ricorrenti, le motivazioni del gravame asserenti l’illegittima reiterazione di vincoli preesistenti e preordinati all’esproprio, sembrano riferibili alla parte del Piano inerenti le destinazioni di area a parcheggio pubblico ed a sede viaria pubblica (parte dei mappali 2102 e 2110), così come rappresentato dalla difesa del Comune.
      Tuttavia, sebbene non pare potersi evincere dal gravame anche la doglianza della illegittima reiterazione di previsioni a verde pubblico o attrezzato previste nel precedente piano, al termine della esposizione la parte ricorrente si duole della reiterazione dei vincoli preesistenti con una formulazione ampia, suscettibile di ricomprendere in essa, e quindi nella domanda, la richiesta di annullamento della previsione urbanistica anche in relazione alle destinazioni a verde.
      Quindi, per completezza della decisione, l’esame del ricorso va condotto con riferimento ad entrambe le tipologie di previsioni di Piano.
      In tal senso, infatti, il punto di diritto da cui dipende la decisione della lite è la qualificazione del tipo di vincolo, che, come si vedrà a breve, è comune sia alla previsione dell’area destinata a parcheggio sia con riferimento alla destinazione a verde, mentre deve necessariamente mutare con riferimento alla previsione della destinazione dell’area a sede viaria pubblica.
     Per la prima delle due fattispecie, il ricorso è infondato; mentre per la seconda ipotesi, il gravame è sorretto da ragioni condivisibili e fondate.
     Si osserva, intanto che, nelle loro prospettazione, entrambe le parti qualificano i vincoli in esame in maniera omogenea: la parte ricorrente considera tutte le tipologie di vincoli in esame come aventi natura preespropriativa, mentre la difesa del Comune li riconduce agli standards di cui al DM 1444/68.
      Più in dettaglio, mentre la parte ricorrente lamenta che la previsione della destinazione delle aree (a verde pubblico o attrezzato ed a parcheggio pubblico e sede viaria), avrebbe natura di vincolo ablatorio in quanto preordinata all’espropriazione e come tale sarebbe stata reiterata illegittimamente, senza motivazione e senza la previsione della indennità, il Comune oppone che dette previsioni integrerebbero solamente vincoli a standard, come tali aventi natura conformativa. Inoltre, secondo la difesa del Comune, la parte ricorrente non avrebbe offerto alcun principio di prova per sostenere che tale previsione limita il proprio diritto di proprietà.
     Sulla scorta dell’insegnamento della Corte Costituzionale (sent. nr. 179/99), la giurisprudenza ha chiarito che “La ricognizione della qualità edificatoria di un’area ai fini dell’indennità di esproprio deve tener conto dei vincoli conformativi che,  in quanto non correlati alla vicenda ablatoria, ma connaturati alla proprietà in sé, contribuiscono a fondare i caratteri del suolo ai fini valutativi, e tale scopo il carattere conformativo dei vincoli di piano non discende dalla collocazione in una specifica categoria di strumenti urbanistici (nella specie il piano regolatore), ma dipende soltanto dai requisiti oggettivi, di natura e struttura, dei vincoli stessi in particolare configurandosi tale carattere ove tali vincoli siano  inquadrabili nella zonizzazione dell’intero territorio comunale o di parte di esso, sì da incidere su di una generalità di beni, nei confronti di una pluralità indifferenziata di soggetti, in funzione della destinazione dell’intera zona in cui i beni ricadono ed in ragione delle sue caratteristiche intrinseche ….; di contro, se il vincolo particolare incidente su beni determinati, in funzione non già di una generale destinazione di zona, ma della localizzazione di un’opera pubblica, la cui realizzazione non può coesistere con la proprietà privata, il vincolo che la stessa contiene deve essere qualificato come preordinato alla relativa espropriazione con conseguente sua ininfluenza agli effetti indennitari (nella specie si è disatteso il motivo di ricorso postulante in modo assiomatico il carattere ablatorio di un vincolo di destinazione a verde pubblico, costituendone evenienza ordinaria il carattere di vincolo conformativo, assumendo carattere di eccezione l’ipotesi in cui tale destinazione si traduca in vincolo espropriativo – cfr. Cassazione Civile, I, 7 febbraio 2006, nr. 2612).
      Applicando tali principi, che il Collegio condivide e fa propri, all’esame delle specifiche prescrizioni urbanistiche oggetto di gravame, va distinto tra quelle rivolte a vincolare parti del terreno dei ricorrenti a verde pubblico ed a parcheggio pubblico, da una parte, e quelle che prevedono la sede viaria pubblica, dall’altro.
