Rilettura della Costituzione italiana a 70 anni dalla sua emanazione
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Rileggere la Costituzione dopo 70 anni

Marzario Margherita

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Costituzione: destituzione dei disvalori (quali la dittatura, le discriminazioni, il razzismo, la guerra), restituzione dei valori conquistati, istituzione dei valori comuni. Questo è la Costituzione italiana, una delle più “giovani” e “all’avanguardia” del XX secolo.

La Costituzione italiana è “personalista”. Il Costituente parla espressamente della “persona” in quattro articoli sui 139 che compongono la Carta Costituzionale: art. 3 “persona umana” (uguaglianza), art. 32 “persona umana” (salute), art. 111 “persona accusata di un reato” (giustizia), art. 119 “effettivo esercizio dei diritti della persona” (enti locali territoriali). Uguaglianza, salute, giustizia, servizi locali fanno sì che ogni persona sia e si senta anche cittadino: occorre riflettere e far riflettere su questo.

La Costituzione è pure “lavorista”, perché il lavoro è uno dei principi costituzionali (artt. 1 e 4) cui, poi, è dedicata un’apposita disciplina negli artt. 35 e seguenti. Oltre al lavoro occorre un’autentica cultura del lavoro: quella cultura che mancava in passato quando il lavoro era massacrante e manca ancor di più oggi, anche da parte di alcuni lavoratori che non ritengono “sacro” il loro lavoro a dispetto di chi non ce l’ha.

“Adesso si scandalizzano se vedono volare pugni. Ma anche allora succedevano queste cose: però il pomeriggio, tutti insieme, facevamo la Costituzione” (Vittorio Foa, uno dei “padri costituenti”, 1910-2008). La Costituzione è nata dalla mediazione; anche la costituzione vivente dovrebbe rinascere ogni giorno dalla mediazione. Per questo è necessario rileggerla per conoscerla e riferirla ai problemi odierni.

Articolo 1: “L’Italia è una Repubblica”

Bisognerebbe cominciare a riflettere già dalla proposizione iniziale “L’Italia è” e chiedersi ma l’Italia veramente è? E cos’è? Riflettendo sul sempre più discusso significato della festa della Liberazione e su altri risultati del revisionismo storico (preso, spesso, da torsioni e distorsioni ideologiche), ci si dovrebbe interrogare sul fondamento dell’incipit del primo articolo della Costituzione: “L’Italia è o era?”. Sembra che l’Italia sia sempre più bistrattata, tra l’altro, dalla politica (chiamarla così è quasi un eufemismo) e dallo scarso impegno generale. Bisogna credere nell’art. 1 e educarsi e educare in tal senso. Il fatto che la Costituzione cominci con “l’Italia” dovrebbe essere l’obiettivo di tutto ciò che è pubblico o si dice pubblico. Per ri-costruire qualcosa di buono, occorre cominciare a dire e a dirsi quello che l’Italia è, o quello che le rimane di essere o potrebbe essere. L’art. 1 comincia con “L’Italia”, nome che è ripetuto solo nell’art. 11, il penultimo dei “Principi fondamentali”. Mettendo insieme gli incipit dei due articoli si può ricavare: “L’Italia è una e ripudia la guerra”, ogni guerra, soprattutto “italianicida”, ovvero contro l’Italia stessa e l’italianità. Come ha scritto il giornalista Antonio Caprarica: “Gli Inglesi sono più cittadini che sudditi, gli Italiani sono più sudditi che cittadini. Negli alberghi inglesi è sufficiente dichiarare la propria identità, negli alberghi italiani bisogna rilasciare la propria carta d’identità”. A cosa si sono ridotte la sovranità del popolo e tutta l’italianità contenuta nella Costituzione? Bisogna risalire a quel 2 giugno 1946: tornano alle elezioni i partiti politici, dopo la sospensione fascista, e votano le donne italiane (dopo le lezioni amministrative del 10 marzo 1946). Per onorare la Repubblica, ogni giorno si dovrebbe rinnovare il senso profondo di queste conquiste sociali. Così si rende concreto il primo comma dell’art. 1 della Costituzione, “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, ricordando che il significato etimologico di lavoro è “volgere la volontà, l’intento, l’opera a qualcosa”. Un lavoro fondamentale e insostituibile è quello “invisibile”, quello casalingo, valorizzato dalla riforma del diritto di famiglia del 1975, quello di molte donne che, talvolta, sono costrette ad abbandonare il lavoro fuori casa per dedicarsi completamente ai neonati, ai figli disabili, ai genitori anziani. Quel lavoro non retribuito per cui si usa la parola “caregiver” (o “carer”), per il quale le donne hanno avuto sempre “care”, cura, attenzione, preoccupazione, sin dai tempi preistorici quando rimanevano nelle caverne a badare ai piccoli e al cibo da preparare volgendo sempre lo sguardo verso l’apertura della grotta per vigilare contro l’intrusione degli animali o di estranei. L’art. 1 è una sintesi della storia d’Italia: il nome “Italia”, attribuito all’estremità meridionale della Calabria e, poi, esteso alla penisola con l’avanzare della conquista romana; “repubblica”, di origine latina; “democratica”, di origine greca; “popolo” di reminiscenza romana perché evoca l’espressione “Senatus Populusque Romanus”. Italia costruita dal lavoro, da quello degli schiavi romani nelle grandi opere pubbliche a quello dei geni, quali Michelangelo e Leonardo, da quello delle corporazioni delle arti e dei mestieri nel Medioevo a quello del design moderno esportato e imitato in tutto il mondo. Il lavoro rappresenta la vera sovranità del popolo italiano, il quale, poi, così costituito e unito può esercitare il potere legislativo mediante proposta (art. 71) e nel cui nome è amministrata la giustizia (art. 101) cui, in alcune forme, può partecipare direttamente (art. 102).

Articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili”

Dopo l’articolo 1, in cui sono enunciati concetti collettivi come “popolo”, segue l’art. 2 che ha una valenza formativa dell’individuo per arrivare al cittadino di cui all’art. 3. Quest’articolo è una vera cattedra di educazione alla cittadinanza e alla vita che, in realtà, è dovere di tutti, a ogni età e diretta a ogni età, come si legge tra le righe nelle parole del formatore don Antonio Mazzi: “Vorrei solo capire perché a trent’anni i giovani siano considerati “grandi” quando ci interessa e “piccoli” quando gli interessi si accavallano a preconcetti o ideologie. E qui mi fermo, disorientato. Il bene che voglio ai giovani mi obbliga a non fare con loro giochi equivoci e di comodo. Essere padri, madri, giudici o psicologi non ci esonera dal compito di testimoniare con la vita, con i fatti e con le leggi che non si diventa i grandi di domani approfittando degli errori fatti dai grandi di ieri”.

La famiglia risponde in pieno al disegno costituzionale dell’art. 2, in particolare all’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Infatti, il sociologo Francesco Belletti afferma: “La famiglia costituisce un antidoto naturale all’individualismo e all’egoismo che minacciano di travolgere l’uomo contemporaneo e le sue strutture sociali, ad ogni livello, dal condominio fino agli Stati e agli organismi sovranazionali. Nella famiglia sana ed equilibrata le relazioni non si fondano sul diritto ma sul dono, sulla reciprocità e sulla solidarietà. È su questa famiglia che si costruisce una chiamata alla responsabilità pubblica, vale a dire ad una cittadinanza attiva, anche perché “è tempo di smettere di rivendicare una sterile «cultura dei soli diritti», che si limita a rivendicare, a pretendere, senza collegare ogni pur legittimo diritto ad altrettanto necessari «doveri»”.

Oltre alla famiglia, quando si parla di educazione e formazione, il primo soggetto a essere chiamato in causa è la scuola. Ada Fonzi, esperta di psicologia dello sviluppo, spiega: “Compito della scuola non è soltanto quello di insegnare a leggere, scrivere e far di conto, come si diceva nell’Ottocento, ma soprattutto quello di costituire una palestra in cui l’interazione tra pari possa svolgere un compito formativo. È proprio questa interazione, in cui dovrebbero essere banditi squilibri di potere e di opportunità, che tocca da vicino le radici dell’«homo socius», dell’uomo, cioè, programmato per vivere insieme ad altri uomini, nel superamento di quell’affascinante e difficile sfida che richiede la capacità di armonizzare mondo interno e mondo esterno, di conciliare il bisogno di autoaffermazione con quello di appartenenza”. In tal modo la scuola è una delle principali “formazioni sociali ove si svolge la personalità” dell’essere umano, infatti, nel Titolo II “Rapporti etico-sociali” della Parte I della Costituzione è disciplinata dopo la famiglia.

“È evidente che bisogna chiarire finalità e motivazioni della scuola, – precisa la storica Lucetta Scaraffia – ridare un significato all’insegnamento invece di pensare di risolvere tutto aumentando le ore di inglese e spiegando l’uso del computer a ragazzi che già lo conoscono da quando hanno 2 anni. Un processo del genere non può fondarsi che su un ripensamento profondo. La scuola non è solo un posto dove si ricevono informazioni, ma è un posto dove si impara a diventare esseri umani migliori”. La scuola, perciò, non è un’agenzia, ossia “che agisce per altri” ma agisce con gli altri.