     Prendendo le mosse dalla prima categoria di previsioni, si osserva che, in generale, nello strumento urbanistico si può distinguere tra la destinazione a verde pubblico e quella a verde attrezzato:quest’ultima è ordinariamente ritenuta costitutiva di un vincolo conformativo e non preordinato all’esproprio, come tale non suscettibile di decadenza (Consiglio di Stato, IV, 25 maggio 2005, nr. 2718), così come anche afferma la giurisprudenza con riferimento al caso in cui lo strumento urbanistico comprenda la previsione di “asili nido, edifici scolastici, nonché attrezzature di interesse comune (religiose, culturali, sociali, amministrative, per pubblici servizi)” (cfr. TAR Puglia, Bari, II; 21 ottobre 2002, nr. 4632).
     Quanto al verde pubblico, invece, si osserva che esso viene variamente ricondotto all’una o all’altra categoria (vincoli conformativi o preespropriativi) in relazione al contenuto che concretamente, volta per volta, le previsioni urbanistiche vi riconnettono.
     Ad esempio, è stato ritenuto, che “il vincolo di piano per effetto del quale un terreno viene tipizzato a verde di quartiere e a spazio pubblico ha valenza espropriativa, implicando la previsione di un’inedificabilità assoluta in vista della realizzazione di opere e infrastrutture pubbliche insuscettibili di essere attuate per effetto di una iniziativa privata o, eventualmente, anche di tipo promiscuo. Pertanto, in applicazione dell’art. 2, l. 19 novembre 1968 n. 1167, perde ogni efficacia qualora entro cinque anni dalla data di approvazione del Piano regolatore generale non siano stati approvati i relativi piani particolareggiati o autorizzati i piani di lottizzazione convenzionati”(T.A.R. Puglia Lecce, sez. I, 09 novembre 2006 , n. 5206);è stato del pari affermato che“Dal momento che costituiscono vincoli soggetti a decadenza, ai sensi dell’art. 2, l. 19 novembre 1968 n. 1187, quelli preordinati all’espropriazione o che comportino l’inedificabilità e che, dunque, incidono sul contenuto del diritto di proprietà, limitando le facoltà di godimento del bene in modo da renderlo inutilizzabile rispetto alla sua destinazione naturale, ovvero diminuendone in modo significativo il valore, deve ritenersi non soggetta a decadenza, in quanto relativa alla conformazione del diritto di proprietà, la destinazione a « verde pubblico », atteso che essa non preclude l’iniziativa privata, consentendo l’utilizzazione da parte della collettività tramite « costruzioni di proprietà pubblica » e di « interesse collettivo » a mezzo di determinate tipologie di interventi (chioschi-bar, padiglioni per la musica, teatrini, giochi per bambini e simili)” (T.A.R. Lazio Latina, 09 ottobre 2006, n. 1045); ancora, si è affermato che“La destinazione a «verde pubblico» contenuta in uno strumento urbanistico non costituisce un vincolo soggetto a decadenza ai sensi dell’art. 2 l. n. 1187 del 1968, ma espressione della potestà conformativa dell’amministrazione comunale con validità a tempo indeterminato, laddove sia consentita, anche ad iniziativa del proprietario, la realizzazione di opere e strutture intese all’effettivo godimento del bene, circostanza questa che esclude la configurabilità di uno svuotamento incisivo del contenuto del diritto di proprietà” (T.A.R. Abruzzo Pescara, 28 agosto 2006 , n. 445). In tema di determinazione degli indici di fabbricabilità, inoltre, è stato ritenuto che“Ai fini della determinazione dell’indennità di espropriazione dei suoli edificatori, l’adozione del metodo analitico-ricostruttivo comporta che l’accertamento dei volumi realizzabili sull’area non possa basarsi sull’indice fondiario di edificabilità (che è riferito alle singole aree specificamente destinate all’edificazione privata dallo strumento attuativo), ma, posto che ai fini dell’esercizio concreto dello ius aedificandi occorre che l’area sia urbanizzata, si deve tener conto dell’incidenza degli spazi all’uopo riservati ad infrastrutture e servizi a carattere generale, il che può essere anche espresso ricorrendo ad indici medi di edificabilità riferiti all’intera zona omogenea – a meno che l’area da valutare non sia collocata in comprensorio già totalmente urbanizzato, per il quale non è necessario lo strumento attuativo, ancorché previsto dallo strumento generale; in assenza di strumento attuativo la concreta edificabilità deve essere relazionata al rispetto dei rapporti stabiliti dall’art. 3 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, tra spazi destinati agli insediamenti residenziali e spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o parcheggi, da cui deriva l’indice territoriale(Cassazione civile , sez. I, 16 maggio 2006 , n. 11477).