Eloquenti ancora le parole di Ada Fonzi: “La scuola, oltre che reprimere questi comportamenti devianti, dovrebbe impegnarsi a coltivare non solo le competenze cognitive degli allievi, ma anche quelle emotive, fornendo una grammatica emotiva di base che permetta loro di calarsi nei panni degli altri, di coltivare capacità di empatia, di apprezzare la condivisione, di cogliere specificità e unicità dell’altro”. È importante educare all’empatia, perché dall’empatia, sentirsi come l’altro, matura la solidarietà, sentirsi con l’altro.

La solidarietà dovrebbe essere il contrario di solitudine ma, spesso, si è nella solitudine a credere e a operare per la solidarietà. La solidarietà non dovrebbe essere solo un dovere della Costituzione repubblicana, ma un dovere della costituzione relazionale e quotidiana. Il primo gesto di solidarietà è conoscere e riconoscere che si appartiene tutti alla stessa famiglia umana e che, chi più chi meno, si è frutto di migrazioni. Anagrammando la parola “solidarietà” si ricavano “solidità, sodalità, solarità, ilarità”, caratteristiche dello stare insieme.

Quello stare insieme che si basa e richiede l’educazione alle differenze e che è educare all’identità, all’alterità, alla diversità, che contribuisce allo svolgimento della personalità e alla solidarietà. Ada Fonzi afferma: “Non si tratta soltanto di proteggere le donne dalle sopraffazioni dei maschi, ma di far emergere e progredire fin dalla più tenera età, e in entrambi i sessi, una cultura della non violenza, della tolleranza, dell’accettazione, in cui ogni tipo di diversità abbia diritto al rispetto”. La Fonzi aggiunge: “I mezzi di comunicazione ci informano che continua a essere alto il numero delle donne vittime di violenze, spesso nell’ambito familiare, per mani di mariti, padri, fratelli, fidanzati. Non si tratta solo di giovani immigrate punite per aver osato ribellarsi ai costumi della loro società di origine, ma di donne appartenenti per nascita alla nostra cultura”. Ogni violenza è violazione dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità.

La Fonzi soggiunge: “Bullismo al femminile che, ancora più di quello maschile, rivela aggressività e sordità sociale, e rimanda a un percorso educativo fallito. In questi casi il compito che, in quanto membri di una comunità, ci compete è ancora più difficile”. Porre rimedio a un percorso educativo fallito è anche “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà”. “Perché – asserisce Fulvio Scaparro – le vittime non siano lasciate sole non bastano buone parole e un’indignazione rituale, ma una vicinanza fisica, un sostegno concreto, e un impegno collettivo per non dimenticare quanto è avvenuto, e per prevenire la violenza e il terrorismo anche attraverso un forte impegno nella diffusione della pace e di una maggiore giustizia sociale”. La solidarietà non è solo una parola, ma un atteggiamento che richiede “metterci la faccia, sporcarsi le mani, spaccarsi la schiena” per gli altri, insieme agli altri, contro ogni male anche se ci si fa male.

Alla base di tutto ciò vi è la famiglia: “Troppi padri e troppe madri sembrano adolescenti in perenne crisi. Abbiamo bisogno di una maggior capacità diffusa di prendersi cura delle future generazioni. Abbiamo bisogno di rimettere al centro l’inutile economico cioè l’utile umano” (da uno degli ultimi articoli del pedagogista Alain Goussot, 1955-2016). La prestazione che sembra più latitare oggi è la cura, in mezzo a tante patologie della cura stessa, quali l’incuria (quando le cure sono latenti), la discuria (quando le cure sono distorte), l’ipercura (quando le cure sono eccessive). La cura genitoriale può essere intesa come la forma primaria di quella solidarietà di cui si parla nell’art. 2.

La “giusta” genitorialità segna e insegna solidarietà e gratuità, ricordando che “gratuito” ha lo stesso tema etimologico di “grato” e “grazioso”: “[…] è necessario avere una dinamica dell’amore gratuito, senza la quale l’egoismo cancellerebbe ogni dimensione comunitaria. È l’amore che deve in un certo senso equilibrare le fratture, le ingiustizie, i dislivelli che le società sempre tendono a ricreare” (il filosofo Vittorio Possenti)[1]. La traduzione giuridica dell’amore nel quotidiano è la solidarietà politica, economica e sociale.

Da qui nasce la comunità, su cui è magistrale il saggista Goffredo Fofi: “Abitare la vita è anche abitare la storia, a cui non si sfugge. Abitare la città è entrambe le cose e comporta una responsabilità: che tutti possano e debbano contribuire alla sua bellezza e cioè a «uno stile di vita sostenibile», che non privilegi gli uni avvilendo gli altri. Comunità, parola sacra”.