     In base a quanto appena esposto, è da ritenersi dunque che il verde pubblico non costituisce necessariamente ed ontologicamente un vincolo preespropriativo, dipendendo tale qualificazione, in concreto, dalla effettiva incidenza che la relativa previsione esplica sul contenuto del diritto di proprietà, elemento questo che necessariamente va coordinato con l’onere della prova (la lesione del diritto che viene postulata da parte ricorrente per effetto delle previsioni amministrative impugnate va dimostrata dalla parte ricorrente perché ricade nella sua piena disponibilità e quindi non è invocabile in proposito il più favorevole principio dell’ onere di allegazione).
     Analoghe considerazioni possono essere svolte con riferimento alla previsione della destinazione di determinate zone a parcheggio pubblico.
     Anche in tale ipotesi, la previsione di aree pubbliche di parcheggio non esclude necessariamente l’intervento privato (il parcheggio può essere infatti realizzato e gestito da un privato che ne fa oggetto dell’esercizio di una attività economica), trattandosi infatti di una previsione che si limita ad imporre una vocazione specifica ad una determinata porzione di suolo, il cui fine è solo quello di assicurare il corretto equilibrio della trasformazione urbanistica (in corso o semplicemente programmata), tra volumi edilizi veri e propri ed attività a servizio degli abitanti, senza quindi con ciò comportare necessariamente che debba trattarsi della previsione di una opera pubblica (la quale invece si dovrebbe presumere o per la natura della previsione stessa, o per le specifiche modalità  di esecuzione dell’opera o di sua utilizzazione che presuppongano necessariamente ed esclusivamente l’intervento della Pubblica Autorità).
     Quanto alla parte di lotto che è chiamato ad ospitare la sede viaria, invece, solo in questa parte può condividersi la doglianza dei ricorrenti secondo cui lo strumento urbanistico ha disposto una reiterazione di vincoli preordinati all’espropriazione: la realizzazione di una strada di pubblico transito è, infatti, intrinsecamente correlata alla attività della P.A. e come tale la relativa previsione di Piano integra gli estremi di una vera e propria previsione di espropriazione.
     In tal senso e limitatamente a tale parte della variante, la difesa dei ricorrenti ha ragione nell’affermare che la reiterazione della suddetta previsione, già esistente nel precedente Piano regolatore, è illegittima in quanto non motivata come afferma la pacifica giurisprudenza (ex multis, Consiglio di Stato, IV, 30.06.2005, n. 3235; cfr. anche Ad.Plen. 7/2007).
     Sotto quest’ultimo aspetto, va osservato che non può essere accolta la eccezione difensiva del Comune: secondo la parte pubblica, infatti, tutte le prescrizioni impugnate non sarebbero qualificabili come vincoli preespropriativi, in quanto riferite a standard.
     Tuttavia, tale affermazione è conducente solo in relazione alla previsione di parcheggio pubblico e verde pubblico, ma non vale certo a destituire di fondamento l’azione del ricorrente in relazione alla previsione a sede viaria.
     Più precisamente, si deve osservare intanto che il più ampio lotto di proprietà dei ricorrenti, nell’ambito del quale sussistono le lamentate previsioni confermative dei vincoli, è destinato in prevalenza a zona B; quindi, così come afferma la difesa del Comune, si devono “contestualizzare” le specifiche destinazioni impugnate nel più ampio complesso del lotto interessato, edificabile, valutandole quindi come standards della zona, ossia come qualificazione urbanistica parziale di un singolo bene che è coordinata a servizio dell’edificabilità dell’intero lotto nei limiti e con le proporzioni che le derivano dal DM 1444/68.
     Sotto questo aspetto, coglie nel segno la tesi difensiva comunale: così come introdotto, in relazione alla destinazione a parcheggio ed in relazione alla destinazione a verde (laddove, come accennato, debba ritenersi ricompresa nella domanda annullatoria), il gravame è generico, posto che si limita a dolersi di una asserita reiterazione del vincolo, assumendo, in via generale ed astratta, che la destinazione a verde od a parcheggio pubblico abbia “ontologicamente” il contenuto ed il valore di un vincolo preespropriativo e come tale incida sullo ius aedificandi.
     Per queste previsioni, invece, la parte ricorrente avrebbe dovuto quantomeno indicare, ma, ancora di più, comprovare, che le previsioni a verde o a parcheggio eccedono le specifiche proporzioni tra edificato e servizi in difformità da quelle presupposte dal DM 1444/68: invece, la difesa dei ricorrenti non offre al giudizio alcuna indicazione del perchè ed in che misura tali previsioni sarebbero a contenuto preespropriativo o del perché sarebbero eccessive rispetto alle prescrizioni di zona.