Articolo 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”

Il grande assioma del 1° comma dell’art. 3 è l’uguaglianza (formale), che se non può essere della vita la sostanza che sia almeno la speranza. Ada Fonzi sostiene: “Quando si proclama vera democrazia quella in cui tutti hanno gli stessi diritti e doveri, spesso si dimentica di precisare che ciò è possibile solo se tutti sono uguali al nastro di partenza, e se ciascuno è riuscito a soddisfare i propri bisogni primari”. La trasposizione giuridica di quest’affermazione è contenuta negli articoli 1, 2 e 3 della Costituzione. In particolare l’art. 3 può essere considerato la base giuridica della “piramide di Maslow” (dei sei bisogni fondamentali dell’essere umano). Nell’art. 3 il termine “sesso” è anteposto a tutti gli altri requisiti personali per sottolineare l’importanza della dimensione sessuale, che è una componente dell’identità, uno dei primi diritti fondamentali della persona (si parla, a tale proposito, di identità sessuale ed ora anche di identità di genere), da cui discende la necessità dell’educazione sessuale, intesa non come educazione al sesso, ma alla propria ed altrui corporeità (e non meramente al corpo), alla conoscenza, al confronto e alla comunicazione con l’altro sesso (educazione sentimentale). Il bioeticista Paolo Marino Cattorini mette in risalto: “Uomo, donna. Maschio femmina. Queste categorie sono oggetto di un acceso dibattito nelle nostre società pluralistiche. La componente biologica della nostra identità si intreccia e reagisce con quella culturale. Ciò che diventiamo, in termini di genere, ha una colorazione originale, appunto perché siamo plasmati dal Dna e dal linguaggio, dagli ormoni e dall’accudimento ricevuto, da pulsioni impersonali e da relazioni affettive uniche. Di questo argomento squisitamente interdisciplinare si occupa la bioetica, la quale, a sua volta, cerca in narrazioni, reali o immaginarie, una conferma delle proprie congetture e l’invenzione di nuove griglie interpretative”. Uomo o donna; uomo, donna; uomo e donna; uomo con donna: non è tanto questione di genere quanto di rispetto di se stessi e degli altri. È anche questa la lettura che si può fare degli articoli 2 e 3 della Costituzione.

Nel 2° comma è sancita l’uguaglianza sostanziale. Crescere significa “andare formandosi”, un processo graduale e naturale finalizzato al “pieno sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione” (locuzione del 2° comma dell’art. 3). In questo caso come in altri, non si deve dire che è colpa della società (nome collettivo di un’entità astratta) che è diventata così, ma è responsabilità degli adulti. La scrittrice Beatrice Masini precisa: “Certo che sì: ma coi tempi giusti, senza polverizzare le tappe, tanto non serve. Così come non serve smettere di giocare prima del tempo per prendere parte agli affari dei grandi. Per quello, c’è tutto il tempo del mondo”.

E lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro puntualizza: “Perché incidano positivamente sui processi psichici del bambino, gli insegnamenti dell’adulto devono invitarlo a superare se stesso, facendo emergere in lui quelle potenzialità inespresse che permettono lo sviluppo della persona”. Le istituzioni e gli adulti non devono “riempire” i bambini, ma rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza e che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione alla vita. È questa la maieutica di Socrate, la scultura in negativo di Michelangelo, l’architettura in negativo dei Sassi di Matera. Le persone sono opere d’arte.

La Scaraffia commenta: “È la strada maestra per la costruzione di un essere umano maturo e responsabile, che sa occuparsi di sé e degli altri e capisce cosa succede intorno a sé, che può agire liberamente senza essere «agìto» dall’esterno. Purtroppo, oggi queste finalità alte della scuola sono perlopiù dimenticate, derise, offuscate da un utilitarismo superficiale che non ha fatto che impoverire le generazioni giovanili, alle quali è stato offerto sempre meno, e contenuti sempre più scadenti. I professori oggi sono più derisi che ricordati nel tempo come maestri di vita, come ispiratori di vocazioni e di scelte importanti. Speriamo non sia troppo tardi per dare un’anima alla nostra scuola”. Per avere un’anima, la scuola dovrebbe ispirarsi, tra l’altro, ai principi dell’art. 3 della Costituzione (congiuntamente a quelli diretti alla scuola, artt. 33 e 34) ed essere proficuamente “ambiente educativo di apprendimento” in cui si sperimenta l’uguaglianza e ci si adopera per rimuovere ogni sorta di ostacolo per preparare i giovani a partecipare all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Nella realtà, però, non è così perché sono tanti gli ostacoli alla e nella scuola, tra cui tagli alla spesa pubblica, burnout degli insegnanti, attacchi indiscriminati da parte dei genitori, istituti comprensivi logisticamente difficili da gestire, burocrazia, fittizie riforme scolastiche, legislazione contraddittoria e farraginosa.