     In altri termini, la parte ricorrente vorrebbe che l’intero lotto fosse edificabile, ma una parte di esso deve necessariamente ospitare gli standards ed è solo l’eccedenza rispetto a ciò che potrebbe legittimare la doglianza (cfr. Cassazione 6 dicembre 2006, nr. 26160/06: “I vincoli destinati a definire per zone le possibilità edificatorie connesse al diritto di proprietà hanno contenuto conformativo, mentre hanno funzione espropriativa i vincoli incidenti su beni determinati; pertanto, deve ricondursi alla prima categoria la destinazione a verde pubblico urbano (nella specie, attrezzato per il gioco e per lo sport) di un’area di proprietà privata, disposta in sede di variante al piano regolatore generale, con la conseguenza che la relativa indennità di esproprio va commisurata al valore agricolo, senza che il decorso del tempo possa incidere sul valore, trattandosi di vincolo che, in quanto conformativo, ha efficacia illimitata nel tempo”).
     Va, quindi, affermato che il verde pubblico, considerato  alla luce dell’analisi della giurisprudenza in materia, può assumere sia la connotazione di un vincolo preordinato all’espropriazione, che quella della previsione conformativa di aree destinate a  standards e la prova di quale delle due qualità possiedano le prescrizioni imposte sulla zona di interesse del ricorrente, nonché la dimostrazione della concreta incidenza che esse assumano sul contenuto del diritto di proprietà incombe su chi lamenta la lesione di quest’ultimo.
     Infatti, quando l’Amministrazione disciplina il territorio prevedendo a corredo di un lotto edificabile determinate aree che sono destinate a verde pubblico o parcheggio e questi ultimi integrano la previsione degli standard di qualità dell’edificazione e della disciplina urbanistica del terreno medesimo, dette previsioni, se mantenute nel rispetto delle prescrizioni di cui al DM 1444/68, non solo non incidono sul contenuto del diritto di proprietà limitando lo jus aedificandi, ma, al contrario, lo arricchiscono perché, concorrendo a determinare i concreti indici di fabbricabilità costituiscono i requisiti della qualità del tessuto urbano e della prevista edificabilità dei suoli.
     E’ evidente, dunque, che spetta al ricorrente allegare la prova che la previsione a verde, così come disposta dal PRG incide sull’Jus aedificandi del più ampio lotto destinato per il resto a zona B, comprimendolo, svuotandolo o comunque pregiudicando gravemente il diritto di proprietà, mentre, in assenza di tale dimostrazione, l’asserita equivalenza “astratta” e generale tra previsione a verde pubblico o parcheggio e vincolo preespropriativo non ha base fattuale, perché mancano le oggettive ed intrinseche caratteristiche delle destinazioni delle aree che le rendano incompatibili con la proprietà privata.
     Tali considerazioni, invece, non trovano spazio alcuno per la previsione di destinazione delle aree dei ricorrenti a sede viaria pubblica.
     In tal senso, infatti, la previsione di una strada, come accennato, non può che equivalere alla localizzazione di una opera pubblica, che come tale necessita, per la sua realizzazione di una espropriazione:  non è quindi applicabile la ricostruzione del vincolo in termini di mero standard conformativo che, invece, è ordinariamente propria alle altre tipologie di previsioni urbanistiche (Cass. Civ. 5727/2002 e 10265/2004).
     Il ricorso quindi in questa parte e con i suddetti limiti è fondato e va accolto.
     V) Il rigetto della domanda annullatoria rende parimenti infondata anche la domanda risarcitoria nei medesimi limiti.
     Quanto alla previsione di vincoli per la realizzazione di una strada pubblica, invece, la domanda risarcitoria è infondata in quanto del tutto generica e priva anche solo dell’allegazione di un onere di prova.
     Non soccorre a colmare tale lacuna l’invocata applicazione dell’art. 35 del dlgs 80/98, perché, da un lato, tale previsione si limita ad affidare alla cognizione del giudice amministrativo la domanda sul risarcimento del danno derivante dalla illegittimità dell’azione amministrativa; dall’altro prevede la possibilità di ricorrere ad una particolare forma di condanna dell’Amministrazione al risarcimento, costituita dall’obbligo di formulare essa stessa l’offerta di risarcimento secondo determinati criteri fissati nella sentenza di condanna; ma in nessun caso consente di superare il principio di prova, secondo cui incombe sull’attore la dimostrazione (previa quantificazione) dei danni subiti, elemento questo che, in ricorso, manca del tutto.
     La domanda di risarcimento va quindi integralmente respinta. 
     La parziale soccombenza costituisce giusta causa per la compensazione integrale delle spese di giudizio tra le parti.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, sez. prima, ACCOGLIE in parte il ricorso in epigrafe, secondo quanto esposto in motivazione e, per l’effetto ANNULLA gli atti impugnati nella parte corrispondente.
RIGETTA la domanda di risarcimento del danno.
Spese compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
La presente sentenza è depositata presso la Segreteria che provvederà a darne comunicazione alle parti.
Così deciso in Catania nella camera  di consiglio del giorno 21.06.2007
      L’ESTENSORE    IL PRESIDENTE
        ********************************    ************************** 
Depositata in Segreteria il 15 ottobre 2007

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