Interessante pure il pensiero di Claudio Imprudente, giornalista “diversabile: “Dalla nostra storia impariamo che anche le pecore nere hanno molto da raccontare. Ognuno con la propria esperienza e specificità può recitare un ruolo attivo e può dare e ricevere qualcosa dagli altri per combattere la cultura dello scarto con la cultura dell’inclusione. «Inclusione» non significa che tutte le pecore debbano essere bianche, bensì riuscire a dare un ruolo a tutti i tipi di ovini, rispettando e valorizzando le diversità e le abilità”. La Costituzione, con una delle sue disposizioni programmatiche contenuta nell’art. 3 comma 2, “rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale”, è stata davvero lungimirante perché può riferirsi anche a tutte quelle barriere architettoniche, culturali e mentali che causano handicap alle persone cosiddette disabili (in inglese “handicap” si riferisce letteralmente a una gara con particolari condizioni).

Articolo 4: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”

Lavoro” e “progresso”, vocaboli in crisi che mettono in crisi (si pensi anche alle varie teorie del lavoro). In Italia non solo manca il lavoro, ma s’ignora anche lo scopo ultimo ed elevato del lavoro, di qualsiasi lavoro, il concorrere al progresso materiale o spirituale della società mediante il proprio lavoro (“attività”, ciò che si fa, “funzione”, ciò che si adempie”), a cominciare da quello nobilissimo e utilissimo dell’operatore ecologico (si pensi alla sua incidenza su ambiente e salute, altri valori costituzionali). Per questo si dovrebbero evitare raccomandazioni, lavori svolti per ripiego, arrivismo, assenteismo o altro: è responsabilità di ogni cittadino e dell’intera società. A molti manca la possibilità di lavorare, ad altri la capacità, a moltissimi la voglia. Chi esercita il diritto al lavoro ha il dovere di svolgerlo con senso e serietà, dal lavoro cosiddetto umile a quello più elevato rendendosi umile. Operando in tal senso si contribuisce al progresso materiale o spirituale della società: “Il lavoro non è fare soldi, ma trovare il perfetto che Dio ha messo in te e quando tu trovi il perfetto, Dio è contento, tu sei contento, tutti sono contenti” (dal dialogo di un film)[2].

Il concetto di “progresso spirituale della società” richiama quello di “capitale spirituale”, seguendo l’economista Leonardo Becchetti: “Per «capitale spirituale» si intende «quella dotazione individuale e collettiva di capacità di trovare un senso profondo nelle cose, quell’ispirazione e innovazione che sono capaci di stimolare operosità, razionalità cooperativa e sviluppo umano integrale»”.

Anche Lucetta Scaraffia pone l’accento sull’aspetto “spirituale”: “L’unica cosa che possiamo capire è che tutti noi dobbiamo lavorare per contribuire a questa crescita spirituale e umana, anche nel nostro modesto spazio di vita: svolgere bene i compiti che ci sono stati affidati, avere uno sguardo di amore per gli altri, sopportare con coraggio le sofferenze. Sì, per ognuno di noi c’è una possibilità di collaborare a questo grande disegno. Il problema è che ne abbiamo perduto la consapevolezza, soprattutto perché abbiamo perso interesse per il futuro. Anche per quello semplicemente umano, cioè per l’avvenire delle prossime generazioni”. Ci si preoccupa della crisi economica, ma ci si occupa poco o affatto della crescita spirituale. Nell’art. 4 della Costituzione si parla di “progresso materiale e spirituale della società”, in alcuni articoli della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia si parla di “sviluppo spirituale” e di “benessere spirituale”.

Ebbene, bisognerebbe coniugare lavoro e bambini cominciando a lavorare dai bambini: lavorando con e per i bambini per una società migliore, attuale e futura.

Art. 9: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”

La cultura è la “scultura” della mente, di ogni persona, della comunità. Peccato che non lo si comprenda, basti vedere la mancanza di fondi per la scuola e la ricerca (invece di scolpire si taglia, perché è più semplice). E non si confonda la cultura con l’istruzione. “Da un punto di vista educativo – scrive Ada Fonzi –, il compito degli adulti diventa particolarmente importante. Sono loro – e non intendo solo i genitori, ma anche la scuola e i responsabili istituzionali – che devono aiutare i bambini a salire agevolmente i gradini della piramide, favorendoli e incoraggiandoli verso l’ascesa, ma anche fornendo loro le risorse materiali e ambientali necessarie”. Può essere questa una lettura dell’art. 9 al servizio dei bambini e delle nuove generazioni tutte. I fratelli marionettisti Colla di Milano: “Nella cultura non mancano i mezzi, mancano gli interi”. Anche se nella cultura mancano gli investimenti, si può contribuire tutti con i propri intenti e interventi. Lo studioso gesuita Enrico Cattaneo sostiene: “In un tempo in cui la cultura scientifica sembra aver conquistato il posto più importante nell’offerta scolastica e formativa, con un obiettivo spesso meramente utilitaristico, appare ancora più urgente avvicinare o riavvicinare i giovani alla cultura umanistica. Un’attenzione indispensabile anche perché essi possano individuare quei criteri necessari per discernere ciò che è buono da ciò che è meno buono nella cultura in cui vivono; e per far emergere in loro quelle domande e quelle inquietudini fondamentali nel cammino di maturazione”. Trasmettere e appassionare alla cultura umanistica è tutelare il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10: “Lo straniero […] ha diritto d’asilo”

I politici dovrebbero ponderare le singole parole usate dai costituenti “effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite” – soffermandosi sull’effettività – altrimenti i cittadini italiani rischieranno di diventare stranieri (anche nel senso di straniti) in cerca d’asilo.

Art. 11: “L’Italia ripudia la guerra”(?)

Bisognerebbe metterci un punto interrogativo, perché basta guardare alcune sedute parlamentari bellicose o altro ancora. È vero che alcune norme della nostra Costituzione sono programmatiche, ma questa forse è una delle “più programmatiche”, anche alla luce di talune interpretazioni dei politici per giustificare le cosiddette “missioni di pace”. Quest’articolo è di chiara ispirazione cristiana (“Beati gli operatori di pace”), una delle matrici della Carta Costituzionale: non è sufficiente il ripudio (etimologicamente “respingere, allontanare”) della guerra (la non guerra), ma è necessario e doveroso l’impegno per la pace e la giustizia. “Pace e giustizia”, binomio tipico degli atti internazionali e unico in tutta la Costituzione, che è antecedente la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 10 dicembre 1948. Nell’art. 103 comma 3 si parla di “tempo di pace” e nell’art. 116 di “giustizia di pace”, locuzioni che, comunque, hanno il loro significato di cui far tesoro. Pace significa “unire”, per cui non basta “non fare la guerra” ma occorre “fare la pace”. “L’Italia ripudia la guerra […]; consente […] che assicuri la pace e la giustizia […]; promuove e favorisce […]”. La pace non è solo assenza di guerra, ma soprattutto costruzione di qualcosa che unisce, come nel parallelo significato etimologico di “pace” e di “giustizia”. Questa è l’educazione alla pace, la cultura nella pace, la costruzione della pace, che è anche una delle forme di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, di cui all’art. 2, nel vivere quotidiano.

Art. 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano”

Si deve essere orgogliosi della bandiera italiana non solo in occasione delle partite di calcio o quando il drappo tricolore avvolge la bara di chi è morto per una “giusta causa”, ma sempre per l’onorabile storia di cui essa è portatrice. I tre colori possono anche raffigurare le tre parti geografiche d’Italia, sud, centro, nord, e le tre fazioni politiche, sinistra, centro, destra (che hanno fatto la storia politica e hanno costruito l’Italia repubblicana). Simboleggiano, comunque, la diversità nell’unità. Il verde delle giovani vite spezzate, sulle strade, dalla droga o da altro, e di quelle giovani vite senza speranza. Il bianco di coloro che perdono la vita sul lavoro, definite ipocritamente morti bianche. Il rosso delle violenze perpetrate alle donne, ai bambini e ai deboli. Bisogna adoperarsi tutti affinché l’Italia non abbia questi tristi primati. Il giornalista Francesco Jori denuncia: “In Italia va di moda il monocolore. Non in senso politico, ma letterale, cioè cromatico. Uniti e compatti attorno all’azzurro della nazionale di calcio e al rosso della Ferrari; molto meno rispetto al tricolore della bandiera”. Nell’art. 12 si parla di Repubblica (= cosa di tutti) e non di Stato, come in altri articoli, e di “tricolore italiano” proprio per sottolineare che quest’ultimo fa parte dell’identità italiana e tale si dovrebbe sentirlo. Così ancora il giornalista Francesco Jori, nel marzo 2011: “L’occasione dei 150 anni dell’unità non andrebbe colta come una semplice celebrazione destinata a estinguersi il giorno dopo, ma come una presa di coscienza da parte di tutti dell’esigenza di realizzare quello che, all’epoca, segnalava Massimo D’Azeglio: l’Italia è fatta, adesso facciamo gli italiani. A cominciare dalla classe dirigente”. Il processo di italianizzazione è continuo e richiede la collaborazione di tutti. Il tricolore italiano nel periodo dell’eterna crisi: il verde può rappresentare il livore della rabbia, il bianco il pallore dello sgomento, il rosso il rossore del pudore di chi continua a confidare in alcuni valori e, viceversa, della vergogna che dovrebbero mostrare i molti responsabili di tutto quello che si vive o si subisce. La bandiera italiana è descritta nell’art. 12 della Costituzione, a conclusione dei Principi Fondamentali, perché è il compendio dell’italianità, cui si rende onore il 7 gennaio (essendo stato usato la prima volta il 7 gennaio 1797 a Reggio Emilia) la giornata nazionale della bandiera italiana. Nonostante tutto, si deve continuare a credere nei tre colori e in una vita a colori. “Il filo rosso come il sangue, il filo rosso dell’amore e del desiderio, il filo rosso come il fuoco che brucia con la violenza dei sentimenti e che riscalda. […] Il filo verde della natura, della calma e della pace, il verde dello stare insieme, dell’amicizia e della simpatia, il verde della salute e dell’erba che copre le tombe, il verde della speranza. […] Il filo bianco della neve, dell’unione, di tutto il bene che c’è in noi, il bianco dell’armonia e della resurrezione” (da “Il tappeto” dello scrittore Bruno Ferrero). Il tricolore sia il vessillo della continua armonia e della quotidiana resurrezione dell’Italia e dell’italianità.

Art. 13: “La libertà personale è inviolabile”

Libertà fa rima con legalità e lealtà, qualità rare già nel posto di lavoro (dove, spesso, prendono il sopravvento la rivalità e quello che ne consegue). Esiste un’amara citazione: “L’Italia è un Paese libero, ma non di uomini liberi”. La forma di libertà personale più vilipesa è la libertà intellettuale, per i bombardamenti della televisione, il populismo dell’attuale politica, la scuola al ribasso, l’informazione distorta. Il sociologo Pierpaolo Donati puntualizza: “L’uomo realizza se stesso quando raggiunge il suo “telos”, che è insieme “fine” e “confine”. L’autoteleologia dell’uomo indica dunque che l’uomo è un fine e un confine per se stesso”. Fine e con-fine è la libertà personale e ogni relazione è ponte tra libertà.

Art. 14: “Il domicilio è inviolabile”

Etimologicamente domicilio deriva la prima parte da “domus”, casa, e la seconda parte da un verbo che secondo alcuni significa “nascondere”, secondo altri “coltivare”. Comunque sia, se si vuole il vero rispetto dell’inviolabilità del domicilio bisogna ridare questo carattere dall’interno della casa coltivando gli affetti e le abitudini familiari, ovvero con la ricostituzione e ricostruzione del vero senso di famiglia (etimologicamente “famiglia” deriverebbe dall’osco “faam”, casa), soprattutto per i bambini (come si ricava dal novellato art. 316 comma 1 cod. civ.).

Articolo 27: “Le pene […] devono tendere alla rieducazione del condannato”

Incisive le parole di Salvatore Striano, attore ex-detenuto: “Non è vero che il carcere rieduca. Il carcere è una specie di master in criminalità: entri che sei un ladro di polli ed esci che sai uccidere, rapinare le banche, organizzare uno spaccio. I programmi di riabilitazione sociale a cui ho avuto io accesso, sono riservati a un numero piccolissimo di detenuti, non più di cinquemila. E gli altri? Come si salvano, come si riscattano?”. Nell’art. 27 si parla della rieducazione del condannato, ma negli articoli precedenti si parla di altri valori, dalla democrazia (art. 1) alla solidarietà (art. 2), dal lavoro per il progresso materiale o spirituale della società (art. 4) alla promozione della cultura e della ricerca scientifica e tecnica (art. 9), che se fossero praticati e realizzati sarebbero forme concrete di prevenzione primaria e costerebbero meno della detenzione carceraria, in particolare di quella minorile.

Articolo 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”

Francesco Belletti difende strenuamente la famiglia dicendo: “La famiglia è pertanto sia un bene relazionale in sé, sia un luogo di generazione di beni relazionali socialmente rilevanti, costituendosi così come un luogo generatore di capitale sociale, di responsabilità pubblica, di creatività e fecondità; svolge quindi preziose funzioni di promozione della coesione sociale. Proprio per questa sua natura essenzialmente relazionale e gratuita, la famiglia è particolarmente sotto attacco e spesso vacilla sotto i colpi dell’edonismo individualista e del relativismo che sempre più dilagano nel sentire comune, anche del nostro Paese”. La famiglia è e rimane una “società naturale fondata sul matrimonio” o, in base ad un’interpretazione estensiva o analogica, su una convivenza stabile e duratura (“more uxorio”; come le si dà rilievo nell’art. 6 comma 4 L. 184/1983, legge sull’adozione novellata dalla L. 149/2001). La famiglia è società fondamentale, fondata e fondante.

Articolo 30: “È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio

Lo scrittore Eraldo Affinati, occupandosi del mondo adolescenziale[3], ha appuntato: “Il peggiore dei giovani di oggi è migliore dei genitori che ha”. Si tende ad attribuire vari aggettivi ai genitori, da genitori competenti a genitori efficaci. I genitori devono fare semplicemente i genitori: dare la vita e dare alla vita, educare alla e nella vita. Lo psicologo e psicoterapeuta Fabrizio Fantoni spiega: “Ciascun genitore conosce le modalità di reazione dei propri figli, e in base a queste deve utilizzare sistemi di approccio differenti. L’importante è riuscire sempre a mantenere la relazione, senza incrinarla con posizioni troppo rigide e poco rispettose dell’altro. E avere chiaro che il bene dei figli sta nel favorire lo sviluppo delle loro potenzialità e delle loro capacità di adattamento”. Il primo diritto-dovere costituzionale dei genitori nei confronti dei figli è quello di mantenerli. Mantenere significa letteralmente “tenere in mano, per mano, con la mano”: i genitori devono, pertanto, saper aprire, allentare, porgere, afferrare, ritirare la mano nei confronti dei figli a seconda dell’età, delle situazioni e delle necessità.

Articolo 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”

Don Antonio Mazzi auspica: “[…] la scuola dovrebbe divenire un luogo creatore di tensioni al mutamento. La vita è l’opposto della noia e la cultura è matrice di curiosità, di capacità di apprendimento e di rinnovamento. Ce lo dice Zagrebelsky [giurista]: «Il divenire è la generazione del nuovo, la continua rigenerazione, cioè il costante nuovo inizio a partire dallo stadio precedente al quale si mette fine, per iniziare l’esplorazione attraverso affiancamenti e distanze che prendiamo nei confronti di chi ci ha generato. Questa è la legge della vita e arriva prima della trigonometria, delle guerre puniche e di Leopardi»”. Lucetta Scaraffia s’interroga: “[…] i ragazzi non capiscono perché devono andare in una scuola che – viene detto da tutte le parti – è antiquata e non serve a niente nella vita. Men che meno a inserirsi nel mondo del lavoro. A che cosa serve la scuola se gli studenti sono in media molto più abili dei docenti nell’usare Internet? A che cosa serve studiare storia o geografia se le informazioni di cui si ha eventualmente bisogno vengono fornite in qualche secondo dall’iPhone? A cosa serve studiare le tabelline se ogni telefonino è fornito di un calcolatore? I compiti in classe e, temo, anche gli esami, sono diventati una farsa a cui tutti fanno finta di credere, anche se è risaputo che i ragazzi copiano da Internet ogni soluzione: si può consegnare al professore un vecchio telefonino e tenere in tasca quello nuovo o, peggio ancora, avere un orologio da polso che in realtà è un piccolo computer”. La scuola deve riappropriarsi del senso dell’art. 33 comma 1. “Arte”, (da “andare, mettere in moto, muoversi verso qualcosa”), “scienza” (da “sapere”), “libertà” (da “far piacere, aggradare”), “insegnamento” (da “segnare dentro, imprimere, fissare”): tutto ciò può avvenire in una relazione che sia veramente relazione. Dalla scuola di Aristotele alla scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani. La scuola è questo e torni ad essere questo!

Articolo 54: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”

Onore e disciplina: doveri dei cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche. L’onore è onestà, la disciplina è insieme di regole: ma nella realtà è così? “Disciplina” ha la stessa origine di “discepolo”, quindi significa imparare. Chi svolge una funzione pubblica, dall’impiegato all’insegnante, dal medico al vigile urbano, dovrebbe avere l’umiltà di mettersi alla scuola degli altri, di coloro che si rivolgono a lui per necessità. Ciascuno di loro è portatore di un valore costituzionale (art. 32 salute, artt. 33 e 34 istruzione, art. 101 giustizia, e altri) e contribuisce all’applicazione della Costituzione, tanto che è l’unico articolo in cui è usato il verbo “affidare” (derivato del latino “fidus”, “fidato”), mentre negli altri si usa “esercitare” per riferirsi ad altri ruoli.

Quella disciplina e quell’onore che ha rivelato, nonostante discussioni e opposizioni, gran parte dei padri costituenti.

Così facendo, con fedeltà, disciplina ed onore, si dà un “compimento circolare e virtuoso” all’art. 1 della Costituzione e si pongono i presupposti “vivi e viventi” (e non solo formali e scritti) dell’ordinamento della Repubblica, disciplinato negli articoli 55 e successivi, e principalmente della forma repubblicana (che non può essere oggetto di revisione costituzionale, art. 139).

 

[1] V. Possenti in “I volti dell’amore”, Marietti Editore 2015

[2] Dal film “Lezioni di cioccolato” con Luca Argentero e Violante Placido, regia di Claudio Cupellini, 2007

[3] E. Affinati in “L’elogio del ripetente”, Mondadori 2015

 

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